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18/07/2008

Dunque.
"Spuumeggiante! Direbbe così, credo, the Mask, per definire questo libro.
.....
Si parla di libri, di galline, di invenzioni, di cronopios, famas, esperanzas, di Verne, di svitati, di Lezama Lima, di jazz, di Teodoro W. Adorno (il gatto di Cortázar), dell’Argentina, di Gardel (commerciale e non), di grammofoni, di Borges, di Kafka, di Jack lo Squartatore, del peso occidentale, di più o meno qualunque cosa in qualunque forma, di mani che ti vengono a trovare la sera, ma poi si offendono, e di scrittori che non vinceranno mai un concorso ma se lo meriterebbero, di mondi che si affacciano e fanno “bau!” e poi via, ma anche no.

Per dire
“Cado e mi rialzo” è un breve brano a pagina 63-63:
“Nessuno può mettere in dubbio che le cose ricadano. Un signore si ammala e, un mercoledì, all’improvviso ha una ricaduta. Una matita sul tavolo ricade di continuo. E le donne, come ricadono! In teoria a nulla o a nessuno verrebbe in mente di ricadere ma si è comunque soggetti a farlo, soprattutto perché si ricade senza averne coscienza, si ricade come se non fosse mai successo prima.
[…]
Contro tutto ciò si impone pazientemente la riabilitazione.
[…]
Come riabilitarci, dunque, se magari non siamo ancora ricaduti e la riabilitazione ci trova già riabilitati?”

dal pezzo su lankelot:

Il giro del giorno in ottanta mondi, di Julio Cortázar

quindi...

“Davanti a uno degli hotel più grandhotel del mondo, un giovinetto aveva l’abitudine di sedere su una panchina che, quando la luce batteva in un certo modo, brillava come l’oro.
Il giovane, che non poteva avere più di quindici anni, dava l’impressione di non essere legato a niente e a nessuno al mondo, e perfino la sua ostinata attesa sulla panchina sembrava non avesse alcun senso, dal momento che raramente lo si vedeva parlare con qualcuno, e c’era qualcosa nel suo aspetto così elegante e immacolato che scoraggiava perfino chi, incuriosito dalla sua solitudine, avrebbe voluto avvicinarlo. Prima di tutto era molto probabile che fosse uno straniero e che non parlasse nemmeno l’inglese, e poi la sua espressione d’attesa era così intensa che nessuno si sentiva d’intervenire. Era evidente che aspettava qualcuno.
Mr Cox, che era l’astrologo più famoso del suo tempo…” (pag. 3)

"Malcolm non è molto intelligente. Malcolm non sa come comportarsi. Non conosce il significato delle parole. Malcolm è fermo, ma è intorno a lui che tutti cominciano a muoversi. Malcolm è una calamita. Malcolm è un detonatore di situazioni. Malcolm è uno sguardo ingenuo, sincero, inconsapevole, vergine, innocente.
Malcolm è l’inaspettato ospite che giunge a casa vostra, e vi costringe a fare i conti con voi stessi."

dal pezzo (indovinate dove? su lankelot!) riguardante

Malcolm, di James Purdy

ed infine, ovviamente, si continua...


Intro

The New york times review of book l'ha definito - Agghiacciante- , Bret Easton Ellis - Il più grande racconto dell'era mesozoica ambientato nel futuro- , David Foster Wallace - Una scrittura che toglie il respiro anche all'ipotenusa- , Niccolò Ammanniti - Un thriller che ti tiene col fiato sospeso fino a che non muori anche tu, e infatti sono morto- , Giorgio Faletti - Una cagata! ma chi è questo deficiente? minchia che schifo, signor tenente...- , Tolstoj - Avrei voluto avere lo stesso dono di sintesi- e via così...

tanto che i saluti ve li faccio ora, casomai non arrivaste a leggerne la fine per conati di vomito impellenti.


IL MOCASSINO


Questo è uno sproloquio. Quindi qualsiasi obiezione è bandita e la lascio pure senza pistole perché una donna con la pistola è più pericolosa di un uomo con la pistola; l’avete visto - Pronti a morire?- , di Sam Raimi con Sharon Stone, Leo Di Caprio, Gene Hackman e bla bla bla? E se ci fosse Gian Maria Volontè potrebbe dire - Quando un uomo con la pistola incontra una donna con la pistola, l’uomo con la pistola è un uomo morto- . Per questo alla bandita gli tolgo tutte le armi, e poco importa che non abbia senso visto che le armi delle donne non sono di quel tipo lì.

Una telefonata alle dieci di sera, o giù di lì. Mi stavo giusto guardando la nuova serie di cartoni su Mtv, quella sui lupi, Wolf’s rain, e lo so voi state già pensando - Ma quanta tv guarda questo qui?- Ma saranno fatti miei! E insomma mi stavo guardando, seduto in poltrona, cioè stravaccato in poltrona, con la schiena al posto del culo e il culo giustappena fuori, il cellulare sul tavolino accanto, più in alto della mia testa, pronto all’uso che stasera mi pare una buonasera per msgiare, vicino al telecomando nei rari momenti che lo poggiavo e non me lo tenevo semitranquillo sulla pancia, mi stavo guardando questo cartone che narra di un tempo futuro in cui i lupi sono creduti estinti e chi non li crede estinti li caccia, e loro per poter sopravvivere hanno il potere di ingannare la vista degli uomini e così di apparire umani anche loro e infatti alcuni vivono tra noi. Ah, si stava proprio bene. - Non sei veramente fregato fin quando avrai una buona storia da raccontare- , a meno che tu non sia Baricco…come ti chiami? No, guarda, proprio no, hai giusto le iniziali uguali, ma per il resto…leggiti! Però in effetti nelle tue storie non c’è niente, zero, anzi meno di zero, così cito anche Bret Easton Ellis che non ho mai letto, ma regalato. Appena ieri leggevo un articolo riguardo le - Introduzioni a…- , che proliferano nelle librerie, introduzione a questo, a quello, alla cucina thailandese (il tabacco lo cito in un altro racconto, ah!) e il tipo scriveva che si leggono meno le fonti dirette, perché adesso bisogna esservi prima introdotti da qualcun altro-qualcosaltro, perché le cose sono diventate troppo difficili…e se ci pensiamo, è anche un problema scolastico. Di qualità dell’insegnamento, dovuto alle capacità o incapacità degli insegnanti ma anche all’ambiente di lavoro in cui operano, forse uno dei meno…ma invece di criticare, proponi! Allora, se non sai leggere e scrivere, inutile il corso di computer, per esempio.

Questo discorso sulla scuola proprio non ci voleva, io avevo intenzione di scrivere della telefonata di ieri sera! Perché è stata una bella telefonata, sapete, soprattutto gli ultimi dieci minuti, dalle undici alle undici e dieci, quando abbiamo iniziato i saluti. Era un mio amico del liceo, e del dopo liceo, e di ora, insomma un mio amico, Tommy, con la ipsilon, che fa tanto ameriga anche se mai a noi che lo chiamiamo così ci era mai, proprio mai venuto in mente che facesse tanto ameriga scriverlo con la ipsilon e ci sembrava solamente carino, anche per consumare più inchiostro che con solo una i, che certo le ragazze poi ci fanno il cuoricino sopra ed è tutta un’altra storia ma noi maschi cavolo se vogliamo finire la penna che ci ha comprato mamma all’ipercoop e che fa tanto un po’ schifo non ci rimane che scrivere la ipsilon alla fine di Tommy che è uno dei nostri migliori amici, e che fa architettura e un sacco di altre cose, un ragazzo in gamba che aiuta tutti, infatti non si è ancora laureato per quello, aiuta quello per la tesi, poi quella, poi di lì poi di là, poi lavora in uno studio e contribuisce al progetto di una stazione (Arezzo, una parte…destra? Sinistra? Forse…centro, chissà) poi sta dietro a persone che gli mandano rotoli di roba da leggere, insomma un gran bravo ragazzo. Nel pomeriggio gli avevo chiesto se aveva voglia di uscire, lui aveva risposto di sentirci più tardi, quando sarebbe tornato a casa. Così ecco mi telefona alle circa ventidue di ieri sera e però non abbiamo parlato di uscire, ma semplicemente parlato chiacchierato e i primi dieci minuti li ho trovati davvero pesanti e guardavo l’orologio in continuazione, pensavo che cavolo, non esco e non guardo neppure la tv e mi tocca così tenere acceso il cervello mentre adesso poteva starsene delicatamente staccato davanti allo schermo; poi però la discussione è diventata un po’ più interessante fino a toccare il culmine ad una delle sue battute che l’hanno reso famoso da questa parte dell’Atlantico e oltre, anche sul Mediterraneo, e insomma ovunque: lui non si ricordava il nostro appuntamento del 20/10/2010 alle 20 e 10, pensava fosse alle 22 e 22, ma dico, ci si può imbrogliare su una cosa del genere? Così gli ho detto che noi (l’appuntamento è a tre), dico, noi e cioè il più grande scrittore del mondo e il più grande pianista del mondo che avevamo fatto i salti mortali per essere lì a quella data ora in quella data, non l’avremmo aspettato, tanto più per 2 ore e 12 minuti, lui povero architetto…dei miei stivali, ha concluso lui. Appunto. Così siamo passati ad una discussione sulle scarpe, e una mia amica una volta aveva avuto da ridire sulle mie scarpe perché erano da montagna e noi invece eravamo in città (lei aveva i Doc Martens, agghindati con campanellini e fiorellini) e la cosa non era ben abbinata e in generale lei in quel periodo voleva rifarmi il look perché il mio fa schifo ed è invisibile, ma non è questo il punto della discussione di ieri sera; è che insomma ci mettiamo a parlare di scarpe, e io gli chiedo quali sono le scarpe da città, che a pensarci bene, ad esempio le scarpe da ginnastica non sono da città, sono da ginnastica appunto e non sono nate per la normale vita cittadina (anche se il percorso marciapedico – si dice? – urbano è proprio una corsa ad ostacoli), e poi allora anche le scarpe troppo eleganti sono sempre appunto troppo eleganti e allora tutti gli anfibi che si vedono in giro? Non mi si venga a dire che sono scarpe da città. Io conosco scarpe da caffè. Notare queste parole - Io conosco scarpe da caffè- , perché se tutto il resto in questo sproloquio è inventato queste parole non lo sono, sono quelle precise esatte che ha usato lui durante la conversazione telefonica di ieri sera. Scarpe da caffè? Faccio io. Sì, il mocassino. Il mocassino? Adesso riscriverò queste battute utilizzando un piccolo aiuto grafico per permettervi di capire: Scarpe da caffè? Faccio io. Sì, il mokassino. Il mocassino? Il moka-ssino.

postato da: unpoapolide alle ore 11:12 | link | commenti (3)
categorie: letteratura, lettura, cortazar, frammenti/assenze, purdy