SI VA A VEDERE IL MARE?
Ieri notte, tornato a casa, ho parcheggiato sotto al vecchio leccio saggio appeso a questa terra da secoli. Seduto per qualche minuto a guardare fuori, dei rami facevano capolino in alto e alla mia sinistra, di fronte il campo tagliato di fresco che non aveva più l’odore del mattino, di quando era appena spiovuto. Oltre, le colline nere di boschi e case sparse e uliveti e vigne e torri dell’alta tensione, ma tutto nero, e appena sopra, eccola, la luna, a rischiarare il mondo, perla tra i suoi seni.
Le ombre lunari sono irreali, sono già sogni.
Da piccolo, al mare, giocavamo la notte a Mister Mistero (la canzone di Ruggeri di là da venire) ovvero a nasconderci e spaventarci nel buio. Partivamo presto una delle prime mattine di luglio, per il mare, la macchina a noi piccoli ci dava sempre problemi – e via con i travelgum, ma funzionavano? – così ci si metteva in marcia che stava schiarendo giusto allora, il sole ancora con la sua vestaglia arancione indeciso fra l’alzarsi o meno tra le colline. Era un viaggio che mi sembrava tanto lungo, ancora tutta l’autostrada che c’è ora non era stata realizzata e passavamo per un sacco di posti, mentre adesso colori e odori non si riescono quasi più ad assaporare, e ci sembra normale. Facevamo autostrada fino ad Altopascio, e già per arrivare lì a volte era necessaria una sosta, sapete, la colazione – meglio solida che liquida, sennò lo stomaco… - il sonno, i bisogni che non si erano fatti proprio tutti, la tensione per il viaggio, la voglia di essere già lì senza dover stare in macchina, stretti in cinque - eravamo solo in cinque, al tempo – e quindi Altopascio. Non so per quale motivo, ma a pensare ad Altopascio, ora, mi viene in mente il pane, e non saprei dire perché. Il pane di Altopascio. Di sicuro c’è un motivo per questo. Uscivamo dall’autostrada ed arrivava la parte più ostica. Direzione Orentano-Bientina. Di Bientina mi ricordo il puzzo. Non era Bientina, no, era dopo, quando si attraversava l’Arno. Un puzzo che dava il voltastomaco. Ricordo i finestrini chiusi. E questo fiume, con delle barchette ormeggiate. Il ponte. Lì bisognava resistere. Che se ti arrivava, fino dentro la macchina, ti entrava dentro dentro e ti apriva come un coltello. Lo sentivi addirittura nella gola, andava giù come una medicina di quelle cattive. Però passava. E dopo, dopo Collesalvetti, verso Orciano e passato questo, le colline. Colline d’oro, colline verdi, colline che si muovevano col sole, il grano e i girasoli. Saremmo rimasti incantati di fronte a questo paesaggio, non fosse per il maldipancia che le poche curve potevano procurarci, a me o mio fratello. Diciamo a me. Fermarsi ed uscire all’aria fresca, con il capo chino a non vedere niente, se non cogli angoli degli occhi. Gli angoli degli occhi. Quante volte ho vomitato, o mi è venuta voglia di farlo, ma si sa, senza peripezie non c’è conquista. Quello che attendeva a destinazione valeva la pena. Se date un’occhiata alla cartina – le cartine sono meravigliose – come sto facendo io ora che scrivo, vi accorgerete che nomi stupendi si attraversano, o ci si passa vicino. Come fare il giro del mondo. Delle persone. Dei proverbi. C’è Siberia, ad esempio, vicino Tripalle, poi Laura, un po’ più in là Luciana. Ma la cosa che mi meravigliava di più, da piccolo, era che, quasi arrivati, che eravamo già sull’Aurelia, la mitica e tragica Aurelia, si passava da La California. La California, Bibbona, Bolgheri del Carducci, Castagneto Carducci, e via. Ma La California. Non so se è così come la ricordo, o se mi sbaglio con altri posti, che è sempre possibile quando non si è più abituati a percorrere certe strade. Strade che un tempo erano solite, ed ora non più, estranee. La California credevo fosse quella dei film, e non capivo come lì ci potessero essere i surfisti, e le onde alte, e da noi no. La California, c’era il cartello, e di là lei, nascosta dai pini marittimi. Sulla costa è tutta una pineta. O forse me la sogno io. I pini marittimi che paiono funghi giganti, e i loro aghi lunghi, e i loro rami che sembrano più radici all’insù, che rami. A La California non ci sono mai stato, e neppure a Siberia. Un anno fa ho scoperto che in questo paese, il mio paese, quello in cui vivo, c’erano posti che si chiamavano L’affrica, e Brasile. Che li chiamavano così un tempo. Forse ancora qualcuno li chiama così, ma noi più giovani no. Bolgheri, pensavo quella del Carducci fosse poco sopra casa mia. Che c’è una stradina parallela alla mia via, e lì ci si chiama Bolgheri. Mi sovviene che Salgari forse se n’è sempre stato alla città sua perché c’aveva tutto lì. Mompracem era lì, e il Corsaro Nero pure. La siepe di Leopardi era per me una pineta. Alla fine, si arrivava al mare. Prima c’era da passare il passaggio a livello, con a destra la pineta – l’ho già detto che è tutto una pineta, no? – la pineta dove a volte s’andava il pomeriggio a giocare, e a vedere gli anziani che giocavano a bocce. C’era il Nero, che era il più giovane, un po’ di pancia e barba e capelli neri, bocciava davvero forte. C’era il Bientinese, che forse veniva da Bientina, boh, lui pelato pelato, canottiera blu e pantaloncini grigi. C’era quello alto cogli occhiali e i capelli grigi. Ce n’erano anche altri, e mio cugino però li conosceva meglio di me. Lì, in pineta dico, ci facevano anche la Festa dell’Avanti. C’erano gli striscioni con scritto Avanti!. Dopo il passaggio a livello si girava subito a destra, e allora si vedeva un attimo il mare, a sinistra. Nello spazio tra casa e casa. Poi ecco la piazza, e subito attaccata la casa in cui saremmo stati un mese. Babbo fermava la macchina lì davanti, era ancora presto, spesso prima delle otto, le sette e mezzo. Allora si scendeva, ci si stiracchiava un po’.
C’era una stradetta di fianco, una cinquantina di metri, poi la spiaggia.
Si va a vedere il mare?
CANDIDO LATTE CALDO
Era un'afosa mattina d'agosto, uno di quei mesi che con luglio e settembre la gente li chiamava estate - ora non più che è un marchio registrato e ci sono i diritti da pagare sopra, e sotto, e barauffete, come diceva quel vecchio cane di mio padre, pace all'anima sua, ed ora che ci penso anche la cagna di mia madre, pace idem, ed ora che ci penso chissà se era sul serio mio padre, ma non importa, visto che era un'afosa mattina d'agosto - e come se non bastasse il fatto di essere mattina, afosa, e agosto, e una, era pure di quelle in cui correndo per strada per andare a giocare con gli amichetti ai giardini i bambini spiaccicavano le merde dei cani - merde inevitabilmente fresche e morbide, ancora senza la tipica crosta da sole che le rende tipo patatine fritte, croccanti fuori, tenere dentro, ma neppure flaccide e muffite come dopo la pioggia - e queste si appiccicavano alle suole e finivano con lo spargersi in varie guise, a seconda del disegno dei sottoscarpa, dallo zigrinato di certi modelli vintage, alle onde fermate da buchi a vista gel, per dirne due, sui marciapiedi già sudici, emanando profumi di campi concimati da poco che la pioggia - essa difatti cadendo e martellando su certe cose ne libera in qualche modo, o rende più intensi, gli odori più intimi - ha appena finito di bagnare ; di quelle che il camion della spazzatura - li conosco i tre fannulloni, ma in comune mi sentiranno, senza di me questo paese muore - non era ancora passato dalle strade che percorrevo usualmente per andare a fare colazione al mio bar, all'incrocio tra via Mozzi e via Arouet, di fronte piazza San Marco ; di quelle che non si scordavano facilmente, difatti non ho dimenticato, perché Lei era impossibile da scordare, più della mia Eko di gioventù, Lei che ne sentii l'odore prima di vederla, dall'altra parte della strada, con le sue forme da violoncello nude e pure, pronta e calda e tutta sudata, piccole ali più scure sotto i bracci, ma coperte dal profumo inconfondibile, con quel broncino alla francese di cui vado pazzo, e quel seno che si notava da un miglio non era sorretto da niente che non fosse se stesso, e quelle gambe che scendevano dal sedere come un’impronta divina, e, e, e c'era questo muro di vetro infrangibile tra me e lei, e non potevo farci niente – avrei potuto, forse, in verità? - per cui continuai a camminare fino a che la sua scia non scomparve dietro un negozio di giocattoli ; di quelle che sentivo la colazione attendermi, come il mio stomaco lei, in calo di latticini.
Entrai, andai al bancone diretto, senza esitazioni, e dissi Il Solito al barista, che non sapeva chi fossi e che volessi, visto che lui non lo era, il solito, ma un sostituto, e l'altro era in vacanza alle Tardive, mi disse così, e mi pregò, ma senza mettersi in ginocchio - come mi sarei aspettato da uno come lui, di pochi anni più grande di me ma non in grado di sorreggere i miei splendidi capelli brizzolati alla Gere – e neppure congiungere le mani – cosa che, peraltro, non mi attendevo facesse - di chiarire il significato del significante a lui insignificante, così glielo ficcai dritto in testa con poche parole, un po’ One shot one kill per intendersi, una volta e per sempre: Latte caldo ; e lo vidi appena sogghignare dietro, sotto, eccetera, il suo tupè nonostante la giovane età, dico, per il tupè, e fece due passi verso sinistra e si chinò per prendere il latte e un bicchiere di vetro al retrogusto di detersivo al limone, cui dette una veloce passata per inodorarlo, mentre le paste calde facevano a cazzotti con la merda spiaccicata dai bambini e l'inchiostro del giornale del giorno fragrante ed amaro sulla carta ruvida color pastello che mi ero andato a prendere da un tavolino vicino e che stavo sfogliando.
Mi godevo ancora tutto questo che tornò, il barista che non conosceva Il Solito, e mi dette ciò che avevo ordinato. Mi portai al posto da cui avevo prelevato il giornale - sembrandomi un buon posto, vicino alla vetrata, per poter dare un'occhiata fuori ai lavori in corso sulla strada, a chi passava, e con abbastanza spazio da potermi permettere diverse posizioni (che io mi stanco facilmente a stare fermo in una) - con l'ordinazione in una mano, il giornale nell'altra, e mi sedetti.
Fu allora che, nel mezzo di uno dei primi sorsi - quando ancora le tue papille gustative non si sono abituate al gusto, né lungo il percorso le pareti hanno adattato la loro temperatura a quella del latte, e quindi lo senti veramente scorrere da cima a fondo, con il suo sapore vagamente amarognolo (non lo zucchero), la sua consistenza setosa al palato, il calore che si propaga e tutto il tuo corpo che sembra riaversi dal semifreddo sonno notturno ed entrare con entrambi i piedi nel mezzo della mattina - alzando il mio bicchiere quel tanto che bastava per far scendere il liquido nelle mie viscere, scorsi l'insolito barista appropinquarsi a falcate anormali, quasi sollevato dal pavimento, come un Conte Dracula, ma diverso, e arrivatomi di fronte, mi disse che aveva un messaggio per me, se ero la persona che si chiamava con il nome che pronunciò, e che omettei - per non ripetere, come Paganini, e anche perché non potevo dire Bond, James Bond, senza un Martini - nella risposta monosillabica Sì mentre mi asciugavo la bocca con il tovagliolino - un po' in imbarazzo per via del fatto che mi ero tagliato radendomi poco prima per cui non ero pronto per un confronto con un fan, ma lui sembrò non farci caso, così neppure io ci feci caso - e Ho letto sul tuo blog che hai firmato un contratto con una casa editrice per pubblicare un romanzo, Sì è così, e quasi volevo sorridergli, ma il suo sguardo me lo impedì, e posai il tovagliolino usato - l'impronta delle mie labbra su un angolo mi riportò al Suo rossetto che aveva macchiato poco prima l'aria che anch'io avevo attraversato, e che stupidamente avevo preso in troppa poca considerazione, ma si sa, la carenza d'affetto ci porta più verso le cose che verso le persone, ahimè - con naturalezza, preparandomi alla successione di fatti seguenti, e continuò Vorrei che finissi il latte e poi non tornassi più. Il latte te lo offro io. Posso sapere perché? ribattei, Perché non voglio storie nel mio locale, e mentre pronunciava queste ultime parole le vene ai lati del collo si gonfiarono per lo sforzo di cacciarle fuori dalla bocca, i capillari si misero a funzionare freneticamente e i tendini si tesero, così che le parti si arrossirono in vario grado.
Capii che non era un novellino qualunque: una qualsiasi altra persona, ovvero più normale di quella che avevo davanti, avrebbe mostrato esitazioni, e soprattutto non avrebbe utilizzato quel tono di voce, alto da farsi sentire da tutti gli altri assenti clienti e astanti del locale addobbato in formica parecchio kitsch - come avevo fatto a non notarla prima? Ho sempre detestato le formiche da quando da piccolo alla casa dei cugini di campagna, non il gruppo, me ne ritrovai una su un avambraccio, salitavi con tutta probabilità in un momento di disattenzione mentre sfogliavo una pagina del libro che mi ero portato dietro, non piacendomi tirare calci al pallone e tutti quegli altri giochetti bucolici che ogni volta che andavo lì cercavano di costringermi a fare, e il libro era Un gatto attraversa la strada, i gatti mi piacciono – ne percepii con tale intensità la familiarità nel trovarsi in situazioni simili che avrei potuto analizzarne ogni minimo aspetto, attento come sono ai più vari e minuscoli cambiamenti interni ed esterni che le persone subiscono, a volte in modo consapevole, altre inconsapevole, in determinate occasioni, se non ci fosse voluta una risposta pronta e adeguata alla sua richiesta-ordine di non tornare mai più lì dentro.
Non sapeva ciò che lo aspettava, la tensione salì su su su, così in alto che dovettero alzarne i tralicci e avvertire il traffico aereo della zona, che divenne praticamente off-limit per ogni tipo di velivolo, sia civile che militare, e ancora più su, tanto è vero che ancora oggi la Nasa e l’Esa si rammaricano del fatto di non avere sfruttato l'energia prodotta, incanalandola in qualche modo ancora sconosciuto, per riuscire a mandare esseri umani di là dal nostro sistema solare, e d’altronde nessuno avrebbe potuto prevedere un avvenimento del genere - tranne forse il barista ufficiale del bar, che non a caso era alle Tardive, e il signor Unto, che però vede così avanti da saltare alcuni pezzi e non azzeccare mai il tempo giusto, ma a parte loro nessun altro, e loro, che mi risulti, non lavoravano allora né ora alla Nasa o all’Esa.
Mi guardò negli occhi.
Una scarpa mi si era slacciata inusualmente, per cui ero sotto il tavolino a cercare di allacciarla, ma era molto basso, così ci picchiai la nuca. Stavo facendo tutto il possibile per controllarmi, per non rispondergli come avrei voluto, per non diventare di nuovo un Hulk verde incazzoso e logorroico, e non alzarmi in tutta la mia altezza e gridargli Ma cosa credi? Pensi di vietarmi di entrare qui dentro, e basta? Ma tu sai cosa vuol dire andare in un posto a far colazione, brutta merdaccia? citandogli anche un film che lui di sicuro non aveva e non avrebbe mai visto, e continuando con un respiro profondo, un allargamento di mani all'indietro, facendogli ben vedere i palmi, i gomiti piegati, la testa che si china appena in avanti, la bocca semiaperta, quindi i miei occhi nei suoi e la mia voce sussurata che dice A me piace venire qui. Non mi piace il bar. Neppure questo latte è particolarmente buono. Ma adoro venire qui. Alzarmi la mattina e sapere quali strade percorrerò per fare colazione. Mi piace scendere le quattro rampe di scale dal mio appartamento alla strada, attraversarla, girarmi verso destra e camminare. Sapere se il signor Tale, che tu non meriti neppure di sentir nominare, si è già svegliato ed ha portato a spasso il cane o meno, se il figlio dei miei vicini è già andato ai giardini con gli amici, se Lei quella data mattina aveva da venire da queste parti per lavoro, se il Comune fa' si che le strade siano pulite, se le persone puliscono le cacche dei propri cani, se all'edicola la Signora ha notizie della figlia in Erasmus, se, se se... Venire in questo bar, come lo intendi tu, non esiste. Considera tutto quello che c'è tra qui, e la mia camera. Cosa impossibile per te che non sai da dove vengo, ma provaci, almeno. Poi ficcati in testa gli odori, i negozi, i marciapiedi, le persone, che posso incontrare venendo. Non mi vuoi vietare solo il mio latte. Fosse per il latte, me ne potrei comprare a litri e farmi la mia bella colazione in casa. Tu non mi togli solo il latte, mi togli il resto. Mi togli quello che non dici di togliermi. e dopo, una bella zuccata, che lì non ci sarebbero stati bambini, né tv a riprendermi – il bar aveva un sistema di videocamere a circuito chiuso? non credo - ma di cui mi sarei pentito visto che lui, da barista buttafuori, aveva la camicia macchiata non professionalmente e io mi ero fatto una bella doccia completa di shampo e balsamo - shampo per capelli normali e balsamo per quelli aridi e crespi, ma entrambi a frutti che gradivo e gradisco, avevo una macedonia tropicale in testa – per cui me li sarei sporcati e le sue macchie non meritavano la mia chioma, e lui dovette vedere il traballio del tavolino dovuto all'impatto con una parte della mia testa, invece dei miei occhi, ma sono sicuro che mi volesse guardare proprio lì. Il corso di autocontrollo orientale stava dando i suoi frutti, le mie reazioni logorroico-violente cominciavo a tenerle in pugno o quasi, cosa di cui quel falso barista non si sarà minimamente accorto, altrimenti non avrebbe accolto la mia uscita con quella specie di ghigno - anche lì solo con la mia infinita grande forza di volontà riuscii a non fare due passi di corsa e centrargli tutti quei denti giallognoli di tabacco e pure storti, fu questo che mi trattenne, erano storti e spaccandoglieli tutti l'avrei costretto a prendere una decisione al riguardo, se li sarebbe forse fatti rifare dritti, e in conclusione col mio gesto gli avrei dato una mano, avendo in effetti un bel viso, dai lineamenti un po' americani per i miei gusti, ma non male, che si sciupava nel momento in cui apriva bocca, o anche solo tentava un sorriso, e forse voleva essere un sorriso, quel ghigno, a rifletterci nei modi dovuti ora – ma con le proprie mani sulla sua faccia grondante copioso sangue dalla bocca, con le gengive vuote dove si sarebbe un po' raggrumato, il sangue, e i denti a pezzi per terra senza neanche un bimbo-bracconiere per metterli sotto al bicchiere per la fatina, o per il topino, a seconda dei paesi.
Finito di allacciarmi la scarpa fausta, mi tirai su e dissi Grazie per il latte, accompagnando il tutto con un leggero movimento ondeggiante, tipo beccheggio di una nave con mare mosso, ma non in tempesta, e non sicuramente come ne La tempesta perfetta, piuttosto un rollio, una cosa del genere, sorprendendomi a tirare fuori dai ricordi una parola che è anche un titolo di un film di una ventina e passa di anni fa, uno di quei film americani scemi, commedia spy-college, che come protagonista aveva Goose, il dr. Green, con una chioma bionda fluente e quegli occhi che hanno fatto impazzire milioni di fringuelle a giro per questo pianeta, e questo titolo in inglese, la traduzione in italiano, avrei scommesso fosse l'ultima parola che quel barista, sicuramente l'addetto al licenziamento clienti indesiderati del bar, mandato lì appositamente per dirmi tali sgradevoli cose - e chissà se gente così ha un sindacato, dovrò informarmi - e insomma dicevo questa parola, ci avrei scommesso fosse l'ultima che al bb (barista buttafuori) sarebbe mai passata nelle vicinanze di un qualche neurone, e la parola è Gotcha! Beccato!
PERDUTO
Quella sì che era una novità, gli stava facendo un pompino.
Questa sì che è una novità…
Era scesa sul suo corpo, tentacolare, le sue mani leggere scivolando gli avevano dato brividi, le sue labbra l’avevano fatto sussultare. Arrivata lì l’aveva toccato, sfiorato, un bacio che l’aveva scosso, lui che l’aveva guardata, sorpreso, e lei che gli aveva sorriso, prima di, e lui che aveva chiuso gli occhi e al primo tocco aveva mandato la testa all’indietro, il corpo che non sapeva se tendersi o rilassarsi e si alternava di attimo in attimo mentre lei scorreva ora con più delicatezza, ora in un fremito di foga. Improvvisa una porta che sbatte e dei passi, rumorosi, che sembrano dirigersi, e lo fanno, verso quella stanza.
Lui che osservava l’entrata preoccupato, poi lei che aveva dato un’occhiata in su, fermandosi per un istante, “smetti!” le avrebbe voluto dire, prenderla per i capelli sgaruffati e…ma non ci riuscì, no, era immobilizzato e sentì le sue labbra diventare come bisturi mentre il rumore cadenzato cresceva, cresceva fino ad occupare ogni anfratto, ogni sinapsi, e poi più nulla. Più nessun rumore, e l’aria si fece acqua.
La sentiva, la presenza di qualcuno dietro la porta, e un istante prima che la maniglia girasse e il legno fosse volto lei si tirò su, reggendo in mano e stretto fra le labbra quella parte del suo corpo che fino a pochi secondi prima sembrava indissolubilmente legata alla zona pubica. Eppure ancora sentiva, come se i collegamenti sinaptici non fossero stati interrotti ma, al contrario, potenziati nel distacco. Si guardò, piatto, pelle liscia senza sangue.
Fu in quel momento che l’artefice dei passi prese forma sulla soglia: era un cammello occhialuto, che farfugliava tra sé e sé: “Devo trovarlo, mmmh sì, mi pare proprio di averlo messo da queste parti…” dirigendosi come nulla fosse verso la scrivania al lato opposto e passando al limitare del letto. Per entrare si era dovuto mettere a quattro zampe, ma ora, eretto, la sua statura era impressionante; indossava una giacca di velluto a costine nere sopra una polo azzurra, dalla quale faceva timidamente capolino il colletto di una camicia rosa, e dei pantaloni marroni vellutini. “Un vero cammellintellettual…allitteration…” pensò, mentre lei se ne stava tranquillamente seduta a gambe incrociate all’angolo destro del letto, con in mano il suo giocattolo, leccandolo e gustandolo come un gelato che si sta squagliando al sole e di cui non si vuole finisca a terra neanche una goccia. Lui si meravigliò di non essere ancora venuto, viste precedenti esperienze, e il cammello, che non aveva ancora notato niente o aveva finto di non averlo fatto, cercava e sfrucugliava nei cassetti della scrivania sotto la finestra. “Eppure dev’essere qua, per la cruna di un ago!” continuava a ripetersi l’antropomorfo. Il sole ormai allo zenith inondava la stanza di luce, ma l’aria era come densa, tutto appariva annacquato e ai suoi orecchi i suoni giungevano ovattati, come li avesse tappati, come in macchina in galleria o per un monte.
Lei, lui, gli sguardi si incontrarono, in stasi di un attimo come millennio, poi di nuovo la bocca al fiero pasto volse e subito ritrasse, un brivido che dall’osso sacro tese la colonna vertebrale fino alla cervice e i piedi che intirizzirono come in crampo; un tatuaggio liberato da un foglio sollevato e lasciato ricadere nel tumulto delle zampe scrivane del cammello ingigantì la propria forma sospesa. Si mise a volteggiare per la stanza, figura oscura e bidimensionale, senza turbare apparentemente nessuno a parte lui.
Scossa. Gli occhi si chiusero e il corpo si tese. Ecco partire dalle mani di lei come tanti fuochi artificiali, lapilli vulcanici dotati però di moto proprio e indipendente, che iniziarono a fluttuare come in cerca di obiettivi e d’improvviso simultaneamente seguendo un ordine evidente le gocce divennero prima sfere statiche, quindi come proiettili ingaggiarono una ragnatela di semirette a velocità supersonica eppure visibile andando a colpire, così sembrò, qualsiasi cosa persona animale in quei cinque per cinque eccetto lui. Lei non si volse neppure, e lo stesso l’intellettuale cammello, che però si zittì. Tutto cominciò a trasformarsi. I bersagli fecondati iniziarono gravidi a crescere nei punti centrati, pareti, libri, sedie, zampe del letto, lei, il cammello e l’ombra, che per l’occasione si era fermata a mezz’aria. Sempre più grosse quelle simil-pance occupavano ormai gran parte dello spazio, tanto che pensò che in poco tempo ne sarebbe stato soffocato, che sarebbe morto in cerca di un briciolo d’aria, ma quando già stava per rimanere schiacciato come in una quasi morbida pressa, sentì uno scoppio, poi un altro e un altro ancora: quelle strane escrescenze, uteri, parvero bucati da mano sconosciuta e si sgonfiarono rivelando decine e decine di piccoli esseri ognuno simile alla propria madre, fosse questa zampa di letto, sedia, donna, cammello, ombra. Stirarono le proprie strane membra in un primo sbadiglio vitale che rivelò mille e mille bocche dai denti digrignanti che si chiusero in una liquida stereofonia. Lui, immobile, paralizzato, senza sapere se per terrore o stupore, osservava ad occhi sbarrati mentre per tutti quello era un avvenimento normale, tanto che lei parve sorridergli e il cammello gli mostrò soddisfatto uno specchio che non rifletteva niente. In quel momento la danza ebbe inizio. Una danza muta, sorda, silenziosa, che come un unico corpo riuniva in sé tutti gli appena nati e si muoveva su ritmi sincopati tessendo una trama invisibile e chiara, certa ma solo intuibile, che lentamente si faceva più vicina alla sua figura inglobando coi suoi disegni di denti tutto ciò da cui era nata fino a che, solo allora se ne rese conto, si trovò avvinghiato dalle mille e mille bocche, mentre aldilà solo il bianco accecante del sole estivo che non permetteva ombre.
MORTE AL CESSO
L'ultimo sgrondino, un pezzo di carta igienica per pulire meglio, tirò lo sciaquone e mentre l'acqua andava lo rimise dentro e tirò su la patta. Mai piaciuto scuoterlo, le gocce vanno spesso fuori e chi sa dove e tanto ne rimane sempre un po' e una goccina finisce nelle mutande e sporca e puzza prima che non è, invece con un foglietto di carta igienica si pulisce bene e via. Sì a volte può irritare dare fastidio, come tutte le cose bisogna imparare a farle bene. Mentre lo rimetteva, un attimo fa, il suo uccello non gli sembrava più neanche appartenergli. Quella cosa vizza, grinzosa tra le mani sembrava morta, estranea. Incapace di dare il minimo piacere, non rispondeva più da tempo ad alcuno stimolo. Morto stecchito. L'acqua aveva portato via tutto in un vortice. Prese la tavoletta e la mise giù. A metà strada pensò che era una cortesia inutile. Nessuna avrebbe apprezzato com'era solo il giorno avanti. Appena fatto gli sembrò di sentirne l'odore. Quello suo. Non si mente quando si dorme insieme a lungo. A lungo quanto loro. Dove l'aveva letto? Noi siamo gli unici animali che mentono sul proprio odore. Con i profumi. Ci nascondiamo dietro, sotto, di lato. Eppure anche quello ci fa innamorare. Andò al lavandino, si lavò le mani. Prese il dentifricio e lo spazzolino. Tolse il cappuccio allo spazzolino, strizzò il tubetto e quella cosa verde mentosa vi si rovesciò. Aprì l'acqua, ce lo passò sotto, poi cominciò lo strofinio contro i denti. Non aveva la dentiera. Li aveva curati bene, i denti. Pensò, mentre sputava, guardando quella bava bianca percorrere il lavandino fino allo scarico, che lei se li lavava con grazia. Riusciva persino a sputare, con grazia. Un tempo questo l'avrebbe eccitato. E i pantaloni avrebbero preso un aspetto impudico. Si guardò allo specchio. Era inutile. Che gesto stupido, pensò.
Andò al cesso, e tirò su la tavoletta.
L’AMANTE PERFETTA
Sei bellissima e ti voglio.
I’m not an addict, babe, that’s a lie…cantavano i K’sChoice anni fa, ed era con questa canzone e le seguenti della cassetta che gli piaceva farlo. Era una vecchia registrazione dalla mitica trasmissione di Red Ronnie, il Roxy Bar, e dopo quel gruppo c’era il flautista Andrea Griminelli che suonava un brano, green leaves, di un anonimo inglese del ‘600, poi di nuovo i K’sChoice e di nuovo Griminelli. Quasi a tempo, quasi a tempo, sulle parole e sulle note che danzavano nella semioscurità della stanza.
Lei era davvero bellissima, la sua pelle mulatta e liscia scivolava via dimenante, e i suoi piedi, le sue mani, lui adorava le sue estremità come gli antichi greci la statua di Athena, legno e avorio modellato con tecnica raffinata. Dita affusolate che si muovevano come i nastri delle atlete di ginnastica artistica in evoluzioni acrobatiche e perfettamente controllate. Il bacino come il mare sulla battigia che arriva e porta con sé i piccoli tesori della spiaggia, te li mostra per un attimo e se non sei svelto a prenderli ecco che li nasconde ancora una volta alla vista e chissà mai se li esporrà più in vetrina. I suoi seni piccoli vesuvi che stretti paiono sempre sull’orlo di un’eruzione e quando questa avviene si liberano in isole rigogliose e selvatiche inesplorate da uomo. La linea delle ginocchia nessuno, ci avrebbe scommesso, aveva notato come queste semplici giunture armonizzassero la parte superiore e inferiore delle gambe. Era proprio quel piccolo punto a dare quel non so che. Certo, lo ammetteva, all’inizio avrebbe dato la vita per un ballo guancia a guancia, poter sfiorare il volto di lei con il suo, essere vicino a quelle labbra, che seria aveva sempre leggermente imbronciate e che le donavano, in un film avrebbero forse detto così, un’aria un po’ alla francese, per non dirla parigina, ma si sa, i film sono film, e per non parlare dei suoi occhi e del suo naso, dei suoi capelli ricci, piccole imperfezioni che la rendevano ancora più attraente, ammaliante di qualsiasi altra donna avesse mai visto.
L’aveva incontrata per caso, una notte, e da quella volta i loro incontri si erano svolti sempre in notturna, sempre alla stessa ora, sempre con le stesse parole sussurate dette. Lui adorava Ultimo tango a Parigi, ma non sarebbe finita mai a quel modo, non l’avrebbe permesso. Tutto sarebbe rimasto uguale. Anzi, con il tempo pensava sarebbe migliorato sempre più, affinando l’intesa. All’inizio non poteva crederci, così giovane aveva avuto già la possibilità di conoscere la donna della sua vita, quella che non avrebbe mai lasciato e da cui certo nessuno l’avrebbe mai separato. Un’unione silenziosa e misteriosa che le parole non avrebbero guastato con tutti i fraintedimenti che si portano dietro, solo il piacere e la gioia di questo, senza i problemi del resto della sua vita. Avesse lei saputo per quante ore l’attendeva, solo, e ad ogni minuto passato il battito del cuore che leggermente diventava più frequente, le dita che cercavano il cellulare per sapere l’ora, la frenesia controllata a stento, il rimescolio dello stomaco, senza neppure il vizio del fumo a confortarlo, lui che fumatore non era. L’avesse visto, con quale attenzione si dedicava ai particolari perché tutto fosse sempre più perfetto, perché anche le gocce di sudore non si sprecassero in scivolate inutili dalle ascelle, quelle di lei lisce come i palmi delle sue mani, e il suo naso non si perdesse in un raffreddore, e lei che mai si era ammalata, mai niente, in tutti questi mesi; l’avesse potuto scorgere pure solo un nanosecondo allora, allora avrebbe certo capito quanto grande fosse il suo amore, quanto tenesse a lei. Ma certo lo sapeva comunque, pensava, non poteva ignorarlo lei, così perfetta.
Ti voglio e sei bellissima.
Lo pensò, giusto un attimo di anticipo. L’ora era arrivata, tra poco lo spettacolo avrebbe avuto inizio, una replica uguale e diversa a quella degli ultimi sei mesi e dei prossimi anni. Infinita.
Ti voglio e sei bellissima.
Pensò di nuovo accomodandosi sul letto. Accese il televisore, l’ora scoccò e passò come al ristorante un piatto come quello ordinato da te, ma per il tavolino accanto.
L'ULTIMA VOLTA CHE MI SONO SUICIDATO
(dal titolo del film omonimo "The last time I committed suicide", con Keanu Reeves e Claire Forlani, ma il protagonista non mi ricordo chi fosse, e neppure il regista)
L'ultima volta che mi sono suicidato la mia faccia teneva su un sorriso ebete da circa un quarto d'ora. Mi stavo sorbendo le prediche di mia madre sul mio fannullanesimo. La guardavo di sottecchi e sorridevo sotto i baffi, che non mi crescono molto bene. Non faccio un emerito dalla mattina alla sera. Tuttalpiù, ascolto le mie amiche, i loro consigli, i loro problemi. Le mie amiche. Se parlo di amiche ad altre amiche mi dicono "Amica?", e lo stesso se ne parlo con amici. Secondo molte persone mi dovrei essere fatto metà della popolazione terrestre, o quasi, e la cosa mi dà leggermente fastidio. Prima di tutto perché non è vero. Magari. Secondo perché si mettono in dubbio le mie parole. Mi guardano e sorridono "Sì, amica..." come avessi detto una specie di bestemmia. C'è chi trova prove a conforto delle proprie tesi, del tipo, se ci teneva a vederti per cinque minuti, oppure, se ci tenevi a vederla per cinque minuti, oppure se hai fatto tot chilometri...se ha fatto tot chilometri...La cosa mi innervosisce. Le persone fanno finta di ascoltarmi. E poi tirano mazzate. Una persona a luglio mi ha detto "Ci credo, che sei anche un tipo allegro". Nel senso che posso ANCHE essere allegro, ogni tanto. Grazie. Sono sinceramente commosso dal fatto che tu pensi che possa anche essere allegro. Insomma, non è proprio da tutti avere la possibilità riconosciuta di essere in grado di provare qualcosa come l'allegria. Mia madre. Se ne stava lì a panerigicare, a ragione, su ciò che non faccio. Mi sono suicidato molte volte, in vita mia, e non è mai cambiato niente. Probabilmente sbaglio. Dev'essere certo così. La mattina mi alzo col sonno, la sera mi piego in poltrona a guardare la tv, poi la spengo, ed al buio chiudo gli occhi aspettando la visione del cinghiale. In realtà non è proprio un cinghiale, ma è simile nelle fattezze. Tutto nero, basso e grosso. Lo vedo e non lo vedo, i suoi occhi sono profondi, invisibili, ma lo sento respirare, il suo respiro umido che avanza, senza fretta, verso di me, grosso, imponente, mentre io sono in posizione fetale sulla poltrona, e il suo pelo ispido come quello di un'istrice luccica della poca luce lunare. Riflessi di riflessi. Ieri notte gli ho detto, o prendimi, brutto bastardo! E lui lo vedevo, un minimo incazzato, ma sono stato più veloce ed ho acceso la luce. Scomparso come al solito, animale merdoso. Paura della luce. Io del buio mica ho paura. Però ritrovatevi voi nel nero più nero con di fronte una specie di cinghiale incazzato, e si vede se non correte al primo interruttore. Mia madre se ne stava lì, ora zitta. Tra poco se ne sarebbe andata. Basta avere pazienza, con lei, e se ne va. Me ne sto zitto e muto, fermo immobile come una statua, come quando si giocava a "un, due, tre, stella!". Ci si muove solo quando l'altro non guarda. Alla gente non piace come scrivo, è solo molto accondiscendente. Non piace neppure come canto, ma se non c'è di meglio...e infatti stasera ho le prove. Una volta mi hanno detto che a me non frega niente degli altri, che non li sto ad ascoltare in realtà e che non mi interessa niente di loro. Solo di me. Sì, è così. Piango una volta al giorno, almeno, ultimamente. Per cazzate. Io non ho alcun tipo di problema, di problema vero, intendo. Nascono nella mia testa cazzate a ripetizione a cui dò fin troppe ore di libertà. Mi sento come Bruce Willis nel primo Trappola di cristallo, la scena in cui fa esplodere mezzo Nakatomi Plaza con un po' plastico ben legato ad un computer ed una sedia, e poi parla col negro che gli fa "Ehi, come va McLane?" (non mi ricordo se a quel punto del film lo chiamava già McLane oppure ancora Roy, da Roy Rogers) e lui "Non mi sento apprezzato". Ma tutto questo non c'entra niente con la verità. Quella vera, intendo, quella che ti inchioda anche se fossi Buddha in persona. Un'altra bella frase per tirarmi su, in un momento giù, è stata "non capisco come una persona ricca come te non abbia un Amore" (compreso di amore con a maiuscola). Amici, amiche. Così mi suicido periodicamente. Tanto la vita è un solo, lungo, lento, suicidio, in fondo, allora a volte meglio dare accelerate.
Avete mai scoperto un ricciolo di una persona? Un capello che si arriccia un po', non tanto? Non vi siete mai incantati su quel piccolo dettaglio, uguale a tanti altri, e però diverso da tutti? E vi cattura così tanto che sembra espandersi tutto intorno, e prendervi e stringervi come farebbe un boa gigante, fino a che non avete altro pensiero che per quella specie di ricciolo, perché non è proprio un ricciolo, ma più un'onda, che vi culla e culla tutti i vostri neuroni che sembra di essere immersi nel mare e si apre un mondo diverso di fronte a voi, che è quello che vedete ogni giorno, ma profondamente mutato, come se riusciste a catturare l'essenza di ciò che vi circonda, anche solo per un attimo, attimo che si dilata a coinvolgere ogni tempo della vostra fin'ora vita e si spinge verso il futuro. E questo per voi non ha durata, non ha un luogo, semplicemente è. Poi finisce. Forse per un rumore. Forse per un tocco. Forse per una voce. Cose di questo genere possono interessare solo prima di saperle, dopo, semmai deludono, no? Così l'ultima volta che mi sono suicidato, pochi minuti fa, mia madre se n'era appena andata e la mia faccia teneva su un sorriso ebete da circa un quarto d'ora.
EH, CI VUOLE DEL TEMPO
- Eh, ci vuole del tempo…
Ripeteva sempre queste parole a chi gli domandava che stesse a fare, seduto su un gradino di Santa Maria del Fiore, tutto il santo giorno con un quadernetto ed una penna in mano.
- Eh, ci vuole del tempo…
Ormai lo conoscevano tutti, era arrivato un giorno di marzo con la primavera con negli occhi le prime rondini e nelle orecchie le prime parole tedesche americane giapponesi cinesi australiane mai sentite. Lui invece se ne stava zitto. Si piazzò lì e ci rimase. Semplicemente. Come se quel metro quadro fosse suo da prima, da quando neppure lui sapeva, da quando il Ghiberti vinse, aveva ventitre anni, il concorso del 1401 per le porte del battistero di San Giovanni (mai sentito di un battistero legato al nome di un altro santo) sul Brunelleschi, che poi si rifece con la cupola e con le sue meraviglie scenotecniche a Santissima Annunziata e poi. Non si potè proprio lamentare, Filippo, per quella sconfitta. Certo dopo la nord ci fu quella del Paradiso, senza dimenticare che nella bottega di Lorenzo era il giovane Donatello. Quante volte però ci aveva pensato, e se si fosse scoraggiato, se si fosse fatto prendere dall’acidità della sconfitta e avesse gettato tutte le sue ambizioni in fondo all’Arno? Ma non era successo, no, e che meraviglia a vederla da lassù. A vedere la cupola, intendo, dal luogo in cui si trova ora e momentaneamente.
Non era più un ragazzo quando venne notato per la prima volta, e la prima volta non fu quando arrivò. In definitiva, nessuno sapeva il momento in cui aveva posato il culo su quel gradino e quel gradino aveva deciso di essere il suo allo stesso tempo.
C’erano ogni tanto dei ragazzini che andavano lì a fargli delle domande, che c’era da divertirsi. Era una lotta per farlo alzare di modo che qualcuno potesse sedersi al suo posto, così dopo vedessi le scene che faceva per rimettersi su quel gradino. Gli toccava parlare, cosa che non gli piaceva granché, anche se riusciva a farsi capire benissimo da tutti, persino dagli stranieri. Chi l’ha sentito in quelle occasioni, anzi, ha giurato che lui sapesse parlare in ogni dialetto del mondo. Ad esempio una mattina, era molto presto ed era inverno, tant’è vero che il sole ancora non picchiava che obliquo sui tetti e fuori le poche persone erano tutte incappucciate e ben sciarpate, insomma faceva un bel freddo, e su quel gradino si mise a sedere un rabbino; proprio così, un rabbino. Lui arrivò come sempre da dietro, a quel tempo la sua barba grigia iniziava ad essere più lunga, e quando vide questa figura al suo posto la guardò per qualche secondo, questo si alzò e si abbracciarono. Si misero a sedere entrambi, ognuno però al posto che gli competeva, e parlarono parlarono parlarono mentre il sole intanto sorgeva a illuminare il bel grigio smog degli edifici e le strade iniziavano a emanare gas che finivano direttamente nei polmoni di persone impegnate a scansarsi, passare col semaforo rosso approfittando del momentaneo non passaggio di vetture, parlare al telefonino, cercare di fare una foto al Duomo o al Battistero, ma tutto inutile perché non ci stanno in una macchina fotografica, vanno oltre non si possono comprendere che con l’immaginazione, la fantasia di verdi e bianchi tipici del romanico fiorentino il cui esempio lampante è San Miniato al Monte su su alle colline vicino a piazzale Michelangelo. Finito che ebbero di parlare il rabbino se ne andò senza voltarsi, né lui lo guardò mentre imboccava, chissà quale la sua destinazione, via Martelli o Cavour.
Certo come cambia la toponomastica nel tempo, e se si pensa a tutte le storie che si incrocia mentre si percorrono le solite strade c’è un po’ da essere spaventati, intimoriti, ma anche affascinati. Tutti quei nomi, quelle date, a rievocare fatti, vite importanti per le persone che intitolarono in quel modo le vie, e allora sapere una cosa così banale come il nome delle vie è un po’ come fare un viaggio nel tempo, nello spazio.
Lui se ne stava tutti i giorni per tutto il giorno lì, a mezzogiorno e mezzo tirava fuori il suo pranzo – un panino con qualcosa dentro, a volte una vaschetta con un primo freddo – dallo zainetto che aveva sempre con sé, la bottiglietta da mezzo litro d’acqua, e mangiava e beveva. Poi si rimetteva sul suo quadernetto, o forse tanti uguali, e scriveva, disegnava, chissà. Nessuno è mai riuscito a capirlo. Una volta glielo provai a chiedere pure io, avevo dieci anni credo, e la sua barba grigia e lunga era una cosa attraentissima, c’erano amici miei che giuravano d’averci visto i più strani insetti camminare e perdersi dentro, uno diceva addirittura che una volta stavano giocando a palla e fecero un tiro sbagliato e la palla finì nella barba, allora lui gli dette pure il permesso di cercarla, ma non la trovarono. Altro che il gonnellino di Eta Beta! A pensarci bene però forse lui riusciva a ritrovarle, le cose perse in quelle lunghe stelle filanti che andavano per l’argento, e forse le rivendeva ed era a quel modo che si guadagnava da vivere. Stare lì seduto era tutto un trucco, chi faceva caso ad un signore anziano, e invece lui con quella barba, come qualcosa cadeva di tasca a qualcuno che passava nelle vicinanze lui…zac, e la prendeva. Però, che ingegno! Ma forse no. Forse non riusciva a trovarli neppure lui, gli oggetti che si infiltravano tra quelle piccole spume di onde, ed era per quello che piano piano la sua andatura si faceva più curva, perché aveva tanti pesi da portare, e se i capelli a Sansone donavano la forza a lui la barba la toglieva. Magari era la moglie prima a tagliargliela tutti i giorni, perché fosse sempre in salute e forte, lei che ne conosceva il segreto e amava quell’uomo, lo amava così, lo amava e basta. Solo che ogni giorno, dopo averlo rasato, diventava lei appena appena più debole, e anche se non le importava, fu per quello che poi morì. Lui non poteva farci niente, perché la amava. Dopo la sua morte, non si rase mai. E non perché senza di lei non avesse più senso, perché di senso la vita ne abbonda sempre, ma appunto il senso era cambiato. Sempre per questo forse aveva cominciato a sedersi su quel gradino ed a passare lì le sue giornate. Ma forse no. Una volta, dicevo, glielo provai a chiedere, cosa mai almanaccasse su quei fogli, lui al suono della mia voce si voltò, mi guardò dritto negli occhi e io lo vidi proprio bene in faccia, con la luce che si frangeva sulle sue rughe, gli occhi scuri e profondi come la notte lontana dalle città, gli angoli della sua bocca si allargarono ed alzarono a sorriso, una fossetta si scoprì sulla guancia destra, e poi disse, chinandosi
- Eh, ci vuole del tempo…
coprendo allo stesso momento le pagine. Così non scoprii niente, né vidi strani animaletti o oggetti in quel campo arato che portava a spasso come una tenda sotto la faccia. Penso fossero tutte storielle.
Però poi una cosa strana, per non dire straordinaria, è successa alla fine davvero. E’ morto. Aveva una barba lunghissima, che tutti quelli che lo vedevano si chiedevano come facesse a non inciamparci, però quella cosa, ad esempio, davvero non è mai accaduta, anche se sarebbe stata più ovvia. Perché è dopo la sua morte che è successo qualcosa di davvero incredibile. Si scoprì che aveva dei figli, tre, due femmine e un maschio, che aveva anche dei nipoti, e che era stato un padre e un nonno affettuosissimo. Furono loro ad organizzare il funerale. Però nessuno li ha mai visti, o comunque nessuno si ricorda di averli visti o incontrati. Comunque, la funzione si svolse addirittura in Duomo e…era pieno. Non solo c’era gente dentro, ma anche fuori, persone fino al Ponte Vecchio, venute per…per essere lì, in quel momento. Piazza del Duomo, piena, Piazza della Repubblica, strapiena, Piazza della Signoria, più piena che non si può, ma non finisce lì, anche in San Lorenzo il mercato era chiuso e una folla da non riuscire a comprendere con una sola occhiata occupava ogni centimetro, per non parlare di tutte le vie intorno. Neanche per lo scudetto della Fiorentina, per il Mondiale dell’Italia c’era stata una tal…aggregazione di persone. Forse solo in quella pubblicità che si vede Gandhi in degli schermi giganti, insomma, forse solo con degli effetti speciali si può rendere l’idea. E lacrime rigavano i volti di tutti e gocciolavano sui vestiti, sulle pietre, sull’asfalto, sui marciapiedi. Nessuna lacrima venne asciugata da fazzoletti o mani, tutte furono lasciate scorrere. Poi finì la funzione, la bara arrivò all’esterno e nessuno da quel momento sa che fine abbia fatto. E iniziò una festa grandiosa, anzi, mille feste contemporaneamente. Dove c’era una persona, c’era una festa. E ogni festa era diversa, un groviglio, un labirinto di musiche e voci e suoni di ogni parte del mondo, qui andine, lì bretoni, là toscane, qua slave, e poi ebree, arabe, e giapponesi, e cinesi, e thailandesi, e chissà quante altre sconosciute e belle giravano per le strade. E persone che con gioia passavano dall’una all’altra così che potevi vedere quello che potrebbe voler dire globalizzazione se non ci fossero di mezzo tutte quelle cose che ci sono, e i sorrisi e gli sguardi che comunicavano più di quanto fino a quel momento si poteva immaginare. Durò per tre giorni, tutto questo. Poi se ne andarono. C’è chi dice che, guardando verso il cielo, per tutto il tempo dei festeggiamenti, c’erano dei piccoli uccelli bianchi, neri, rossi, blu, verdi, che volavano ininterrottamente e che scomparvero quando le musiche cessarono. Ma forse erano solo dei fogli scossi dal vento.
Non è facile sentire il battito del proprio cuore
mentre volti distorti girano sulla giostra
è la memoria che litiga con la volontà del corpo
dove sono gli amici che pensavi
dove sono ti chiedi hai quest'arma
che scarica i colpi su di te
che scarica i colpi su di te
Per dire
“Cado e mi rialzo” è un breve brano a pagina 63-63:
“Nessuno può mettere in dubbio che le cose ricadano. Un signore si ammala e, un mercoledì, all’improvviso ha una ricaduta. Una matita sul tavolo ricade di continuo. E le donne, come ricadono! In teoria a nulla o a nessuno verrebbe in mente di ricadere ma si è comunque soggetti a farlo, soprattutto perché si ricade senza averne coscienza, si ricade come se non fosse mai successo prima.
[…]
Contro tutto ciò si impone pazientemente la riabilitazione.
[…]
Come riabilitarci, dunque, se magari non siamo ancora ricaduti e la riabilitazione ci trova già riabilitati?”
dal pezzo su lankelot:
Il giro del giorno in ottanta mondi, di Julio Cortázar
quindi...
“Davanti a uno degli hotel più grandhotel del mondo, un giovinetto aveva l’abitudine di sedere su una panchina che, quando la luce batteva in un certo modo, brillava come l’oro.
Il giovane, che non poteva avere più di quindici anni, dava l’impressione di non essere legato a niente e a nessuno al mondo, e perfino la sua ostinata attesa sulla panchina sembrava non avesse alcun senso, dal momento che raramente lo si vedeva parlare con qualcuno, e c’era qualcosa nel suo aspetto così elegante e immacolato che scoraggiava perfino chi, incuriosito dalla sua solitudine, avrebbe voluto avvicinarlo. Prima di tutto era molto probabile che fosse uno straniero e che non parlasse nemmeno l’inglese, e poi la sua espressione d’attesa era così intensa che nessuno si sentiva d’intervenire. Era evidente che aspettava qualcuno.
Mr Cox, che era l’astrologo più famoso del suo tempo…” (pag. 3)
"Malcolm non è molto intelligente. Malcolm non sa come comportarsi. Non conosce il significato delle parole. Malcolm è fermo, ma è intorno a lui che tutti cominciano a muoversi. Malcolm è una calamita. Malcolm è un detonatore di situazioni. Malcolm è uno sguardo ingenuo, sincero, inconsapevole, vergine, innocente.
Malcolm è l’inaspettato ospite che giunge a casa vostra, e vi costringe a fare i conti con voi stessi."
dal pezzo (indovinate dove? su lankelot!) riguardante
ed infine, ovviamente, si continua...
Intro
The New york times review of book l'ha definito - Agghiacciante- , Bret Easton Ellis - Il più grande racconto dell'era mesozoica ambientato nel futuro- , David Foster Wallace - Una scrittura che toglie il respiro anche all'ipotenusa- , Niccolò Ammanniti - Un thriller che ti tiene col fiato sospeso fino a che non muori anche tu, e infatti sono morto- , Giorgio Faletti - Una cagata! ma chi è questo deficiente? minchia che schifo, signor tenente...- , Tolstoj - Avrei voluto avere lo stesso dono di sintesi- e via così...
tanto che i saluti ve li faccio ora, casomai non arrivaste a leggerne la fine per conati di vomito impellenti.
IL MOCASSINO
Questo è uno sproloquio. Quindi qualsiasi obiezione è bandita e la lascio pure senza pistole perché una donna con la pistola è più pericolosa di un uomo con la pistola; l’avete visto - Pronti a morire?- , di Sam Raimi con Sharon Stone, Leo Di Caprio, Gene Hackman e bla bla bla? E se ci fosse Gian Maria Volontè potrebbe dire - Quando un uomo con la pistola incontra una donna con la pistola, l’uomo con la pistola è un uomo morto- . Per questo alla bandita gli tolgo tutte le armi, e poco importa che non abbia senso visto che le armi delle donne non sono di quel tipo lì.
Una telefonata alle dieci di sera, o giù di lì. Mi stavo giusto guardando la nuova serie di cartoni su Mtv, quella sui lupi, Wolf’s rain, e lo so voi state già pensando - Ma quanta tv guarda questo qui?- Ma saranno fatti miei! E insomma mi stavo guardando, seduto in poltrona, cioè stravaccato in poltrona, con la schiena al posto del culo e il culo giustappena fuori, il cellulare sul tavolino accanto, più in alto della mia testa, pronto all’uso che stasera mi pare una buonasera per msgiare, vicino al telecomando nei rari momenti che lo poggiavo e non me lo tenevo semitranquillo sulla pancia, mi stavo guardando questo cartone che narra di un tempo futuro in cui i lupi sono creduti estinti e chi non li crede estinti li caccia, e loro per poter sopravvivere hanno il potere di ingannare la vista degli uomini e così di apparire umani anche loro e infatti alcuni vivono tra noi. Ah, si stava proprio bene. - Non sei veramente fregato fin quando avrai una buona storia da raccontare- , a meno che tu non sia Baricco…come ti chiami? No, guarda, proprio no, hai giusto le iniziali uguali, ma per il resto…leggiti! Però in effetti nelle tue storie non c’è niente, zero, anzi meno di zero, così cito anche Bret Easton Ellis che non ho mai letto, ma regalato. Appena ieri leggevo un articolo riguardo le - Introduzioni a…- , che proliferano nelle librerie, introduzione a questo, a quello, alla cucina thailandese (il tabacco lo cito in un altro racconto, ah!) e il tipo scriveva che si leggono meno le fonti dirette, perché adesso bisogna esservi prima introdotti da qualcun altro-qualcosaltro, perché le cose sono diventate troppo difficili…e se ci pensiamo, è anche un problema scolastico. Di qualità dell’insegnamento, dovuto alle capacità o incapacità degli insegnanti ma anche all’ambiente di lavoro in cui operano, forse uno dei meno…ma invece di criticare, proponi! Allora, se non sai leggere e scrivere, inutile il corso di computer, per esempio.
Questo discorso sulla scuola proprio non ci voleva, io avevo intenzione di scrivere della telefonata di ieri sera! Perché è stata una bella telefonata, sapete, soprattutto gli ultimi dieci minuti, dalle undici alle undici e dieci, quando abbiamo iniziato i saluti. Era un mio amico del liceo, e del dopo liceo, e di ora, insomma un mio amico, Tommy, con la ipsilon, che fa tanto ameriga anche se mai a noi che lo chiamiamo così ci era mai, proprio mai venuto in mente che facesse tanto ameriga scriverlo con la ipsilon e ci sembrava solamente carino, anche per consumare più inchiostro che con solo una i, che certo le ragazze poi ci fanno il cuoricino sopra ed è tutta un’altra storia ma noi maschi cavolo se vogliamo finire la penna che ci ha comprato mamma all’ipercoop e che fa tanto un po’ schifo non ci rimane che scrivere la ipsilon alla fine di Tommy che è uno dei nostri migliori amici, e che fa architettura e un sacco di altre cose, un ragazzo in gamba che aiuta tutti, infatti non si è ancora laureato per quello, aiuta quello per la tesi, poi quella, poi di lì poi di là, poi lavora in uno studio e contribuisce al progetto di una stazione (Arezzo, una parte…destra? Sinistra? Forse…centro, chissà) poi sta dietro a persone che gli mandano rotoli di roba da leggere, insomma un gran bravo ragazzo. Nel pomeriggio gli avevo chiesto se aveva voglia di uscire, lui aveva risposto di sentirci più tardi, quando sarebbe tornato a casa. Così ecco mi telefona alle circa ventidue di ieri sera e però non abbiamo parlato di uscire, ma semplicemente parlato chiacchierato e i primi dieci minuti li ho trovati davvero pesanti e guardavo l’orologio in continuazione, pensavo che cavolo, non esco e non guardo neppure la tv e mi tocca così tenere acceso il cervello mentre adesso poteva starsene delicatamente staccato davanti allo schermo; poi però la discussione è diventata un po’ più interessante fino a toccare il culmine ad una delle sue battute che l’hanno reso famoso da questa parte dell’Atlantico e oltre, anche sul Mediterraneo, e insomma ovunque: lui non si ricordava il nostro appuntamento del 20/10/2010 alle 20 e 10, pensava fosse alle 22 e 22, ma dico, ci si può imbrogliare su una cosa del genere? Così gli ho detto che noi (l’appuntamento è a tre), dico, noi e cioè il più grande scrittore del mondo e il più grande pianista del mondo che avevamo fatto i salti mortali per essere lì a quella data ora in quella data, non l’avremmo aspettato, tanto più per 2 ore e 12 minuti, lui povero architetto…dei miei stivali, ha concluso lui. Appunto. Così siamo passati ad una discussione sulle scarpe, e una mia amica una volta aveva avuto da ridire sulle mie scarpe perché erano da montagna e noi invece eravamo in città (lei aveva i Doc Martens, agghindati con campanellini e fiorellini) e la cosa non era ben abbinata e in generale lei in quel periodo voleva rifarmi il look perché il mio fa schifo ed è invisibile, ma non è questo il punto della discussione di ieri sera; è che insomma ci mettiamo a parlare di scarpe, e io gli chiedo quali sono le scarpe da città, che a pensarci bene, ad esempio le scarpe da ginnastica non sono da città, sono da ginnastica appunto e non sono nate per la normale vita cittadina (anche se il percorso marciapedico – si dice? – urbano è proprio una corsa ad ostacoli), e poi allora anche le scarpe troppo eleganti sono sempre appunto troppo eleganti e allora tutti gli anfibi che si vedono in giro? Non mi si venga a dire che sono scarpe da città. Io conosco scarpe da caffè. Notare queste parole - Io conosco scarpe da caffè- , perché se tutto il resto in questo sproloquio è inventato queste parole non lo sono, sono quelle precise esatte che ha usato lui durante la conversazione telefonica di ieri sera. Scarpe da caffè? Faccio io. Sì, il mocassino. Il mocassino? Adesso riscriverò queste battute utilizzando un piccolo aiuto grafico per permettervi di capire: Scarpe da caffè? Faccio io. Sì, il mokassino. Il mocassino? Il moka-ssino.
Né se ne fûr vieppiù
posate le guance
sull'odoroso cipiglio ch'a' rospi
rompe
quasi trito angue
la quarta vertebra lombare
sempre che ce l'abbiano
è allora che disse:
-BUDIBÙ.