Un po' apolide...

"ovattato...come in sordina..." op.cit.

Chi sono

Blogger: unpoapolide

Partecipano

Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte
24/10/2007

SOLO UN PASSO

casa, 13 settembre 2007


Caro Andrea,

mi sono decisa a risponderti. Non avevo capito. Quel pomeriggio, quando me lo chiedesti, non capii. Pensai a molte cose, così tante che credetti di aver pensato a tutto, e non ti volli rispondere. Feci finta di niente e continuai a far finta di niente quando mi telefonavi, mandavi messaggi, mail. Non ti ho mai ringraziato per quella lettera, in cui mi hai svelato la tua grafia (ora vedi la mia). Feci finta di niente. Tu hai smesso, infine, di cercarmi. E sono stata meglio, e sono stata peggio. Non ho smesso di pensare a te, ed a quella domanda. Mi ha arrovellato molti pensieri, di giorno e di notte. Compariva nei momenti più insoliti, anche durante telefonate di lavoro, al solo sentire, dall'altra parte, una erre come la pronunci tu. Tempo fa, mesi fa ho riascoltato una canzone. Ero da mio fratello, e lui ha messo su quell'album, che io. The Queen is dead, degli Smiths. A dirla tutta, non ho riascoltato quella canzone, ma. Me ne stavo andando e lui ha messo al computer. Ho fatto solo in tempo a dirgli “Revival anni '80, eh?” Un sorriso dei suoi. “Ciao Lu!” “Ciao!”

Però sentire solo “... Take me anywhere, Drop me anywhere, Liverpool, Leeds or Birmingham But I don't care ...” mi ha fatto pensare a te, a quella domanda. Quella canzone veniva dopo, dopo. Così, una cosa senza senso, no? E mi. Ti sembrerà una cosa tutta proustiana, questa, a te che. Anzi. Come dicesti quella volta? Alfieri, Hoffmann. Già. Fatto sta che forse ho capito come mai mi chiedesti proprio quello, quando io pensavo, ero sicura, anzi, che tu avessi compreso. Volevi che.

Ma quel pomeriggio, quel passo, non ero pronta per farlo. Ne avevo già fatti tanti prima, e non credevo sarebbe stato necessario, invece. Eri andato avanti a me, e cercavi di tirarmi via, ancora e una volta per tutte. Ci sei riuscito, adesso, e volevo tu lo sapessi.

Non ho perso il vizio di girare intorno alle cose, prima di. E mi interrompo ancora a metà, o molto prima. Quando voglio riesco a finire, però. Vedi che non scrivo più per abbreviazioni, come oggi è normale ridurre le parole a gruppi di consonanti nei messaggini, e ovunque. Vocali distratte, scrivevo (Me lo facesti notare tu, anche questo). Adesso che ho imparato ad apprezzare le rotondità, scrivo anche le vocali, e ci gioco, mi soffermo sulle ooooooooooooo, e sulle aaaaaaaaaaaaaa, mi sembrano così belle, aperte, mi piace il movimento della penna mentre le traccia. Le liste della spesa sono il mio divertimento: oooooolioooooo, aaaaaaaagliooooooo, paaaaaaastaaaaa, caaaaaaaarne, biscooooooootti.... Sì. Vedi? Quando riguardo a quel periodo. Sento ogni passo che mi hai fatto fare, in cui mi sei stato d'appoggio, non mi hai mai costretto a saltare troppo, ma cercavi di capire in cosa io potessi riuscire, e.

Adesso. Spesso, non ci accorgiamo di niente. In quei giorni, non mi rendevo conto di quanto fossero importanti la tua attenzione, la tua comprensione, la tua vicinanza. Intuivo che lo fossero, stavo bene quando mi eri accanto, ma non ne capivo i motivi, ti ammiravo, e questo mi nascondeva parti di te. Le davo per scontate ed eterne. Certo che averlo compreso adesso. Però, vedi, ora so che, se mi succedesse una cosa del genere, la lascerei accadere, e non la riempirei di vuoti problemi e domande, la accetterei come un dono, come succede, alle volte, che una persona amica ti faccia un regalo, e tu non ne colga immediatamente il motivo, ma.

Sono le cose che mi appaiono senza senso, che mi spingono spesso nelle direzioni che poi. Comincio col farmi domande, anche solo una, e continuo. Le cose, non è detto che abbiano un senso, o che noi riusciamo a vederlo. A me questa cosa mi fa arrabbiare. Sì. Mi ci arrabbio. Prima arrivava a condizionarmi. Tu l'hai visto. Ma c'è un prima. Esiste sempre un prima.

Il prima. La canzone. Mio fratello tornò con una cassetta, era una delle sue prime licenze durante il servizio militare al nord, e questa cassetta gliel'aveva registrata un amico, William (italiano a dispetto del nome) di Como (pensa come mi ricordo anche di certe insignificanze, a volte), e c'era questa canzone. Some girls are bigger than others. Gli piaceva, quest'album, ma se lo scordò a casa. Anche a me piaceva. E c'era questa canzone, Some girls are bigger than others, mio dio. Mi entrò in testa. E sapevo che non era quello il senso, che non c'entrava niente. Some girls are bigger than others. Tutto qui. Ma io, io, già ci pensavo, già mi vedevo, così imperfetta, piena di difetti, e grassa, e brutta.

Mi guardavo allo specchio, e in camera suonava questa canzone. E sai, come il Vitangelo Moscarda (mi ricordo più i nomi, che i titoli) di Pirandello, ero io, ma non ero io. Some girls are bigger than others. Non ha un senso vero e proprio. Accadde. Ed io a chiedermi perché dovessi essere così esteticamente inapprezzabile, disgustosa. Disgustosa. Non facevo che guardarmi, e guardare le altre. E guardare tutto. E rapportarlo a me. Il mio corpo poteva migliorare. La Michela, nel corso di un inverno, aveva perso sette chili, lo diceva a tutte, nuoto e mangiare poco, non si portava più niente per la ricreazione. Stava davvero bene, il viso sembrava più luminoso, anche se era diventata più odiosa, sempre a dire “Saranno almeno 200 calorie, quelle!”. Ingurgitrice, diceva anche. E dell'Inferno di Dante, si era imparata una parola, “lurco”, che significa mangione, ghiottone, e lo diceva a tutti, te lo diceva quando stavi davanti alla macchinetta per una merendina-schifa, o, e mi faceva sentire sporca, lurca davvero.

A me non importava del suo giudizio, però non sopportavo come mi faceva sentire. Ho capito poi che non la sopportavo perché lei diceva quello che io sentivo di pensare. Lei era forte da dirlo, mentre dalla mia bocca non usciva niente, entrava solo.

Ero ad una festa, a casa di Alessandro, era il suo compleanno, i diciotto anni, era l'anno dei nostri diciottanni. Fuori era buio, e lo sai, se guardi fuori attraverso le finestre, vedi anche te, riflesso. Mi vidi mangiare quella barchetta di pastafrolla, con la crema e una goccia di cioccolato, e dio, quanto faceva schifo la mia bocca deformata per far entrare, per ingurgitare quella bomba calorica, la mia faccia, con gli occhi che si rimpicciolivano mentre aprivo le fauci maledette, le guance che si univano praticamente alle sopracciglia, ero: oscena. Facendo finta di soffiarmi il naso con un fazzoletto di carta ci sputai quella cosa, non stava bene far vedere di non aver apprezzato quello che ci era stato offerto da mangiare, poi la gettai in un cestino della spazzatura. Lì doveva finire. Mi lavai le mani, e sul rubinetto lucido del lavandino in bagno il mio volto era storpio. Ma nello specchio accennai un sorriso, bello. Mi immaginai, per un attimo, bella, magra, senza quel rotolo grosso che mi veniva sulla pancia quando mi sedevo, senza la cellulite e quelle coscette più simili a quelle di un maiale. Some girls are bigger than others. Chiusi la porta a chiave, e due dita in bocca, come, si dice, facessero i romani per continuare a mangiare e, per la prima volta, gettai fuori da me, buttai via quello che mi faceva apparire e diventare come io, ero sicura, non volevo. Mi sciacquai la bocca, presi una gomma da masticare, e uscii.

Dovevo diventare perfetta, in tutto. Non sarei stata più la secchioncella maialetta, sarei diventata tutto quello che il cibo mi aveva impedito di essere. “Si mangia per vivere, non si vive per mangiare”, lo diceva Socrate, e io vivevo per mangiare, mi sembrava il mio mondo cominciasse e finisse nella pasta al sugo che adoravo, le torte salate, salsiccia e stracchino, i dolci, la sacher, le creme di mamma, tutte le barre cioccolatose della macchinetta scolastica. Avrei avuto io quel controllo che fino ad allora avevo subito. Così mi sentivo, come se la mia vita fosse stata sempre sotto il controllo di qualcunaltro, come non fossi stata libera.

Così è cominciato. Mi guardavo il viso, che in fondo aveva qualcosa di carino, riconoscevo delle potenzialità, e le dovevo tirare fuori, a dispetto delle torte cocco e cioccolato. Tu hai visto con quante difficoltà, quando uscivamo insieme, riuscivo a mangiare, anche solo qualche boccone. Ma dovevo riuscire a tenere sotto controllo tutto, sapevo che tu avevi intuito qualcosa, non sarei potuta andare in bagno a liberarmi, come avrei potuto ben fare in altre occasioni, come riuscivo a fare ancora a casa, dovevo mangiare, poco poco, e dovevo sempre trovare qualche buona scusa. All'inizio era più semplice, e tu mi complicasti tutto. Tu eri anche la prova vivente che la mia ricerca della perfezione, e della libertà dal cibo, era giusta, e fanculo chi già allora, quel paio di amiche che avevo, avevano intuito che qualcosa non andava più. Nonostante tutte le mie attenzioni per il vomito, dovevano avere notato che ci andavo un po' spesso, in bagno, e che a volte ci stavo più di quel che sarebbe stato lecito aspettarsi. Giorgia cominciò a cercare di venire con me, litigammo anche. Ci allontanammo. La allontanai, perché non capiva quello che stavo cercando di fare, non capiva che era giusto ciò che facevo, e tu avevi messo gli occhi su di me, e le altre ragazze mi dicevano che mi trovavano bene, ed anche alcune amiche di mamma, mi chiesero addirittura dei consigli per le loro figlie. Era tutto un “ma come sei dimagrita! ma come stai bene ora! ma come hai fatto? la Greta è proprio diventata bella, eh, Claudia?” Non ero più nominata solo per i risultati a scuola, con il controllo sul cibo anche i giudizi degli altri si spostarono su altri aspetti, coniugarono le due cose, e divenni la bella intelligente. Certe volte, però, il cibo veniva a tormentarmi, erano come vortici nello stomaco, il cibo cercava di convincermi a lasciarmi andare e ripiombare nell'inferno di prima, ritornare una vacca grassa. E perdere i tuoi sguardi, che li vedevo, stavi rimanendo affascinato da me. E perdere tutte le opinioni positive su di me. Ma io ero più forte. Sapevo qual era la strada verso la libertà. Nei momenti di cedimento al cibo, rimediare con il vomito, andare in bagno legarmi i capelli dietro alzare la tavoletta imbottire il water di carta igienica per evitare gli schizzi usare lo spazzolino stare attenta tirare due volte lo sciacquone dopo controllare trucco e occhi avere sempre qualcosa per l'alito. Nessuno doveva sapere perché nessuno avrebbe capito, la strada verso la perfezione è difficile e le persone non riescono a capire, perché le persone non capiscono mai chi è nel giusto, e ne fa martiri.

La perfezione, si sa, non si raggiunge mai. Ma dovevo liberarmi dal cibo che mi aveva imprigionato da sempre, questo pensavo. Neppure ero così grassa, ho rivisto poi delle fotografie di quel tempo. Le ho riviste durante la terapia. Un po' di dieta, magari sì, ma persi venti chili in sei mesi. Quando arrivavo a quello che avevo detto essere il mio obiettivo, subito ne mettevo un altro, più in là. Da cinquantacinque, a cinquanta, a quarantacinque, e così via. Non bastava mai. Ogni volta che passavo di fronte ad un forno era una lotta. Ogni volta che mamma preparava qualcosa che mi piaceva, e lo faceva sempre più spesso, quando anche in casa la mia rincorsa alla magrezza venne percepita come disturbata. Non sapevano come parlarmi. Né io volevo parlare a loro. Cosa ne sapevano, loro, di me? Niente. Le ossa sono ciò che ci sostengono, e le ossa sono me. Crisi. Sempre più spesso. Certe volte la sensazione, no, la certezza, che quello per cui lottavo mi stesse scivolando via. Arrivasti tu. E fosti il mio tronfio. La vacca che diventa perfetta e si prende te. Te. E tu, da subito, vedesti oltre. La mia vittoria, e la mia sconfitta. Ti insinuasti nella mia quasi perfezione raggiunta, senza mai prendermi di petto, senza mai scuotermi duramente, come a volte pensavo avresti fatto. Nella mia testa e nel mio cuore, nel mio corpo, la voce gridava ben più forte di te. Tu sussurravi. Ma le tue parole, le tue azioni, diventarono crepe dentro di me. Anoressia. Bulimia. Disturbi del comportamento alimentare. Mi abbracciavi e mi sentivo al sicuro, al sicuro ma senza controllo. Lei me lo diceva, che tu volevi solo controllarmi. Ti ricordi quando trovammo una sera quella tua cugina, incinta, e lei e il suo compagno si fermarono un po' con noi, era estate e al pub, fuori, non c'erano troppe persone. E lei raccontò che la pancia la ingombrava, certe volte, e tagliarsi le unghie dei piedi era un problema. E lui disse che ci pensava lui, a tagliargliele. E lei mi disse che io certo non correvo il rischio. E tu ti voltasti verso di me. Quando se ne andarono, mi dicesti che ti sembrava una cosa dolce, una cosa dolce e semplice e bella, che lui le tagliasse le unghie. Che erano anche queste piccolezze, questo avere cura dell'altra persona non in chi sa cosa, ma nei dettagli, in cose come questa che ci avevano appena raccontato, l'amarsi. Ti odiavo.

Non mi feci trovare da te per qualche giorno, dopo feci finta di niente. Una delle mie abilità, fare finta di niente. A quel punto, stavo veleggiando sotto i quaranta chili. Mangiavo solo con te. Non vomitavo subito dopo, almeno. Some girls are bigger than others. Ci sono canzoni che ti entrano in testa, e non sai come mai. Non è che abbiano un senso particolare. Sei tu a darglielo. Per coprire altre cose. I tuoi problemi, magari. Mi abbracciasti e mi dicesti, in un sospiro “Non ti sento quasi più”. Il sole sembrava non essersi accorto di niente. A mala pena le mie orecchie riuscirono a sentire quelle parole, e il mio corpo il tuo abbraccio. Il mondo girava come un attimo prima, la piazza il traffico i palazzi le persone, tutto era indifferente alle tue parole, ed al tuo corpo. Tranne me.

Così è stato. Quando me l'hai chiesto, quel pomeriggio, che io avevo già cominciato la terapia, e mi stavo avviando alla guarigione, non sapevo. Non sapevo che te l'avrei dovuto dire, per guarire davvero. Ho iniziato a capirlo da mio fratello. Mi è capitato, dopo, facendo delle ricerche su internet, di trovare blog di persone con il mio stesso problema. Ed ho cercato di capire meglio, e di più. Non vedevo me stessa in ciò che loro scrivevano, “pro ana”, “pro mia”. Non volevo vedere me stessa. Ma loro, sono io, e la cosa mi ha terrorizzato. Non guarirò mai del tutto, dovrò stare all'erta, ma adesso so. So che devo fare quel passo, e andare oltre, e vivere davvero. Mi hai portato al confine, ora sta a me:

Grazie.


Greta

postato da: unpoapolide alle ore 20:19 | link | commenti (6)
categorie: racconti, canzoni, silenzi, pelle, violenza, dubbi

Commenti
#1   24 Ottobre 2007 - 21:03
 
Wow.
Cavolo.
Non ho parole.
:)
Blogger: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente pagliaccetto

#2   25 Ottobre 2007 - 18:48
 
Ma lo hai scritto tu o Greta esiste veramente?

L'ho voluto leggere tutto nonostante gli occhi che si chiudevano ieri sera e ho sentito tutte le sue parole.
Blogger: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente Gioianoia

#3   27 Ottobre 2007 - 16:18
 
Che poi sai, mi è venuto in mente mentre scrivevo ora, leggendo il tuo post avevo notato la punteggiatura, così simile a quella che usi in mail e commenti. E niente, te lo volevo dire.
Blogger: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente Gioianoia

#4   16 Novembre 2007 - 17:42
 
..questo ci dice quanto l'amore sia importante.
non mollare mai
Blogger: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente cicalauappa

#5   08 Marzo 2008 - 13:03
 
l'elenco dei partecipanti al concorso-antologia di Las Vegas

[..] Nella lista che segue, sono elencati tutti coloro che partecipano al gioco-concorso-antologia di Las Vegas. In particolare c'è, per ognuno, il link al post che - ognuno - ha scelto di inviarci. Quindi: che vuol dire essere dentro questo elenco [..]
Blogger: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente enpi

#6   07 Maggio 2008 - 16:12
 
Bello quanto quell album degli Smiths.
Galloz
Blogger: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente galloz

Commenti