TI RITROVI AD ATTENDERE
Ti ritrovi ad attendere, né più né meno, e non vuoi sapere nemmeno tu cosa stai aspettando, perché invero lo sai e fingi, piccolo essere che non sei altro, fingi di non saperlo di modo che, quando non accadrà, non ti faccia troppo male. Te ne stai lì a rigirarti le dita sulla tastiera del computer, fingendo anche stavolta che sia quella della vecchia Olivetti grigia e rotta che se ne sta su in soffitta al suo tavolinetto coordinato metallico. Se ricordassi bene, sapresti che la tua vita è una sola, lunga per quanto breve, ininterrotta parata di finzioni. Finzioni, che non hai mai letto, per giunta. Non hai mai letto perché i tuoi occhi non sono quegli occhi, le tue mani non sono quelle mani, i tuoi polpastrelli non sono quei polpastrelli, le tue gambe non sono quelle gambe, i tuoi piedi non sono quei piedi, neppure il tuo cazzo è quel cazzo, e il tuo naso non è quel naso, e tu non sei quello che. O tu non hai quello che. Forse, tu non sei e tu non hai, ed è tutto qua, semplice com’è semplice che da una scossa della crosta terrestre si dipani un’onda che miete vittime tra le persone come la trebbiatrice tra le spighe. Il Silenzio, lui, ti osserva dalla sua poltrona privilegiata, pagata cara quanto non si può pensare, e ha la monetina pronta da lanciare alla minima arrabbiatura e lui farà centro, oh sì, farà proprio centro. Frattanto, la pioggia promette di fare un lago della pozzanghera di stamattina; il cane ha di nuovo fame, o meglio ha sempre fame, perché chi lo sa se domani avrà ancora qualcosa da mettere sotto i denti? Lui no di certo, e noi che siamo così sicuri sarebbe forse un bene non lo fossimo; il pesce rosso nuota e sta bene, sembra, mai capito quando un pesce rosso sta male, ma questo è un mio fallo, sicuro; il frigo è pieno e risente del periodo di festa, mille odori vi si intrecciano, tarpati dalla temperatura; la porta è accostata quasi chiusa, ferma con la maniglia lucente parallela al pavimento; l’aquila qua sopra, sul soffitto, ha il suo mazzo di fiori tra gli artigli e non lo lascerà mai, le ali spiegate in un cielo rosa e azzurro e nuvole, il becco ricurvo aperto nel suo grido muto, fa un po’ effetto, ma non è poi così bella, quest’aquila; la gigantografia di mio fratello Luca sopra il suo letto, il suo volto di bambino riccioluto che sorride al mare; un’altra foto, dell’estate appena trascorsa, delle sue vacanze giù in Maremma, laghetto e giallo, verde e rosso di sterpi e alberi riflessi; libri e cd, le casse dello stereo silenziose adesso, frutto di una moto, di una caduta involontaria senza conseguenze per me, e straordinaria perché senza conseguenze; ecco più o meno cosa, frattanto. Il Mississippi, o con una solo p, non lo eguaglierai mai, e lo sapevi, come sapevi per cosa era l’attesa, e come sapevi che la farai durare più a lungo di quanto avresti voluto solo per dare una specie di speranza alla stessa speranza, o desiderio.
Così eccoti di nuovo qua, ad aspettare cosa non vorresti sapere, ed è già passato un giorno e molte cose sono cambiate mentre altre sono rimaste le stesse: il cielo fuori, ad esempio, è riuscito a mettersi di nuovo l’abito grigio, ma di una tonalità diversa, risentendo ancora del fugace sole mattuttino con le sue illusioni lucenti; le casse dello stereo adesso suonano Duke Ellington, un’aurora borealis che sta finendo, sfumando come i suoi colori tremuli, ed ecco che arriva una nameless hour che ti rende il crepitio del tuo fuoco attorno a; la stanza è sempre quella con l’aquila che osserva dall’alto e le fotografie di fronte, ma un giornale sul solo letto che vedi segna la distanza da ieri e la tua bravura nel dilatare ciò che sai. Arriverà, quel momento, in cui non potrai più rimandare e la tua stessa proroga si rivelerà inutile, o meglio ti svelerà l’inutilità del tuo arrabattarti, del tuo sforzarti di vedere le cose non come sono, ma come vorresti fossero, cosa peraltro comune di questi tempi anche a persone che si suppone di ben altra importanza che non la tua; nonostante tutto ciò questa palude in cui sei infrattato ancora ti nasconde, e non sai più se ci resti perché vuoi o perché non ti lascia uscire, ti chiedi se incontrerai mai qualcuno da queste parti oltre te stesso, ma forse nemmeno ti incontrerai, o farai vista di non vederti. Sentirai una voce, ma non risponderai né la seguirai fingendone l’incomprensibilità, come al solito. Per una volta potresti anche guardare, invece di immaginare, che il valpolicella sia proprio per te.
RICORDI NEURO
Non ho una gran memoria, non vi saprei dire con esattezza neppure se ci fossero finestre, e se c'erano erano alte, verso il soffitto, perché sapete, quando si entrava lì ci levavano tutte le cose con il quale in teoria ci saremmo potuti far male, come il rasoio e le lamette per rasarsi, l'unico periodo del militare in cui, per forza, non ti dovevi radere. La barba che cresceva, poco e rada, la mia, e ad altri di più. Una delle cose che più mi diverte ripensando a quei giorni è come noi, noi che ci abbiamo passato più giorni, che ci abbiamo passato il weekend, là dentro quel corridoio, con le camere, di quattro, cinque letti singoli, tutte sul lato destro, e il bagno in fondo e da cui non potevamo uscire tranne che per le visite dai dottori e al momento della dimissione, ecco, noi eravamo quelli in attesa di farsi esami anche che non avevano nulla a che vedere con i motivi per cui uno pensa che qualcuno sia finito alla famigerata Neuro dell'ospedale militare di Padova. Un ragazzo, la prima volta che ci sono stato, era lì semplicemente perché nel reparto in cui sarebbe dovuto andare non c'era al momento posto, e infatti quando sono tornato la seconda volta seppi che era stato trasferito. Eravamo pochi a rimanere più di un giorno lì dentro, la maggior parte facevano una visitina di un giorno, tutt'alpiù, tutti ragazzi del meridione che si volevano far mandare a casa, per ansia, così poi scrivevano i medici, più o meno, sulle licenze di quindici, trenta, quaranta giorni, che poi alla fine del servizio alcuni sfortunati avrebbero potuto dover recuperare. Perché oltre i quindici giorni di licenza medica a casa, gli altri, se non ti riformavano, te li facevi in più in caserma oltre la data del tuo previsto congedo, con la tristezza di veder i tuoi compagni, amici di scaglione, andarsene e tornare a casa prima di te. Noi ce ne stavamo lì, chiacchierando di quello che avevamo passato, dei posti in cui eravamo, di come si mangiava, delle leggende che aleggiavano su quei luoghi: l'Inferno Giallo di Feltre, il 7° Alpini, l'Inferno Bianco di Cormons, 82° fanteria meccanizzata, Torino, brigata Ariete, poi seppi di un Inferno Verde, ma non ricordo dove, e c'era un ragazzo del Genio, che poi riformarono per tutt'altri motivi rispetto a quelli per cui si trovava lì. Lui non ci pensava ad esser riformato, ma un ufficiale medico lo vide tremare una volta, come si trema tutti, e gli chiese se voleva essere riformato. Lui ci pensò su, visto tutti i discorsi che giravano intorno all'essere riformati dalla Neuro, che poi sei segnato a vita, che poi ti schedano qui e là e non puoi fare questo o quello eccetera. Ore a parlare di questo, e d'altronde cos'altro potevamo fare? Non potevamo uscire da quel corridoio. Alla fine accettò e venne riformato, era quello del Genio. Si era fatto tre mesi, e il periodo più duro l'aveva passato, quello delle marce da mane a sera, del freddo e dei controlli con i guanti bianchi o le schede telefoniche per vedere se il volto era ben rasato alla mattina, della passata con i guanti sotto agli armadietti alla sera da cui tirar fuori chili di polvere e prendere giorni di consegna (maledetti, all'inizio pulivamo il pavimento, non certo il sotto dell'armadietto) e le molle delle brande e dovevi sperare che non ce l'avessero con te, e le domande su chi era nostro superiore, dal capocamera al Presidente della Repubblica, e sapere i gradi di ufficiali e sottufficiali, e la storia del reggimento, e. Tutte cose che uno poi toglie dal cervello, o meglio le mette in un angolo. Una stella, due stelle, tre stelle, torre e stella, torre e due stelle, e via fino alle greche dei generali. Beretta calibro 7 e 62, semiautomatico, colpo singolo, raffica da tre, raffica. Quello del 7° Feltre raccontava che lui aveva una piuma, una di quelle vere, da alpino, che ora non davano più, le davano fac-simile, in pratica. Ci raccontava delle flessioni alla sera in camera durante le ultime ispezioni prima del silenzio. Alla Neuro, poi arrivò un aviere, era di Padova e faceva il servizio a Padova, che culo. Cioè, un po' culo e un po' il fatto che, siccome gli avieri potevano scegliersi la destinazione, una volta finito il car a...a Trapani, oddio, aveva indicato due caserme della provincia di Padova, anche se in teoria non avrebbe potuto. Ma gli era andata bene, meglio per lui. Un giorno venne la sua ragazza a trovarlo, e gliel'avevo detto di non portarla lì, e chiedere se poteva uscire dal corridoio visto che c'era lei, e non perché fossimo dei mostri, ma essendo il luogo abbastanza triste, insomma, e poi dei militari, chiusi in un ospedale...beh, quando arrivò sembrava un angelo, davvero era un angelo, e come si poteva non guardarla? E lei era imbarazzata, giustamente. Comunque per un attimo ce la presentò, poi fece la cosa migliore, uscì di lì con lei. Le finestre c'erano, sapete, c'erano proprio, e si vedeva la caserma dove stava l'aviere. Strano come prima non mi fosse venuto in mente, sarà che si guardava poco fuori, che prendeva un po' malinconia di fronte a tutte quelle luci e a te che con i tuoi abiti da Neuro, giacca, pantaloni, cintola con cui chiudersi, di lana marrone, poco più leggera della coperta del letto. Ma era lana? Grezza, e si stava sempre solo con i pantaloni, a parte quando si usciva, raramente. E se ci facevano uscire, non per tanto e a gruppi. Però ci si divertì, nel weekend, con l'infermiere, anche lui di naja, mi sembra Matteo, o Mattia, un tipo simpatico, rossiccio, col pizzetto (ah, loro potevano permettersi di tenerlo, da noi in caserma facevano delle storie, anche ai nonni certe volte) e che per il sabato e la domenica si fece portare due cassette da vedere, eh sì, avevamo il televisore e il videoregistratore, ma l'usammo solo in quella occasione, dico, il videoregistratore. Fu allora che vidi il mio primo film di Michael Haneke, la prima sera, Funny Games, da cui ho ripreso il finale per un racconto, o meglio, nel racconto ho citato il film, anche se con effetti e intenzioni del tutto diverse. Un film che lì per lì non piacque molto, parecchio duro, però in verità non era male, e il finale ci fece rimanere tutti così. Una cosa inaspettata il ragazzo che tira fuori un telecomando per il videoregistratore e manda indietro le scene del film per poter fare in modo che finisca peggio di quanto stava finendo. La domenica sera invece fu la volta di Sleepers, lunghissimo, e infatti il Capitano passato a vedere che si faceva...beh, alla fine ci accordò di poterlo guardare tutto. Mi ricordo una notte una telefonata a casa, era buio, e fuori un groviglio bitorzoluto di luci immobili, mobili, semimobili. Notte, poi, saranno state le nove. Poi scrivevo lettere, a persone che abitavano i miei sogni, molto gentili con me, riuscivano a sopportarmi nonostante tutto. Una cosa scritta per divertimento...
DATEMI UN VALIUM
Datemi un Valium,
che ne ho bisogno,
datemi un Valium
sennò non sogno.
Non voglio altro,
fatevi in quattro,
un Valium solo
e spicco il volo.
Datemi un Valium,
che sto sclerando,
datemi un Valium
o me ne vo pisciando.
Che bello vivere,
che bello ridere
con il mio Valium
non posso piangere.
Non sai che vita,
con il mio Valium,
la noia è finita
ed io dormirò.
Datemi un Valium,
che ne ho bisogno,
datemi un Valium
sennò non sogno,
un Valium ancora
che bella storia
un Valium solo
e spicco il volo.
tutto un gioco, però divertente. Le nostre facce, più o meno bianche con sprazzi di barba, i nostri pranzi e cene e colazioni portate dalle suore. Non si mangiava male, direi. A volte meglio, altre meno. Come succede sempre nelle mense. Ci passammo più di dieci giorni, eravamo dei nonni, lì in quel corridoio, a dispetto del nostro scaglione. Chi ci è tornato un paio di volte, chi di più, così siamo diventati nonni. Per modo di dire, naturalmente. Ci divertivamo però, ci sono stato sedici giorni e tu? io undici, ma ho la risonanza a fine settimana, eh, allora anche tu ti fai più di due settimane qua, già, io quando sono arrivato pensavo che avessero già prenotato l'esame e invece...il mio esame del sangue è andato male, me lo devono rifare, io ho qualche linea di febbre, mi hanno consigliato di rimanere qua, e volevo andare a casa per un paio di giorni, domani mi operano, ah, finalmente, eh sì, ehi, la tua ragazza è proprio bella, già, mi ha detto che ha avuto un po' paura dei vostri sguardi, no, ma gliel'ho detto che non c'era niente di male, ma sapete, più che altro era il nome che la inquietava, e poi questo corridoio, che si fa un labirinto per arrivarci, eh già, era proprio un angelo, sei fortunato. E via così, e via così.
