CARA COMPAGNA
Cara Anna, compagna,
nei nostri capelli si riflettono le rughe dei nostri volti, la pelle più simile a cuoio, e questa neve non gela, ma è custode come quelle valigette ospedaliere per organi che si vedono nei telefilm fiction o come li chiamano, insomma alla tv. Ti sento respirare calma e quieta nel letto, almeno questa notte, per questa notte. La finestra ci disegna giovani inconsapevoli persi in profumi che diventano sempre più forti a stordire, eccitare travolgere per quei quindici passi che ci separano. Non c’era, non c’è mai stato bisogno dei sensi, di vedersi toccarsi sentirsi annusarsi parlarsi, abbiamo sempre saputo. Semmai, il sesto senso.
Quello che ci faceva e fa percepire i pensieri, le sensazioni, le emozioni, l’uno dell’altra. Per questo lo sto per fare, per questo ti sto scrivendo questa lettera. Tu già lo sai. Anche se ho cercato di fare in modo che non te ne accorgessi, di tutto quello che stava accadendo, perché non volevo farti soffrire oltre. La malattia ti sta divorando, lentamente, come fa il boa con le sue prede, avviluppandole nelle spire e ingerendole, intere. E io non posso fare niente, niente oltre a vederti, sentirti, toccarti, morire. A volte pensiamo alla morte come qualcosa di così, così intangibile, quasi come a un soffio che prima o poi spira su tutti gli esseri viventi. Invece la morte si tocca, con i polpastrelli, le mani, se ne saggia la consistenza, sempre più forte e inarrestabile. Se mi guardo indietro vedo quanto sono stato fortunato a poter passare la maggior parte della mia vita al tuo fianco, e quanto siamo stati aiutati dalla dea bendata nel tirar su i nostri figli, con tutte le difficoltà che abbiamo passato. Marta fu inaspettata, la prima, non ci pensavamo proprio ad una figlia e anzi era un periodo in cui le cose tra noi non funzionavano granché bene, per via dei miei che ci mettevano il bastone tra le ruote ogni secondo, dei lavori che non riuscivamo ad ottenere per più di tre mesi consecutivi e tutto il resto. Lo sai. Accadde, e fu una benedizione. Non ho mai smesso di ringraziare Dio per questo, per lei. Quante discussioni sul tenerla o meno, fino a che non la vedemmo. Non sentimmo il battito del suo cuore. Ci unì per sempre. Ce ne accorgemmo subito, che da quel momento le cose sarebbero state diverse, passeggiare per strada, lavorare, tornare a casa la sera, la vita non ci avrebbe diviso, la vita non divide, ma unisce, tiene insieme le persone nonostante tutto. La vita di Marta. Ci sposammo dopo tre anni, con lei che ci guardava e faceva da testimone. Ci ha dato forza fino ad oggi, insieme a Giorgio. Eravamo ad un concerto quando ti presero le doglie. Pazzi noi ad andarci, ma era uno degli ultimi di George Pretre e volevi che Marta e il piccolo lo sentissero, mentre dirigeva Rapsodia in blu di Gershwin e il Bolero di Ravel, ipnotico. Era stata la nostra prima uscita insieme, anni prima, e non si poteva - assolutamente perdere l’occasione di farlo sentire anche a loro!- . Fu un evento, in ogni senso. Il direttore venne poi anche all’ospedale, dopo il concerto, con tutta la sua verve e disponibilità, divertito e non infastidito dal fatto di essere stato disturbato dal viavai improvviso all’interno del teatro. O comunque, anche se la cosa gli avesse dato noia, noi non lo notammo. Ci fece i complimenti, e così chiamammo Giorgio Giorgio. Nome che gli ha portato fortuna, i suoi concerti sono apprezzati. Certo, più all’estero che qua e così vive lontano da noi, ma va bene. Il meglio. A scriverla, questa storia del nome, pare proprio presa da un film. Marta invece se n’è rimasta vicino, e ci viene a trovare ogni giorno e a volte dorme pure qua. Fa troppo. Troppo per noi. Ha sempre fatto tutto, per noi. Ci ha unito con la sua nascita, e fatto scoprire cose che neppure immaginavamo avremmo adorato. Viene e ci guarda, i suoi genitori, e tu che lenta ti spengi, e che hai voluto tornare in questa casa, nella tua casa, nel tuo letto. Da un momento all’altro, da un momento all’altro. E cosa potrei fare ancora io senza di te? Oramai, non è che manchi più tanto pure a me. Già ora non vivo che nei ricordi, nei ricordi nostri, e quelli neppure la morte ce li porterà via, quelli li terremo sempre con noi. Anche lassù, perché ci andremo insieme, lassù, troppo forte e stretto e unico il nostro abbraccio per essere diviso. Vedi allora che quello che sto per fare non è sbagliato. Loro capiranno, e capiranno perché scrivo a te e non a loro due. Sono intelligenti, in gamba, e con dei difetti. Sono nostri figli, unione e frutto del nostro sangue. Cos’altro da dirgli, li abbiamo fatti. E cresciuti. Speriamo bene, nonostante i nostri difetti, e tutto il resto. Ma sembra proprio di sì, non ti pare? Quanto siamo fieri di loro, contenti di quello che fanno, delle loro vite, famiglie, se non se ne sono accorti allora siamo stati cattivi. Avremmo potuto fare di più, e chi non avrebbe potuto? Adesso però i rimpianti contano poco, e non potremmo averne meno, adesso rimane da fare solo una cosa. In un sol colpo. Lo sai.
A voi due, vi amiamo.
Noi due, Anna e Marco