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18/07/2008

Dunque.
"Spuumeggiante! Direbbe così, credo, the Mask, per definire questo libro.
.....
Si parla di libri, di galline, di invenzioni, di cronopios, famas, esperanzas, di Verne, di svitati, di Lezama Lima, di jazz, di Teodoro W. Adorno (il gatto di Cortázar), dell’Argentina, di Gardel (commerciale e non), di grammofoni, di Borges, di Kafka, di Jack lo Squartatore, del peso occidentale, di più o meno qualunque cosa in qualunque forma, di mani che ti vengono a trovare la sera, ma poi si offendono, e di scrittori che non vinceranno mai un concorso ma se lo meriterebbero, di mondi che si affacciano e fanno “bau!” e poi via, ma anche no.

Per dire
“Cado e mi rialzo” è un breve brano a pagina 63-63:
“Nessuno può mettere in dubbio che le cose ricadano. Un signore si ammala e, un mercoledì, all’improvviso ha una ricaduta. Una matita sul tavolo ricade di continuo. E le donne, come ricadono! In teoria a nulla o a nessuno verrebbe in mente di ricadere ma si è comunque soggetti a farlo, soprattutto perché si ricade senza averne coscienza, si ricade come se non fosse mai successo prima.
[…]
Contro tutto ciò si impone pazientemente la riabilitazione.
[…]
Come riabilitarci, dunque, se magari non siamo ancora ricaduti e la riabilitazione ci trova già riabilitati?”

dal pezzo su lankelot:

Il giro del giorno in ottanta mondi, di Julio Cortázar

quindi...

“Davanti a uno degli hotel più grandhotel del mondo, un giovinetto aveva l’abitudine di sedere su una panchina che, quando la luce batteva in un certo modo, brillava come l’oro.
Il giovane, che non poteva avere più di quindici anni, dava l’impressione di non essere legato a niente e a nessuno al mondo, e perfino la sua ostinata attesa sulla panchina sembrava non avesse alcun senso, dal momento che raramente lo si vedeva parlare con qualcuno, e c’era qualcosa nel suo aspetto così elegante e immacolato che scoraggiava perfino chi, incuriosito dalla sua solitudine, avrebbe voluto avvicinarlo. Prima di tutto era molto probabile che fosse uno straniero e che non parlasse nemmeno l’inglese, e poi la sua espressione d’attesa era così intensa che nessuno si sentiva d’intervenire. Era evidente che aspettava qualcuno.
Mr Cox, che era l’astrologo più famoso del suo tempo…” (pag. 3)

"Malcolm non è molto intelligente. Malcolm non sa come comportarsi. Non conosce il significato delle parole. Malcolm è fermo, ma è intorno a lui che tutti cominciano a muoversi. Malcolm è una calamita. Malcolm è un detonatore di situazioni. Malcolm è uno sguardo ingenuo, sincero, inconsapevole, vergine, innocente.
Malcolm è l’inaspettato ospite che giunge a casa vostra, e vi costringe a fare i conti con voi stessi."

dal pezzo (indovinate dove? su lankelot!) riguardante

Malcolm, di James Purdy

ed infine, ovviamente, si continua...


Intro

The New york times review of book l'ha definito - Agghiacciante- , Bret Easton Ellis - Il più grande racconto dell'era mesozoica ambientato nel futuro- , David Foster Wallace - Una scrittura che toglie il respiro anche all'ipotenusa- , Niccolò Ammanniti - Un thriller che ti tiene col fiato sospeso fino a che non muori anche tu, e infatti sono morto- , Giorgio Faletti - Una cagata! ma chi è questo deficiente? minchia che schifo, signor tenente...- , Tolstoj - Avrei voluto avere lo stesso dono di sintesi- e via così...

tanto che i saluti ve li faccio ora, casomai non arrivaste a leggerne la fine per conati di vomito impellenti.


IL MOCASSINO


Questo è uno sproloquio. Quindi qualsiasi obiezione è bandita e la lascio pure senza pistole perché una donna con la pistola è più pericolosa di un uomo con la pistola; l’avete visto - Pronti a morire?- , di Sam Raimi con Sharon Stone, Leo Di Caprio, Gene Hackman e bla bla bla? E se ci fosse Gian Maria Volontè potrebbe dire - Quando un uomo con la pistola incontra una donna con la pistola, l’uomo con la pistola è un uomo morto- . Per questo alla bandita gli tolgo tutte le armi, e poco importa che non abbia senso visto che le armi delle donne non sono di quel tipo lì.

Una telefonata alle dieci di sera, o giù di lì. Mi stavo giusto guardando la nuova serie di cartoni su Mtv, quella sui lupi, Wolf’s rain, e lo so voi state già pensando - Ma quanta tv guarda questo qui?- Ma saranno fatti miei! E insomma mi stavo guardando, seduto in poltrona, cioè stravaccato in poltrona, con la schiena al posto del culo e il culo giustappena fuori, il cellulare sul tavolino accanto, più in alto della mia testa, pronto all’uso che stasera mi pare una buonasera per msgiare, vicino al telecomando nei rari momenti che lo poggiavo e non me lo tenevo semitranquillo sulla pancia, mi stavo guardando questo cartone che narra di un tempo futuro in cui i lupi sono creduti estinti e chi non li crede estinti li caccia, e loro per poter sopravvivere hanno il potere di ingannare la vista degli uomini e così di apparire umani anche loro e infatti alcuni vivono tra noi. Ah, si stava proprio bene. - Non sei veramente fregato fin quando avrai una buona storia da raccontare- , a meno che tu non sia Baricco…come ti chiami? No, guarda, proprio no, hai giusto le iniziali uguali, ma per il resto…leggiti! Però in effetti nelle tue storie non c’è niente, zero, anzi meno di zero, così cito anche Bret Easton Ellis che non ho mai letto, ma regalato. Appena ieri leggevo un articolo riguardo le - Introduzioni a…- , che proliferano nelle librerie, introduzione a questo, a quello, alla cucina thailandese (il tabacco lo cito in un altro racconto, ah!) e il tipo scriveva che si leggono meno le fonti dirette, perché adesso bisogna esservi prima introdotti da qualcun altro-qualcosaltro, perché le cose sono diventate troppo difficili…e se ci pensiamo, è anche un problema scolastico. Di qualità dell’insegnamento, dovuto alle capacità o incapacità degli insegnanti ma anche all’ambiente di lavoro in cui operano, forse uno dei meno…ma invece di criticare, proponi! Allora, se non sai leggere e scrivere, inutile il corso di computer, per esempio.

Questo discorso sulla scuola proprio non ci voleva, io avevo intenzione di scrivere della telefonata di ieri sera! Perché è stata una bella telefonata, sapete, soprattutto gli ultimi dieci minuti, dalle undici alle undici e dieci, quando abbiamo iniziato i saluti. Era un mio amico del liceo, e del dopo liceo, e di ora, insomma un mio amico, Tommy, con la ipsilon, che fa tanto ameriga anche se mai a noi che lo chiamiamo così ci era mai, proprio mai venuto in mente che facesse tanto ameriga scriverlo con la ipsilon e ci sembrava solamente carino, anche per consumare più inchiostro che con solo una i, che certo le ragazze poi ci fanno il cuoricino sopra ed è tutta un’altra storia ma noi maschi cavolo se vogliamo finire la penna che ci ha comprato mamma all’ipercoop e che fa tanto un po’ schifo non ci rimane che scrivere la ipsilon alla fine di Tommy che è uno dei nostri migliori amici, e che fa architettura e un sacco di altre cose, un ragazzo in gamba che aiuta tutti, infatti non si è ancora laureato per quello, aiuta quello per la tesi, poi quella, poi di lì poi di là, poi lavora in uno studio e contribuisce al progetto di una stazione (Arezzo, una parte…destra? Sinistra? Forse…centro, chissà) poi sta dietro a persone che gli mandano rotoli di roba da leggere, insomma un gran bravo ragazzo. Nel pomeriggio gli avevo chiesto se aveva voglia di uscire, lui aveva risposto di sentirci più tardi, quando sarebbe tornato a casa. Così ecco mi telefona alle circa ventidue di ieri sera e però non abbiamo parlato di uscire, ma semplicemente parlato chiacchierato e i primi dieci minuti li ho trovati davvero pesanti e guardavo l’orologio in continuazione, pensavo che cavolo, non esco e non guardo neppure la tv e mi tocca così tenere acceso il cervello mentre adesso poteva starsene delicatamente staccato davanti allo schermo; poi però la discussione è diventata un po’ più interessante fino a toccare il culmine ad una delle sue battute che l’hanno reso famoso da questa parte dell’Atlantico e oltre, anche sul Mediterraneo, e insomma ovunque: lui non si ricordava il nostro appuntamento del 20/10/2010 alle 20 e 10, pensava fosse alle 22 e 22, ma dico, ci si può imbrogliare su una cosa del genere? Così gli ho detto che noi (l’appuntamento è a tre), dico, noi e cioè il più grande scrittore del mondo e il più grande pianista del mondo che avevamo fatto i salti mortali per essere lì a quella data ora in quella data, non l’avremmo aspettato, tanto più per 2 ore e 12 minuti, lui povero architetto…dei miei stivali, ha concluso lui. Appunto. Così siamo passati ad una discussione sulle scarpe, e una mia amica una volta aveva avuto da ridire sulle mie scarpe perché erano da montagna e noi invece eravamo in città (lei aveva i Doc Martens, agghindati con campanellini e fiorellini) e la cosa non era ben abbinata e in generale lei in quel periodo voleva rifarmi il look perché il mio fa schifo ed è invisibile, ma non è questo il punto della discussione di ieri sera; è che insomma ci mettiamo a parlare di scarpe, e io gli chiedo quali sono le scarpe da città, che a pensarci bene, ad esempio le scarpe da ginnastica non sono da città, sono da ginnastica appunto e non sono nate per la normale vita cittadina (anche se il percorso marciapedico – si dice? – urbano è proprio una corsa ad ostacoli), e poi allora anche le scarpe troppo eleganti sono sempre appunto troppo eleganti e allora tutti gli anfibi che si vedono in giro? Non mi si venga a dire che sono scarpe da città. Io conosco scarpe da caffè. Notare queste parole - Io conosco scarpe da caffè- , perché se tutto il resto in questo sproloquio è inventato queste parole non lo sono, sono quelle precise esatte che ha usato lui durante la conversazione telefonica di ieri sera. Scarpe da caffè? Faccio io. Sì, il mocassino. Il mocassino? Adesso riscriverò queste battute utilizzando un piccolo aiuto grafico per permettervi di capire: Scarpe da caffè? Faccio io. Sì, il mokassino. Il mocassino? Il moka-ssino.

postato da: unpoapolide alle ore 11:12 | link | commenti (1)
categorie: letteratura, lettura, cortazar, frammenti/assenze, purdy
09/07/2008

Segnalo quel che ho scritto sul famosissimo Lankelot.eu, riguardo un gran bel libro, La voce segreta dei corvi, dell'esordiente americano Christopher Barzak, edito dalla romana Elliot.

QUI

e di nuovo il non best-seller continua....


CARA COMPAGNA


Cara Anna, compagna,

nei nostri capelli si riflettono le rughe dei nostri volti, la pelle più simile a cuoio, e questa neve non gela, ma è custode come quelle valigette ospedaliere per organi che si vedono nei telefilm fiction o come li chiamano, insomma alla tv. Ti sento respirare calma e quieta nel letto, almeno questa notte, per questa notte. La finestra ci disegna giovani inconsapevoli persi in profumi che diventano sempre più forti a stordire, eccitare travolgere per quei quindici passi che ci separano. Non c’era, non c’è mai stato bisogno dei sensi, di vedersi toccarsi sentirsi annusarsi parlarsi, abbiamo sempre saputo. Semmai, il sesto senso.
Quello che ci faceva e fa percepire i pensieri, le sensazioni, le emozioni, l’uno dell’altra. Per questo lo sto per fare, per questo ti sto scrivendo questa lettera. Tu già lo sai. Anche se ho cercato di fare in modo che non te ne accorgessi, di tutto quello che stava accadendo, perché non volevo farti soffrire oltre. La malattia ti sta divorando, lentamente, come fa il boa con le sue prede, avviluppandole nelle spire e ingerendole, intere. E io non posso fare niente, niente oltre a vederti, sentirti, toccarti, morire. A volte pensiamo alla morte come qualcosa di così, così intangibile, quasi come a un soffio che prima o poi spira su tutti gli esseri viventi. Invece la morte si tocca, con i polpastrelli, le mani, se ne saggia la consistenza, sempre più forte e inarrestabile. Se mi guardo indietro vedo quanto sono stato fortunato a poter passare la maggior parte della mia vita al tuo fianco, e quanto siamo stati aiutati dalla dea bendata nel tirar su i nostri figli, con tutte le difficoltà che abbiamo passato. Marta fu inaspettata, la prima, non ci pensavamo proprio ad una figlia e anzi era un periodo in cui le cose tra noi non funzionavano granché bene, per via dei miei che ci mettevano il bastone tra le ruote ogni secondo, dei lavori che non riuscivamo ad ottenere per più di tre mesi consecutivi e tutto il resto. Lo sai. Accadde, e fu una benedizione. Non ho mai smesso di ringraziare Dio per questo, per lei. Quante discussioni sul tenerla o meno, fino a che non la vedemmo. Non sentimmo il battito del suo cuore. Ci unì per sempre. Ce ne accorgemmo subito, che da quel momento le cose sarebbero state diverse, passeggiare per strada, lavorare, tornare a casa la sera, la vita non ci avrebbe diviso, la vita non divide, ma unisce, tiene insieme le persone nonostante tutto. La vita di Marta. Ci sposammo dopo tre anni, con lei che ci guardava e faceva da testimone. Ci ha dato forza fino ad oggi, insieme a Giorgio. Eravamo ad un concerto quando ti presero le doglie. Pazzi noi ad andarci, ma era uno degli ultimi di George Pretre e volevi che Marta e il piccolo lo sentissero, mentre dirigeva Rapsodia in blu di Gershwin e il Bolero di Ravel, ipnotico. Era stata la nostra prima uscita insieme, anni prima, e non si poteva - assolutamente perdere l’occasione di farlo sentire anche a loro!- . Fu un evento, in ogni senso. Il direttore venne poi anche all’ospedale, dopo il concerto, con tutta la sua verve e disponibilità, divertito e non infastidito dal fatto di essere stato disturbato dal viavai improvviso all’interno del teatro. O comunque, anche se la cosa gli avesse dato noia, noi non lo notammo. Ci fece i complimenti, e così chiamammo Giorgio Giorgio. Nome che gli ha portato fortuna, i suoi concerti sono apprezzati. Certo, più all’estero che qua e così vive lontano da noi, ma va bene. Il meglio. A scriverla, questa storia del nome, pare proprio presa da un film. Marta invece se n’è rimasta vicino, e ci viene a trovare ogni giorno e a volte dorme pure qua. Fa troppo. Troppo per noi. Ha sempre fatto tutto, per noi. Ci ha unito con la sua nascita, e fatto scoprire cose che neppure immaginavamo avremmo adorato. Viene e ci guarda, i suoi genitori, e tu che lenta ti spengi, e che hai voluto tornare in questa casa, nella tua casa, nel tuo letto. Da un momento all’altro, da un momento all’altro. E cosa potrei fare ancora io senza di te? Oramai, non è che manchi più tanto pure a me. Già ora non vivo che nei ricordi, nei ricordi nostri, e quelli neppure la morte ce li porterà via, quelli li terremo sempre con noi. Anche lassù, perché ci andremo insieme, lassù, troppo forte e stretto e unico il nostro abbraccio per essere diviso. Vedi allora che quello che sto per fare non è sbagliato. Loro capiranno, e capiranno perché scrivo a te e non a loro due. Sono intelligenti, in gamba, e con dei difetti. Sono nostri figli, unione e frutto del nostro sangue. Cos’altro da dirgli, li abbiamo fatti. E cresciuti. Speriamo bene, nonostante i nostri difetti, e tutto il resto. Ma sembra proprio di sì, non ti pare? Quanto siamo fieri di loro, contenti di quello che fanno, delle loro vite, famiglie, se non se ne sono accorti allora siamo stati cattivi. Avremmo potuto fare di più, e chi non avrebbe potuto? Adesso però i rimpianti contano poco, e non potremmo averne meno, adesso rimane da fare solo una cosa. In un sol colpo. Lo sai.

A voi due, vi amiamo.


Noi due, Anna e Marco


08/07/2008

dopo qualche problemino tecnico, eccomi di nuovo.
prossimamente si continuerà la serie, e piccole altre cose.

ciao.

e grazie a chi è passato di qua, ed a chi non è passato.
24/05/2008

Visto che sono arrivato a 13, col post precedente (e ricordo che il postaggio di quelle cose vecchie continuerà, con tutto quel segue), eccoci arrivati al periodo ungarettiano (come mi disse quello. dicendo anche, però non lo svalutiamo così, eh).

sono
sparse parole
parole perdute
in più occhi

di quanti meriti
nessuno

sono
pioggia che passa
tutto



lampi di volti accendono la mia nebbia

che si vede
niente



Olimpiade di terremoti

Partecipiamo tutti



ogni espiro muoio
approssimativamente
e m'approssimo
12/05/2008

the sun also rises.
giusto per legare con l'altro post.

lascio una poesia di un autore.

never seek to tell thy love

never seek to tell thy love,
love that never told can be;
for the gentle winds does move
silently, invisibly.

i told my love, i told my love,
i told her all my heart;
trembling, cold, in ghastly fears,
ah! she doth apart.

soon as she was gone from me,
a traveller came by,
silently, invisibly:
he took her with a sigh.

william blake (circa 1793)

p.s. c'è una poesia di leonard cohen, che parla di un tizio cui basta pronunciare il suo nome, e le donne cadono ai suoi piedi. la sua voce.
p.p.s. "thy" è forma arcaica di your, "doth" di does. almeno, credo e spero.

ora una cosa che non c'entra niente.
ovvero la cosa successiva alla cosa lasciata nel post precedente. lì c'era un tipo con tot sigarette. qui c'è un tipo sempre alle prese con sigarette.

NO PERCHÈ POI UNO PENSA CHE SIA TUTTO FACILE


No perché poi uno pensa che sia tutto facile, fra un caffè e una sigaretta, ma ne vogliamo parlare? Dico, ne vogliamo veramente parlare? Mettendo un bell’accento su quel veramente? Perché qui sembra che tutto sia proprio così: facile! Facile una sega, direbbe qualcuno. Facile un cazzo, direbbe un altro. E magari anche Facile una fia, così, per non essere scorretti nei confronti del gentil sesso. E che fa la luna stasera? Ma ha mai fatto qualcosa? Cioè, se ne sta lì, a farsi trainare da forze gravitazionali ellittiche o che. E poi uno pensa che sia tutto facile, boia d’un de. E invece no! Proprio per niente. E allora dico: ne vogliamo parlare? Proprio di quello, sì. E non è la solita disquisizione pseudopolitica, o la solita presa di corna, e neppure discussione intellettualfilosoficheggiante a cui ci hanno abituato certi tipi della tv tra veline e regioni, e neanche indagine nella città ctonia del malessere individuale (oggi che non esiste l’individuo che come protesi dell’altro da sé, già), e figuriamoci se potrebbe essere una facile battuta da mente globalizzata sulla corruzione di tizio e/o caio e/o sempronio, o anche solo una dislessia fulminante di quelle che ti prendono dopo notte a cannonate e la bocca che sembra staccata da tutto il resto e attaccata solo tra sé con le parole che non riescono a uscire bloccate dal fumo mentre i pensieri veleggiano grazie a quello ma ne farebbero anche a meno, o se uno volesse cadere nella banalità (ma qui non ci sta nessuno che vuole caderci) proprio lì. Punto. Rimarco. Punto. Ancora. Finalmente, spero di trovarvi disponibile perché lo ammetto da solo prima che lo ammettiate anche voi che la questione è importante e fondamentale e uno nessuno e centomila siete invitati a partecipare come potete a questa cosa qua che è una domanda che mi sto facendo da un po’ e sono ancora indeciso e il cuore mi batte più forte proprio perché sono indeciso e non so cosa fare adesso che la questione si è proposta a me in tali inaspettate vesti che non riesco, proprio non riesco a decidere e le possibilità son quelle o forse di più non lo so e la testa mi scoppia anche se forse potrà essere un’implosione piuttosto ma non lo so. Woof. Respiro. Allora credo ormai che la dovrei tirare in breve. È che davvero mi sembra che poi possiate pensare che uno possa pensare che sia tutto facile, e allora mi verrebbe da chiedervi se ne vogliamo veramente parlare, mettendo un accento su quel veramente perché qui, a sentire i discorsi intorno, sembra che sia tutto facile, e invece no, invece no!, vi ripeto. E allora eccolo, e io ve lo dirò, oh sì, ve lo dirò, perché sono bloccato qui, e non riesco a muovermi neanche per un centimetro una parte, neppure piccola, del mio corpo magro consumato ormai dagli occhi scavati dal tempo di queste nuvole grige come il trapano che non è attaccato alla corrente, eccolo sì, il problema che attanaglia come una tenaglia le sinapsi neuronali e a volte anche le taglia: e io sono qui a questo bar seduto fuori ormai da un’ora con un pacchetto di sigarette confezionate perfette sul tavolino plasticoso blu davanti a destra mentre a sinistra ci sta il tabacco i filtri le cartine per una rollata perfetta e in tasca l’accendino e quindi, ecco la questione: no perché poi uno pensa che sia tutto facile, fra un caffè e una sigaretta, ma ne vogliamo parlare?

Dico: scegliere quale sigaretta?

postato da: unpoapolide alle ore 20:00 | link | commenti (4)
categorie: racconti, letteratura, tempo, pelle, lettura, blake, cohen, frammenti/assenze
30/04/2008

Credo che quando avrò finito di postare queste cose. Queste cose vecchie.
Qui.
Avrò finito.
Non chiuderò.
Lascerò qui quello che c'è.
E quello che non c'è.
E niente.

p.s. il racconto La macchia di Manuela, sul suo (e di lui, e) blog, esattamente

QUI


consiglio di leggerli, i loro racconti. e tutto il resto. grande blog!
postato da: unpoapolide alle ore 19:09 | link | commenti (3)
categorie: italia, donne, racconti, vita, letteratura, silenzi, lettura, morte, dubbi, fine
16/04/2008

avevo cominciato un post, lungo, lungo. ma proprio non è periodo.
però avevo dato la mia parola a spic (e span??? ;-).
quindi ecco la mia lista di

COSE SENZA IMPORTANZA

1. leggere
2. scrivere
3. dare il proprio tempo alle altre persone
4. essere onesti
5. etica
6. morale
7. credere che esista la politica (vedi etimo)
8. leggere
9. scrivere
10. vivere

;-)

non mi va di passarlo ad altri, però, scusate.
vabbé.

passerà (con l'accento, era una canzone di un sanremo....)
ciao a tutti/e
28/03/2008


uhm. ancora sono lontano. vabbé. comunque. volevo dire due parole su questa canzone. è, ovvio, una menzogna, non sono così "feliz", ma mi piace, la canzone, perché è sussurrata, e c'è poi il finale, che fa

y quiero que me perdonen
por este día
los muertos de mi felicidad.

e mi sembra. e basta.
ho anche pensato che uno deve provarci.
e ringraziando chi passa di qua, chi lascia tracce di sé e chi no, vi lascio due link, che rimandano ad altre cose che ho scritto, negli ultimi 4 anni.
il primo è
questo
ed è stata casa, sul serio, per tutto il tempo che ci ho passato. persone splendide e dannatamente in gamba, da farti vergognare, e da onorarti del fatto di essere a contatto con loro ogni giorno, seppur via mail, un nutrimento fondamentale. nei numeri della rivista ci sono racconti e brevi saggi o, che valgono la pena di aspettare che il vostro computer li scarichi. davvero.
il secondo è
questo
vi mando alla mia pagina del sito, dove ci sono i link ai vari pezzi che ho scritto lì. anche questo un luogo importante di confronto, di persone appassionate e competenti, dove trovare un sacco di recensioni (ben più di 2000!) ed idee per viaggiare su sentieri musicali e letterari, e scientifici, e, magari non troppo battuti, angoli diversi da cui considerare quel che c'è intorno.

e finisco così.
buoni ascolti, buone letture, buona giornata.
21/03/2008

Post uhm (per rimanere nel dubbio, questa frase è per d.)

Ieri sera, a Firenze, in un posto, è stata presentata la cosa che ho detto qua sotto. C'era davvero molta gente, ed io per arrivarci ho sbagliato strada, a piedi. Ho sbagliato ponte. Sapete, ero un po' nervoso. Poi ero da solo, per il momento, ma soprattutto avevo il lettore mp3 acceso, ed io ho questa cosa, che se ascolto la musica per ascoltare la musica, e non come sottofondo, tutto svanisce, puf! Seguo le parole, la melodia, e non i miei piedi. Vabbé. E mentre ci stavo andando, in questo posto, mi sono ricordato che tre anni fa, una volta la settimana, ci andavo. Mi trovavo con dei ragazzi lì, il che rende il fatto che abbia sbagliato strada ancora più idiota, ai miei occhi. Perché ci andavo? Una mia amica mi aveva detto di questa associazione, che stavano mettendo su un progetto, che avrebbero dovuto scrivere delle sceneggiature per dei cortometraggi da realizzare, e siccome due anni prima avevo seguito un corso di scrittura teatrale (che allora non era importante come, sembra, adesso. non era così importante nonostante il nome direttore, e tanto che non ci venne dato neppure, non so, un semplice foglio con scritto, ehi! hai partecipato!) pensava gli potessi dare una mano. "La costruzione del personaggio". Ahahah! Io. Però mi divertiva l'idea di andare da delle persone che non conoscevo e fingere di spiegargli qualcosa di sensato con in testa Mamet qualcosaltro. Il fatto è che la teoria, per fortuna mia, è più semplice della pratica. Spiegare "come fare" più semplice che "farlo". Quindi, per farla breve, andò bene, ed ogni lunedì andavo lì cercando di stare bene, e stavo bene. Tenevo il resto della mia vita fuori da quel posto, quindi andava bene. Il fatto è che quando le persone si conoscono, poi non puoi più fare finta di niente. Ed io mi trovo in imbarazzo, al solito. Insomma si fece tutti un bel lavoro, credo, e loro si trovarono per realizzare i cortometraggi, ma io non andai a vederne la realizzazione, né successivamente quando mi è capitato di ritrovare i due organizzatori, nonostante la promessa di sentirli, di vedersi, di avere il dvd con i corti e tutto quanto, poi non l'ho mai fatto. Mea culpa. Che li avrei rivisti, e che gli avrei detto? Come va? Bene? Mah. Tornando a ieri sera, mi ha fatto rivenire in mente le loro facce, e quelle serate, quel posto. Quindi ho ascoltato mad world, e poi gli smashing, perché dovevo rilassarmi. Ho visto persone, capito chi erano, e mi sono detto, ora vado lì e mi presento. Anzi, aspetto un po'. Mi sentivo un pesce fuor d'acqua. Ho preso in mano il volume e guardato a che punto ero. Così, se era vero che c'ero. Poi sono uscito. Chiamate. Di M. E una di F che non ho fatto in tempo a prendere. Il campo da calcetto. I giochi dei bimbi. Le pause sigarette lì fuori. L'interno dello stanzone cambiato, non so se per l'occasione, o sempre. C'era un tavolo, anche due, su cui ci mettevamo, e le sedie di plastica, e i fogli con le bozze, con le prime idee, con tutti i tentativi di scrivere qualcosa di realizzabile, in modo semplice e incisivo. Sono contento di averli ricordati. Ogni tanto lo faccio, e me li immagino adesso. Dei grandi. E delle grandi. Certe sere che si arrivava prima di chi aveva le chiavi. Certe sere rimaste a bere qualcosa, dopo, ad un pub, parlando di. Comunque. Dicevo di ieri sera. Atmosfera gioviale. L'editore ed il curatore riconoscibilissimi. Nonostante. E quell'altro tipo che ha lasciato un commento, no, non ci siamo presentati. Volevo farlo, eh, sei anche venuto ad un certo punto accanto a me, mentre Perrone e Ametrano parlavano, ma mi son detto, "dopo", e com'è ovvio il dopo non è arrivato. Poi non ero sicurissimo fino a quando, alla fine, non avete parlato. Così ho fatto anche una comunicazione personale, ecco. E Massi, c'ero, sì. C'era anche uno zaino jolly black, mio. Non tutti i nomi, così, mi erano ignoti.
Poi per fortuna è arrivato F, quindi M, che ha lavorato fino a tardi anche ieri sera, e che ha cenato solo dopo con un panino ed una birra in piazza Santo Spirito. Mi sono un po' snervosito. Chi ha parlato ha detto cose interessanti, che non devo aver capito fino in fondo. Però la cosa della sequenza degli oggetti nel volume che ha scelto il curatore mi ha incuriosito, ed il fatto di essere, come numero di pagine, a metà, mi ha fatto sorridere. Grazie.
La prossima volta, vedrò di dire il mio nome a qualcuno, eh. Magari due parole.
Di vino, no, anch'io bevuto un solo bicchiere. Era una cosa sulla qualità, non sulla quantità, eh. In somma, sono stato bene, considerato tutto.
Soprattutto tornando verso casa, in macchina, sapendo che fuori c'era una zizzola, e dentro invece caldo, e lei.
Ciao.

ndr

p.s. per Valina, dovrebbe, verso la fine. Metamorfosi?!
per Massi e NellaVasca: alla prossima, vedrò di essere meno dubbioso, prometto.

il racconto è dedicato a Tristan Egolf, a Ian Curtis, a chi conosco e sa perché (vedesi sottotitolo), a un po' di persone, in somma, da cui ho preso, uhm, idee, frasi (di canzoni, Ian), con cui sono in debito, ecco. spero di averne restituito almeno parte.

aggiornamento: stavo dimenticando una cosa: e non va bene.
Alda Merini.
Un pensiero.
Leggetela.