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20/06/2008

Dunque, è un po' lungo, non esagerato, no. Ma deve bastare per qualche giorno ;-)

ROSSO INTENSO BACCHE (come sangue)


Play.

Respiri.

Un leggero fruscio, una sedia che viene spostata di poco, accomodata…

- Ciao Tommi, sono io, come avrai letto sulla busta che conteneva questa cassetta. Non mi sono fatto vivo per un bel pezzo eh? Sai com’è.


Mmmh, il volume è ok…a parte che quando Laura dorme non la svegliano neppure i cannoni…


- Sto nella casa dei miei, da solo, su in montagna. Si sta bene, c’è silenzio, qua, e poca gente.


Lunghe passeggiate estive, bambini.

- Babbo.

Uno strattone alla maglietta di quell’uomo alto.

- Babbo, mi prendi sulle spalle?

Si volta verso lo scricciolo biondo.

- Ma guarda che fra poco siamo arrivati…ce la puoi fare

- Sono stanco, è da tanto che si cammina. Mi fanno male le gambe…

- Via, che vuoi che sia? Ti fai i muscoli, così diventi forte.

Qualche passo ancora e si ferma.

- Guarda che si è fermato…

- Ma non si può dargliele tutte vinte.

- Suvvia, è piccino…

- E va bene…vieni qua, che ti porto su.

Una breve corsa verso lo spilungone un po’ barbuto.

I lamponi, le more, i mirtilli. Magliette spruzzate di quel rosso intenso delle bacche.

- Ma che vi è successo?

Da lontano quel rosso la preoccupa un po’, anche se i due saltano come grilli. Da vicino un sospiro di sollievo, anche se

- O come siete riusciti a sporcarvi così? Guarda là che roba…

- E’ lui che ha iniziato a tirarmele addosso!

- Non è vero!

- Invece sì!

- Basta! E smettetela!

- …

- …

- Eh no eh, che fate?

Piccoli ruscelli ai quali rinfrescarsi. Le castagne e i funghi, di quel posto che sanno in pochi.


- Ti mando una cassetta, scrivere è troppo, lo sai.


- In fondo, ti poteva andare peggio. È la mano sinistra…

- Sono mancino…

- Già…oh, proprio non sono bravo a farti ridere eh?

- Ma, forse è cambiato il mio senso dell’umorismo.

Tentativo inutile di tirare su il morale. La prima volta che è andato a trovarlo all’ospedale. Quei colori spenti dei corridoi, quel caldo e l’odore, l’odore che entra fin nello stomaco già prima di arrivare da lui. Poi la sua vista, il suo solito sorriso, ma offuscato. Quanto l’aveva trovato cambiato, strano. La ferita alla mano era cosa da niente, eppure l’avevano rimpatriato. Poi rimandato laggiù. Anche questo gli parve strano.


- Più che altro, scrivere è faticoso. Ho provato diverse volte, ma non ce l’ho fatta. Una specie di blocco, se vuoi.


- Tu cosa vuoi fare da grande?

Ma che sono domande da fare a un ragazzo di tredici anni, queste? La prof dev’essere impazzita nella notte.

- Lo scrittore.

La prende per il culo.

- Lo scrittore? Ma davvero?

- Sì.

- Sei sicuro di non voler fare l’atleta, sei bravo a correre…

- No. Da grande vorrei fare lo scrittore

E ora come la mettiamo, eh, prof? Il ragazzo più svogliato della scuola vuole fare lo scrittore…e anch’io, per la verità. Anzi, il giornalista.

In quell’estate avevano letto - Dune- ed erano stati catturati e portati su questo mondo fantastico e desertico che regolava tutto l’universo. I Fremen dagli occhi azzurri, bellissimi, fortissimi, letali. La storia di Paul della casata degli Atreides, che aveva più o meno la loro stessa età quando inizia il racconto. Avevano letto tutti e sei i volumi della storia di Dune (non tutti in una estate, ma), certo più interessante di quella della terra. Più viva.


- Un tempo l’avrei saltato come un ostacolo sulla pista. Adesso no.


Eppure nella sua voce non un filo di emozione. Niente. Un freddo tono colloquiale. Anzi, un certo sforzo per mantenerlo un po’…un po’…vivo. Quando era andato a trovarlo in ospedale non aveva quella voce così…asettica. Gli era parsa naturale, normale. Ma forse, perché una voce sia normale in un ospedale dev’essere così, come in questa cassetta. O magari è la cassetta. Quando Giulia ha avuto l’incidente, un anno e mezzo fa, e siamo andati da lei, la sua voce però era stonata. Piena di vita, stonata in quella stanza. Mah.


- Come va? Mi sono immaginato diverse volte il nostro prossimo incontro, ma ancora non è il momento. Prima ti volevo far sapere alcune cose. Perché tu potessi decidere se rivedersi o no.


Che è successo? Qualcosa per cui vorrei non rivederlo?!

- Sono stato con Laura…

- Cosa?

- Sono stato con Laura.

Tono di voce poco più alto, imbarazzato.

- Cosa? Quando?

La rabbia che montava, saliva su, mandava in corto circuito cuore e cervello. La voglia di picchiarlo e poi andare a ragionare con quell’altra.

- Giovedì, giovedì sera, a quella festa…

- Per una sera che non esco!

- Eravamo insieme, ci divertivamo eravamo…

- Non me lo dire!

Le sue parole che coprono quelle dell’amico.

- …ed è successo…

- E lei?

Silenzio.

- Levati dalle palle, va’.

Un groviglio, gomitolo di Arianna di emozioni di cui non si trova l’inizio, la fine, niente.


Guarda Laura, lì di fianco, che dorme tranquilla. La sua testa scivola sulla sua spalla destra, starà attento quando cambia marcia. Com’è bella. Il suo odore così…avevano superato pure quello, già. La sua ragazza e il suo migliore amico erano andati insieme, si erano baciati e niente più, almeno così gli avevano detto e lui li aveva creduti. Come se poi i baci fossero poco. Li aveva scusati perché, perché li amava, ecco. Solo quello. Non certo perché avevano bevuto, anzi. Dopo un po’ li aveva perdonati. Adesso lei era lì, i suoi capelli neri e lunghi che le coprivano in parte il volto girato da una parte, i suoi occhi chiusi e il respiro sereno. Le mani sulla pancia piena di vita.


- Devo parlarti della guerra, di quello che è successo. Non ti posso, né voglio, nascondere niente.


Una lettera, anni prima. La ricordava ancora: - Partirò. Un altro paese, altra gente da aiutare. So che non hai mai condiviso la mia scelta, che secondo te si possono aiutare le persone anche non andando in zona di guerra, ma cercando di prendersi cura di chi ci sta vicino, fare volontariato, piuttosto che andare armati in paesi stranieri. Anche se a scortare aiuti umanitari. Ma questo è il mio modo. Non tutti quelli che partono, lo fanno per lo stesso motivo, ma neanche quelli che restano rimangono per le stesse ragioni…così parto. Vi scriverò, che mi rimane più facile, lo sai. Sarà il voler sempre avere l’ultima parola, eheh. Ciao, un abbraccio a te e Laura- .


- Ti parlerò della guerra, non della vostra, ma della nostra. Per quanto la vediate in tv, ne leggiate sui giornali, la vostra guerra è diversa dalla nostra. Una guerra filtrata. Pensate magari di sapere come vanno le cose, ma viverle è diverso. Viverle, come se poi fosse vita.

Eravamo là già da qualche mese, ed era abbastanza tranquillo, per quanto può essere tranquilla una nazione in guerra.

Era l’alba. C’era da liberare alcuni dei nostri e avevano mandato noi. Tutto andò come previsto e quando entrammo pensavamo di essere degli eroi. Il nemico o era morto o scappato. A noi premeva più la liberazione dei nostri che non inseguirli.

Grida. Urla. Parole da non ripetere. Entrammo e l’unica cosa che riuscimmo a fare fu ucciderli. Alcuni erano già morti, altri no. C’era sangue ovunque, le luci erano accese. Sparammo. Erano tutti ciechi. Alcuni erano sbudellati. Intestini sparsi a terra. Ed altro. Un macello. Carne da macello. Li avevano accecati e aperti da vivi. Li ammazzammo e uscimmo di là. Ci fu un grande fuoco che avvolse tutto.


Quindici di agosto. La spiaggia è un brulicare di fuochi non autorizzati, di ragazzi che mangiano pizza, grigliano carne, bevono birra e vino, coca e rum.

- Saltiamo il falò.

- Come?

- Dai, saltiamo il falò.

Uno si toglie la maglietta, il costume addosso e basta, tre-quattro passi di corsa salto e atterraggio con capriola aldilà del fuoco. L’altro non si fa pregare.

- Che scemi che sono…

I commenti delle ragazze.

- Insieme, dai.

E allora eccoli, coi loro fisici scemi uniti in un abbraccio come di squadra di calcio partire di corsa e saltare le fiamme staccarsi in volo e capriolare come in un circo venuto male. Alzarsi con la rapidità di un ornitorinco e mostrar le chiappe chiare come in quella vecchia canzone.

- Dai, ma copritevi!

Tirar su il costume con un sorriso da dentifricio Durbans che non fanno più e andarsi a prendere il meritato bicchiere di vino da bere alla goccia o quasi.


Prima che arrivassimo noi, avevano visto e sentito tutto. Noi siamo stati testimoni della fine, loro hanno vissuto il durante. Dentro. Ti prende una rabbia, una rabbia cieca, dentro. Bisogna calmarla. Quando sanno che cosa hai visto e sentito, ti danno delle pasticche. Per tirare avanti, mica per altro. E continuare. Troppo poco.

Qualche giorno dopo siamo riusciti a catturare qualcuno. Allora li abbiamo picchiati, sbattuti ovunque, spogliati. Alcuni piangevano, altri sfottevano. Gliela leggevi in faccia, la loro boria. E allora prendi il fucile, uno dei loro, e gli infili la canna in culo mentre i tuoi compagni lo tengono fermo. Ma non spari, no. Lo fai fare sempre a uno di quelli.


Le sfide con i soldatini sono sempre molto lunghe. Prima si decidono i colori, in modo da non confondere un esercito dall’altro. Poi si inizia a posizionarli. A volte in giardino, altre in casa. Quante squadre avanzate perse da un giorno all’altro perché uno non si ricorda dove esattamente le ha messe. Magari perde un mitragliatore, o una jeep, o uno di quelli che spara da sdraiato. Tra rami delle siepi dove fare agguati, sassi che poi rotolano. Con i piccoli cannoni, quelli che trasporti con le jeep, ci puoi sparare i petardini, che spettacolo! Però queste sfide sono lunghe. Meno male che si può sempre finire a ingessare le povere formiche con quel gioco da tavolo, come si chiama, quello dell’investigatore, che c’è anche il gesso, appunto. Oppure, schiantare le lumache con un’esplosione. Sono molto resistenti, le lumache. A volte ci sono voluti due o tre petardi messi tra il guscio e quella cosa bavosa, o infilati proprio nella cosa bavosa. Quelle scie luccicanti che lasciano, bleah.


Però dura troppo poco. Ti senti insoddisfatto. Con l’amaro in bocca. Forse sei ancora troppo umano. Ma ti passa, poi, l’umanità. Il tempo cura tutto. Così si dice.

Ci spedirono in perlustrazione alle porte di un piccolo paese, per vedere se era possibile passarci la notte. C’era silenzio, nessuna musica da film che ti preannuncia quello che sta per accadere, nessun filtro visivo, ed eccole lì, teste per strada, impalate. Vedi una piccola figura in cima a un bastone, irriconoscibile. I colori brillavano al sole, il sangue ceralacca lucente. Altre volte è nero come un buco nero, che ti risucchia dentro e ti porta via. Impari che il sangue è più o meno dolce, o amaro, a seconda che sia sangue venoso o arterioso.


- Li hai visti?

- Chi?

- Ai lati della strada, venendo qua. C’era un indiano, credo, aveva le gambe scoperte dalle ginocchia in giù, magrissime, ossa, pure i piedi. Era lì seduto, con le mani giunte, i palmi verso l’alto che chiedeva due spicci.

- Sì che l’ho visto, sta sempre lì. Poi c’è il barbone del sottopassaggio. Poi, poi, poi…e allora?

- La gente non ci fa caso.

- No, non è che non ci fa caso. Li vede, e passa oltre.

- - Non ti curar di loro ma guarda e passa- .

- Proprio così.

- E non ti fa star male questa cosa? Si trattano come merda sui marciapiedi, ti fa schifo, sì, ma finché non ci metti un piede sopra non te ne curi.

- E’ la vita.

- Ma quella non è vita!

- Già. E allora? Non mi sembra che tu ti comporti in modo diverso dagli altri, da me. A volte lasci una moneta, e più spesso no.

- Però fa male.

- Ci si fa l’abitudine.

- E io non voglio abituarmi, ok?

- Non mi sembra.


Era una domenica. Trovammo questa in un edificio abbandonato, che ci facesse ancora lì proprio non lo sapevamo. Poi uno urlò

- Facciamo un po’ di ginnastica!

- Sì.

E allora la prendemmo tutti, davanti, dietro. Era giusto, davvero. Nessuno protestò. Tutti d’accordo. Mica eravamo in un film. Di esseri umani in quella stanza non ce n’era neanche uno. Non c’era neanche più rabbia, si era mutata in piacere. Il piacere del dolore. Godevamo. Sperma e sangue mescolati. Le donne sono le guerrigliere più tignose. Tu ed io ne sappiamo qualcosa, Herbert aveva visto giusto. Con le combattenti ci spingevamo molto in là. Con tutti, d’altronde di esseri umani in zone di guerra non ce ne sono.


- Mi è venuta in mente una idea.

- Spara.

- Scrivere libri di storia per bambini.

- Guarda che esistono da tempo i libri scolastici.

- No, dico, renderli davvero piacevoli per i bambini.

- Sì, la Bibbia a fumetti l’hanno già fatta.

- Eddai, non prendermi per il culo. Sul serio. Secondo me, mantenendo i fatti come sono…

- Anche di romanzi storici ne sono stati scritti…

- Ma non per bambini! Per ragazzetti. Che palle studiare storia alle elementari e alle medie.

- Per quanto mi riguarda, anche alle superiori e, a volte, anche ora.

- Appunto. Eppure ci dev’essere un modo per rendere le cose più interessanti, no?

- Beh, facciamo una combriccola di ragazzetti che riescono a viaggiare nel tempo. Come si chiamava quel film?

- Ah, quello dei tre tipi che, seguendo il sogno di uno di loro, riescono a fare una navetta spaziale con…

- …con dei rottami. C’è il genio del computer, quello del sogno..

- Ethan Hawke bambino…

- Appunto. E l’altro che è, diciamo, il ribelle della situazione.

- Però non viaggiavano nel tempo.

- No, ma che c’entra? Era per fare un esempio. Ti è venuto in mente il titolo?

- C’era Navigator, ma non è quello. Explorer o qualcosa del genere…

- Mah.

Dopo qualche tempo.

- Ti è arrivata la cartolina?

- Sì.

- Anche a me.

Uno preso e l’altro no.

- La solita fortuna.

Gli disse. Poi c’era rimasto, nell’esercito.


Eravamo molto più tranquilli quando tornavamo da queste missioni. Niente più bisogno di pasticche. C’era solo il bisogno di tornare fuori. Ogni volta eravamo più forti. Ti sembrerà stupido, ma li annusavamo, i nemici. Poi, quando ce l’avevamo tra le mani era come perdere la verginità. Tutta la tensione placata. L’odore della paura, del terrore, le vibrazioni nell’aria così eccitanti.


Sulla spiaggia il sole batte forte, è quasi l’una. Lucertole umane se lo godono. Una si alza e va verso il mare, entra piano. Ci sono le onde, e onde i suoi capelli, le sue braccia, i suoi fianchi, le sue gambe. Scompare tra riflessi tintinnanti.

- Carina lei eh?

- Già.

- E perché non sei andato a farci il bagno insieme?

- Perché non tu?

- So che ti piace…

- E’ così evidente?

Le sopracciglia si inarcano in due sorrisi al contrario, più quello sotto a diritto, una leggera alzata di spalle.

- Ecco, è che c’è un piccolo problema…

Lui è steso di pancia. Si alza un po’ sui gomiti e guarda appena in basso.

- No, dai, non ci credo! Era stesa accanto a te, ma…

- Che ti devo dire? Mica è colpa mia. Non posso certo alzarmi in queste condizioni, sai che figura!

- Beh, magari le piace.

- Sì, e al resto della spiaggia?

- E vabbè, sei un tipo - sensibile- …


Alla fine si diventa bravi. Si riesce a stillare ogni goccia di dolore e paura come il sangue degli agnelli. Come quando da piccoli ci strizzavamo quelle bacche addosso per fare scherzi ai nostri genitori. Così con i prigionieri, ma senza scherzi. Alcuni li sbucciavamo, come arance, prima incisioni, poi via. Naturalmente morivano dissanguati. La pelle si metteva a seccare, ci facevamo corde per legare gli altri. Il resto lo cucinavamo, sempre per quelli. Dopo mangiato, gli facevamo vedere il video che avevamo girato, per fargli capire cosa avevano ingerito. Vomito piscio e merda e urla. Sono risucchiati. Lo vedi, che sono risucchiati. Lì è il massimo. Dopo c’è il fuoco, come sempre, e ti senti pieno e forte e grande, finalmente.


La cavalletta non era così facile da prendere. A volte capitava. Ma più spesso erano i grilli, che sono più piccoli delle cavallette.

- Gli si leva un zampetta?

- Ma poi scappa lo stesso…

- Allora un’alettina…

- Mmm, buona idea…

Tutte le proposte erano vagliate attentamente. Prendere le mosche al volo e staccargli quelle piccole ali trasparenti era divertentissimo. Come correvano veloci poi! Poi finivano sotto un piede. Ma alcune devono essere scappate e ora ci sarà la specie di mosche senza ali. Esperimenti di ingegneria genetica. D’altronde, l’evoluzione va avanti per esterni e interni.


Quando è finita, non è mai finita. Ci hanno rimandati a casa, ma che ci facciamo noi qua? Alcuni so che si sono suicidati. Altri si sono ammalati, ma di cosa non lo so. Altri ancora sembra stiano bene, come me. Ho avuto crisi d’astinenza, proprio così. Non sono più un essere umano, anche se non sono più laggiù. La guerra è anche qui, e ti ho già detto. Nel più grande paese del mondo c’era un divieto a tempo per cui non era possibile vendere armi da assalto nelle armerie. Adesso è scaduto e da domani chiunque può entrare in un negozio e prendere fucili mitragliatori. Pensavamo fosse un’invenzione filmica quando vedevamo i film d’azione con le persone che entravano e si compravano tutto un armamentario incredibile. Invece, semplicemente, ancora era permesso. E oggi è di nuovo permesso. Ma non ti annoierò con cose politiche. Ti dovevo dire queste cose. Non chiedo perdono, non esiste. Nel mio mondo non c’è.


Solito bar, dopo lezione.

- Sigaretta?

- No, ho smesso.

- Ma come? Non ci si vede per due settimane e tu smetti? Ah, traditore…mettiti a sedere, va’.

- Vado a prendermi un caffè, prima. Tu lo vuoi?

- E certo.

- Ok. Amaro vero?

Un cenno di assenso. Che bello avere un cameriere, ogni tanto. Si accende la sigaretta. Corre la linea rossa verso la bocca in cerchi lungo il cilindro. Torna con le tazzine.

- Ecco. Offro io, oggi.

- Bravo.

- Sigaretta caffè sigaretta?

- Combinazione vincente.

- Non fumerai troppo?

- No.

- Com’è andata a lezione?

Primo sorso di caffè.

- Vuoi sapere le differenze nel procedimento di scrittura tra Goldoni e Alfieri?

- Tutti e due scrivevano bene, no?

- Sì.

- Allora non mi interessa.

- E tu, che hai fatto?

Secondo e ultimo sorso di caffé.

- Ero in biblio a studiare. Ma il caffè non lo bevi?

- Non vedi che ho ancora la sigaretta?

- Dalla a me, te la finisco io.

- Ma non avevi smesso?

- Sì, ma sai che goduria…la prima sigaretta dopo aver smesso…

Una sigaretta si spenge nel posacenere con ostinazione.

- Allora, è meglio che te ne dia una intera, - sai che goduria…accendersi la prima sigaretta…- e poi…

- Grazie. E poi?

- Smetti di fare il verso a Tom Waits e Iggy Pop…

- Guarda che l’ho presa perché è due giorni che non caco…

- Beh, meglio stitico che con un cancro al polmone!

- Tu ci ridi, ma io se non vado al cesso una volta al giorno sto male.

- Si vede.


Le crisi le controllo. Vivo da solo e questo rende le cose più facile. Esco il meno possibile. Ci hanno dato delle medaglie. In guerra salvi una persona e sei un eroe, ne uccidi un’altra e sei un eroe. Facile essere eroi. Così siamo tornati eroi e non esseri umani. Non c’è niente altro da dire, e il lato della cassetta sta per finire. Sei abbastanza intelligente, almeno lo eri, da capire perché ti ho detto queste cose, e perché non ti ho scritto. Alla fine, c’è sempre il fuoco.


Laura dorme ancora.


Click.


Gli occhi, occhi di ghianda si aprono. I capelli si tirano su e il naso si volta dalla sua parte, le labbra

- Cos’è stato?

- Cosa?

- Un…un click.

- Ah, è finito il lato della cassetta…

- Che ascoltavi?

- Lennon…

- Beh, almeno si abitua subito con buona musica…

Si tocca la pancia, così attraente. La sfiora anche lui. Le guarda il volto, assonnato e sereno.

- Dormi pure, manca ancora un po’…

Occhi chiusi di nuovo senza bisogno di parole.

La strada scorre sotto le ruote, cerca di guidare dolcemente. Una nuova occhiata alla sua destra.

  • Beautiful beautiful beautiful, beautiful boy…-

     

postato da: unpoapolide alle ore 15:16 | link | commenti (6)
categorie: racconti, frammenti/assenze
18/06/2008

It's beautiful outside, tonight

it's beautiful outside, tonight
there's no light on the shelf of the sky
but those little leds are stars
pollution is so clear sometimes
and I forget the collision
between gas and my eyes
nobody could say it's easy
but it's easy, just a glass of water
a glass of pure, dangerous water
so many people kill for it
but I'm here, pollution protects me
from stupid men.


Quindi si continua con le cose.

IL LORO AMPLESSO


Il loro amplesso durò così a lungo che l'Amore dubitò grandemente di loro.

Per la prima volta riuscì a sentirsi Vivo, e gli suonò terribilmente meraviglioso e atavico, come se ci fosse stato un tempo, interiore e lontano, in cui era la norma. Perché si sentiva una fenice istantanea, che solo un attimo riusciva ad essere Amore e subito si bruciava in amore e poi ancora più velocemente fino a che non rimanevano che ceneri fredde, dalle quali rinasceva con altre vesti immutata l’essenza; e spesso si fermava ancora prima di diventare Amore, e bruciava già amore, o perfino more, o re. Per questo l’Amore dubitò di loro. Vistosi sempre più caduco di un taglio del cielo fatto da un aereo, si sorprese di inaspettate doti di durata. Imputò la cosa al fatto che avevano impiegato così tanto tempo per arrivare a lui, per scriverlo tutto, persino chiamarlo come persona e non come semplice cosa, che lo dovevano aver costruito ben solido, e saldo, come gli argini delle strade di un tempo, che non avevano bisogno del cemento per stare su, e duravano anche di più. Gioco di incastri equilibrismi sapienza della mano e dell’occhio, dell’orecchio e della lingua e del naso. Perché fosse mancato anche uno solo di questi, così sarebbe mancata una parte a Lui, sarebbe stato monco, sarebbe stato storpio come infinite altre volte. Operazione matematica, per l’esattezza addizione, uno+uno+uno+uno+uno+x, ma anche tatto+vista+udito+gusto+olfatto+x, dove l’x faceva e fa la differenza e sempre la farà, come una giusta incognita, forse. E il dubbio era grande, gigantesco più di Polifemo, delle piramidi e del Partenone, del Colosseo e di tutto ciò che costruito dall’umano l’umano sorprende e il divino, per la piccolezza di chi l’ha realizzato. E così, continuò a dubitare grandemente di loro, Amore, per molto, molto a lungo, e furono loro a bruciare stavolta per primi, ma Lui ne fu tanto commosso che li fece Amare per sempre.


postato da: unpoapolide alle ore 13:59 | link | commenti (2)
categorie: racconti, frammenti/assenze
15/06/2008

Dopo il successo della seconda parte de Il cappello, signore e signori, si continua.
Eravamo, un tempo, eravamo...


BLUES PER GIULIA

Mi lascerò guidare da te, com’è giusto che sia.


Prima visione


Piazza della Sala il venerdì del blues quest’anno è un po’ monca. Astemia, anche. Il Sessa e il pg, effe, come si fa a non volergli bene tra un bicchiere e una fumata, ma ancora non avevo bevuto, ancora non avevo fumato. E allora succede che arriva, e quando arriva rimani così, in attesa delle onde come il mare sta quando ci piove sopra. Quelle piccole onde concentriche create dalle gocce di pioggia sulla superficie luccicante argentea alla luna, superficie che si fa un po’ argentina. E così è arrivata, e ha dato vita a tante piccole onde concentriche di persone-gocce-mare. Il mare del blues, ma è più un fiume, quel Mississippi con i battelli i cui echi si sentono per le vie e per i vicoli della città. Era un giorno stanco quando è arrivata, lei, notte. Il cielo nero la luna le stelle lei. La notte era scesa sulla terra a dare vita e fuoco. Lei nero vestita, aveva anche il mare con sé, portava uno spicchio di luna e il barbaglìo delle lievi increspature. You’re the night…


Cosa non si fa per dimenticare la visione


Perché la visione fa paura, spaventa, è misteriosa come il blues e nel blues si cerca di dimenticare con l’alcol e il fumo, due note stonate per cuori che infiammano. La visione se n’è andata ma è viva dentro l’anima e la consuma e la devi alimentare, perché ti vuole tutto ed è gelosa come il fuoco dell’ossigeno, che non vuole dividerlo con nessuno e lo insegue in ogni anfratto, angolo, nicchia, curva, come un serpente striscia e un’aquila vola. La notte ti vuole e te la vuoi dimenticare ora che se n’è andata, ma il tentativo è vano, tu sei piccole onde concentriche, e il centro è lei. Per quanto ti allontani, il centro è lei. Per quanto la dimentichi, da lei torni a fare i conti. Ti perdi nelle bettole sui battelli giocando a poker la tua vita come uno scarso baro, ma lei. La notte, t’insegue.


Seconda visione


E ti ritrova, che saluti un amico che è suo amico. E lui è il passato e anche lei era passata, da poco però, e due passati, un remoto e un prossimo si incontrano incrociano nel mezzo te. Ecco il presente, lei la notte. Ma non una notte qualunque, oh no. Lei è lì di fronte, ora di lato, ora ecco lo spicchio di luna, ecco le stelle, il riverbero argentino sulla pianura marina.

Se n’è andata e non la rivedrai


Argentino è il tango ballo della gelosia e il blues il ricordo che si cerca di spazzare via. Il blues quello che si fugge e quello a cui si ritorna, perché si torna sempre, all’amore. Se n’è andata e ti ha lasciato, lei fuoco tu piccola fiammella che rimbalzi ovunque senza trovare pace, alla ricerca di ossigeno da bruciare con l’alcol ed il fumo. E ti accorgi di essere solo nel giorno che nasce, la notte se n’è andata ormai e non l’hai rivista. Né la rivedrai. Ma non era una notte qualunque, oh no, era la notte arrivata di nero vestita, ed un graffio di luna di quel gatto ch’è il blues tra i vicoli della memoria, e le stelle e i riflessi sul mare che sanno di stelle anch’essi, come di cielo i racconti ad un fuoco anni fa. E questa è la notte ch’è passata, come te l’ho raccontata, e quindi è blues, perché blues è racconto, è memoria malinconica di una visione della notte


postato da: unpoapolide alle ore 18:21 | link | commenti (2)
categorie: racconti, frammenti/assenze
12/06/2008

seconda, lunga, parte.

Dopo quella prima parola non aspettai il seguito e la interruppi

- Non puoi, vero? Vabbé, magari un’altra volta.-

- Veramente no. Senti, ti va bene se prendo delle pizze? Te come la vuoi?-

- ehm,…sì,…schiaccino prosciutto e rucola…-

- Ok… e… ah, potresti portare della birra?-

- come la…?-

- Qualsiasi. Mi fido-

- Ok allora. A dopo-

- Ciao-

Risolto tutto, me la potevo prendere con più calma. Per andare da lei sarei dovuto passare davanti un supermercato, ecco le birre!, mi potevo fare una bella e comoda doccia. Andai in bagno, evacuai il mio corpo da ciò che doveva essere evacuato, mi spogliai, attesi che l’acqua raggiungesse la temperatura perfetta. Ancora fuori, allungai un braccio per sentire se andava bene. Tutto a posto. Sotto quel getto caldo mi chiesi da quanto tempo era che non cenavo in compagnia di qualcuno: abbastanza. Le mie relazioni sociali non erano più state granché, con le donne poi. Da sei anni non riuscivo a chiedere a una di uscire; qualche appuntamento era capitato sì, ma per loro iniziativa. Fiaschi completi. Pensare che alcune si erano anche impegnate.

Perché da sei anni? Perché non sono uno che dimentica. Non sono uno che lascia stare. Non sono uno che si lascia attraversare dalle cose senza cercare di capirle. E ancora non avevo capito.

L’acqua scorreva, lo shampoo.

Come ci eravamo conosciuti?!? Al tempo dell’Università. No, non facevamo la stessa facoltà, solo amici di amici in comune.



Sms: 10 min e sn lì – uscendo di casa, porta sbattuta, scale 'merda ritardo merda! ritardo! merda!', cellulare nella destra, chiavi macchina sinistra, portone, mette il telefonino nella tasca superiore del giacchetto di jeans, apre chiude veloce veloce si ferma troppa fretta fretta le chiavi di casa non funzionano per la portiera ora va bene seduto freno a mano cintura accensione fari retromarcia freccia prima via! Pedoni incauti, slalom tra portiere che si aprono all'improvviso davanti a sé, macchine che hanno la precedenza e se la prendono con arroganza, tram,'ma a chi servono a quest'ora?', che vanno lenti, paciosi e non si fanno sorpassare, semafori inevitabilmente rossi ma sbarre del passaggio a livello stranamente alzate 'uff, eccoli là' manco avesse appena finito le qualificazioni per un gran premio di Formula 1. Freno. Freno. Freno.


Una sera, fissato come al solito vicino a un distributore di benzina, io come d’abitudine ero arrivato così in ritardo che non avevo fatto in tempo a dire - A- che mi ero ritrovato la macchina piena con una bocca a due centimetri dall’orecchio destro che stava gridando

- Ma a che cazzo di ora arrivi? Muoviti va’, segui quella macchinaaa!!!-

La delicatezza non era mai stata il punto forte di Giulio e io rimasi così… che per qualche secondo non sentii una parola tra quelle che volavano nell’abitacolo.

- Ogni tanto potresti anche essere un po’ più puntuale…o no?-

- Sì, ma…-

- e comunque, non sai che ti sei perso..-

- Che cosa?-

- Eh, vedrai, vedrai, quando s’arriva…-

Guidando la luna era proprio davanti a noi, una mezza luna calante perfetta che ci dava conto della nostra incredibile inutilità nel mondo. Quel ‘vedrai, vedrai’ si riferiva a Paola, creatura divina che per uno strano caso del destino (come sempre avviene in queste circostanze) era scesa sul nostro insignificante pianeta per rischiarare con la sua bellezza le nostre, e la mia in particolare, scure esistenze. Paola, amica di Claudia e sorella della Betta (che tra l’altro già conoscevo, e che ci aveva nascosto così a lungo le grazie della sopradetta, la stronza gelosa)…



Qualche lacrima gli riga il volto, ma subito con le dita le porta via.


non parcheggiammo le macchine vicino, dovetti aspettare di arrivare all’entrata del pub per fare la sua conoscenza…sorridente come l’avrei rivista un milione di volte e forse più negli anni successivi, un sorriso all’inizio timido con le persone sconosciute, e che poi si apriva, sentiero su valle inaspettata. Già…



prima di uscire dalla doccia giostrai magistralmente la temperatura dell’acqua abbassandola dolcemente fino a un getto freddo rinvigorente. Presi l’accappatoio, mi asciugai, mi guardai allo specchio, forma indistinta. Andai in camera, mi iniziai a vestire, i calzini…


- Oh, ma dove sei?-

- Sto arrivando…-

- Se non sei qui tra venti secondi…non puoi sempre fare così!-

- Girati, va…-

- Stronzo!-

- Be’, puoi anche smettere di parlare al cel, no?-

- Stronzo!-

- Io? Ma se sono arrivato puntuale stavolta…-

- See…-

- Ero là… te quando sei arrivata eri così distratta che mi sei passata davanti senza accorgertene, e ti ho anche chiamata!-

- Ah, eri te? Mi sono girata ma non ti ho visto…-

- Invisibile, andiamo bene…-

- Però potevi anche fermarmi, no? Voglio dire…-

- Volevo vedere che facevi…-

- Che cazzo di scherzo…-

- Sono arrivato ora.-

- Cosa?-

- Sono arrivato ora.-

- Cosa?-

- Scherzavo. Non ero qua prima.-

Averlo mai fatto.

- Ah ah ah!-

Anche lui accenna un sorriso. Schiaffo. Uno solo. Veloce. Improvviso come la risata. Un lampo. Un’eiaculazione precoce. Inatteso. Silenzio.




le corse tra la mia e la sua facoltà nelle ore di buco tra una lezione e l’altra, giusto per prendere un caffè, e potevamo anche dirci nient’altro che un - ciao- , e forse no, e sembrava di poter fare tutto e niente nello stesso momento…