ELOGIO FUNEBRE
Tocca a me, adesso, parlare. Vado.
- Ehm, salve, salve a tutti. Per essere la prima volta che parlo in pubblico, beh…diciamo che non siamo fortunati. Ma non avrebbe mai voluto vederci così tristi in un’occasione come questa, soprattutto sapendo che è la - sua- occasione. Un po’ più sprint, eh? Amava il baseball, sport nazionale americano, andava alle partite e ci portava i suoi amici, cioè noi insomma, e mi ricordo una volta a un quasi fuori campo, si girò verso di me dopo che era finito l’- oooohhhh- di delusione degli spettatori e tutto preso, lo sguardo convinto, mi disse - Proprio la parabola di uno spermatozoo andato a vuoto eh?- e io lo guardai che non sapevo se ridere o fare qualcos’altro, perché lui l’aveva detto con un’aria così triste, proprio calando il tono - uno spermatozoo andato a vuoto- . Sapete tutti che sua moglie lo lasciò perché era sterile, no? Motivo strano, detto oggi, insomma, tra l’inseminazione artificiale, le adozioni, insomma, con tutte le scuse migliori che c’erano per lasciarlo trovò quella che gli fece più male. Che bastarda. In quella frase percepii tutta l’infelicità della situazione che stava vivendo. Fu una partita un po’ così, si perse. Ma, come diceva sempre prima di una partita - Quanto si scommette sulla sconfitta, oggi?- aveva fatto dei soldi così, se qualcuno ancora non sapesse come faceva a mantenersi. In fondo era proprio un brav’uomo. E sì, si ubriacava, ma con moderazione, e fumava sì, ma sempre con moderazione. Era un moderato, anche nel sesso. E non usava mai il preservativo, tanto non c’era da fare figli. E faceva sesso con la stessa persona da più di dieci anni. Lei no. E poi? Poi è andato a braccio, ecco, ma non come sto facendo io in questo momento. Avrebbe potuto farsi prete, anche, perché no? Ma no, no, di testa sua, e ora, zum, c’è cascato un’altra volta. Adesso, visto che anche lei lo sa, spero che quando ti lasci trovi una scusa migliore, - spermatozoo andato a vuoto!- .
Oh, fatto, ma che fatica. Se mai mi sposerò io, non chiederò a nessuno un tale sacrificio.
E IL GIORNO FU FIOCO
E il giorno fu fioco.
Passata la galleria, con lo stereo della macchina acceso che mandava una cassetta registrata anni fa dal ragazzo alla guida. Alcune delle sue canzoni preferite. Lei stanca, sul sedile di fianco, e il giorno del suo compleanno. La sera prima festa con amici, dormito poco, bevuto e fumato parecchio, mangiato, chiacchierato, letto, ascoltato racconti o parti di. Adesso erano sulla strada del ritorno, ritorno in un posto che li aveva visti nascere, poco meno di un anno prima. Poggiò la testa sulla sua spalla, calma. Stava bene in quel momento, voleva sentire il contatto, voleva sapere di potersi riposare tranquilla perché lui era lì, lui e nessun altro. Erano stati insieme. Si erano lasciati. Avevano continuato a sentirsi, vedersi, nonostante qualche centinaio di chilometri di distanza e una barca di dettagli problematici. Fu contento di sentire i suoi capelli lungo il fianco destro, il suo peso delicato, e avrebbe voluto chiudere per un attimo gli occhi, per assaporare, farsi invadere completamente dalla quiete che era scesa. Poi lei disse
- Ho la sensazione nettissima di avere un anello al dito.-
e stese le braccia in avanti, niente alle dita
- La sensazione di essere legata, stretta, a qualcuno…-
e lui avrebbe fatto salti di gioia, poter ricominciare, e anzi iniziare qualcosa di completamente nuovo, wow!, sarebbe stato fantastico. Ma come altre volte, invece di, i suoi movimenti aumentarono in modo spropositato rispetto alle necessità dell’autostrada, e il continuo armeggiare con la musica, per cosa poi?, mentre lei, lo sapeva, stava cercando di riposare appoggiata alla sua spalla. Perché accanto al pensiero di poter stare insieme sorse immediatamente un arcobaleno in varie tonalità di grigio di dubbi e stradubbi sul fatto di riuscirci. Alla prima lei se ne sarebbe andata, e lui avrebbe mediato. Avrebbero continuato a sentirsi, vedersi. Più o meno di frequente, in ogni caso abbastanza. Due voci vicine alla stessa nota, e che la raggiungono insieme, talvolta, ma non riescono a cavalcarla a lungo. Lei sentiva la sua agitazione, e si chiedeva le ragioni, pensava magari potesse essere un passo in avanti per entrambi, ma ritrasse il suo piede. E i fremiti dell’altro ebbero conferma.
Quando si dice il caso. O destino, chissà. Così comprai Closer, dei Joy Division, una copertina che mi tirava da tempo e un cantante che mi incuriosiva, Ian Curtis, morto suicida. Sempre avuto un debole per i suicidi. Torno a casa da Firenze e lo metto. Allegro, eh. “The silence when doors open wide/ where people could pay to see inside/ for entertainment they watch/ his body twist/ behind his eyes he says I still exist/ this is the way, step inside”. Batteria che risuona nella testa, e basso e voce e tutto che continua e martella. Manchester, prima degli Stone Roses, e degli Oasis, per dire. Margareth Tatcher. Miriade di film ambientati durante il suo governo, per non dire romanzi. Billy Elliot, per dire. La banda dei brocchi, così. Uhmf, Ian Curtis muore il 18 maggio 1980, a 24 anni. Impiccato. Si toglie l’aria. Senza più voce. Frena per sempre la sua epilessia. Mica chiacchiere. Il suo matrimonio ormai agli sgoccioli, la moglie che se n’è andata con la figlia, eppure sta per iniziare con il gruppo una mini tournée negli Stati Uniti, Closer sta per uscire. Cose che vanno male, cose che vanno bene. I Joy Division si scioglieranno e gli altri membri del gruppo daranno vita ai New Order. Manchester, lassù al nord, area industriale, e brughiere. Niente da fare. L’ozio. Nah. Parole che rimabalzano nei suoi testi ossessivi come un paesaggio piatto, uniforme e sempre uguale. Stanze che sono il principio e la fine di tutto. Da cui proviene la sua voce. Quando lo ascolti è difficile fare altro, non si può ascoltare come un sottofondo, se ci provi dopo pochi minuti ti trovi ad inseguire le canzoni messe a volume basso, a cercare il suo respiro, ti rendi conto che ti sta prendendo e portando via, e non capisci quello che dici, ma è come una sirena, e nessuno ti ha legato all’albero della tua imbarcazione.
NO PERCHÈ POI UNO PENSA CHE SIA TUTTO FACILE
No perché poi uno pensa che sia tutto facile, fra un caffè e una sigaretta, ma ne vogliamo parlare? Dico, ne vogliamo veramente parlare? Mettendo un bell’accento su quel veramente? Perché qui sembra che tutto sia proprio così: facile! Facile una sega, direbbe qualcuno. Facile un cazzo, direbbe un altro. E magari anche Facile una fia, così, per non essere scorretti nei confronti del gentil sesso. E che fa la luna stasera? Ma ha mai fatto qualcosa? Cioè, se ne sta lì, a farsi trainare da forze gravitazionali ellittiche o che. E poi uno pensa che sia tutto facile, boia d’un de. E invece no! Proprio per niente. E allora dico: ne vogliamo parlare? Proprio di quello, sì. E non è la solita disquisizione pseudopolitica, o la solita presa di corna, e neppure discussione intellettualfilosoficheggiante a cui ci hanno abituato certi tipi della tv tra veline e regioni, e neanche indagine nella città ctonia del malessere individuale (oggi che non esiste l’individuo che come protesi dell’altro da sé, già), e figuriamoci se potrebbe essere una facile battuta da mente globalizzata sulla corruzione di tizio e/o caio e/o sempronio, o anche solo una dislessia fulminante di quelle che ti prendono dopo notte a cannonate e la bocca che sembra staccata da tutto il resto e attaccata solo tra sé con le parole che non riescono a uscire bloccate dal fumo mentre i pensieri veleggiano grazie a quello ma ne farebbero anche a meno, o se uno volesse cadere nella banalità (ma qui non ci sta nessuno che vuole caderci) proprio lì. Punto. Rimarco. Punto. Ancora. Finalmente, spero di trovarvi disponibile perché lo ammetto da solo prima che lo ammettiate anche voi che la questione è importante e fondamentale e uno nessuno e centomila siete invitati a partecipare come potete a questa cosa qua che è una domanda che mi sto facendo da un po’ e sono ancora indeciso e il cuore mi batte più forte proprio perché sono indeciso e non so cosa fare adesso che la questione si è proposta a me in tali inaspettate vesti che non riesco, proprio non riesco a decidere e le possibilità son quelle o forse di più non lo so e la testa mi scoppia anche se forse potrà essere un’implosione piuttosto ma non lo so. Woof. Respiro. Allora credo ormai che la dovrei tirare in breve. È che davvero mi sembra che poi possiate pensare che uno possa pensare che sia tutto facile, e allora mi verrebbe da chiedervi se ne vogliamo veramente parlare, mettendo un accento su quel veramente perché qui, a sentire i discorsi intorno, sembra che sia tutto facile, e invece no, invece no!, vi ripeto. E allora eccolo, e io ve lo dirò, oh sì, ve lo dirò, perché sono bloccato qui, e non riesco a muovermi neanche per un centimetro una parte, neppure piccola, del mio corpo magro consumato ormai dagli occhi scavati dal tempo di queste nuvole grige come il trapano che non è attaccato alla corrente, eccolo sì, il problema che attanaglia come una tenaglia le sinapsi neuronali e a volte anche le taglia: e io sono qui a questo bar seduto fuori ormai da un’ora con un pacchetto di sigarette confezionate perfette sul tavolino plasticoso blu davanti a destra mentre a sinistra ci sta il tabacco i filtri le cartine per una rollata perfetta e in tasca l’accendino e quindi, ecco la questione: no perché poi uno pensa che sia tutto facile, fra un caffè e una sigaretta, ma ne vogliamo parlare?
Dico: scegliere quale sigaretta?
SEDUTO A QUALCHE METRO DA ME UN TIPO MI HA INCURIOSITO
Ha appena finito di farsi una sigaretta. Si è fatto un filtro staccando un pezzetto di un biglietto dell’autobus - si riconosce dai colori, o non-colori, anche da questa distanza – arrotolandolo prima in un verso, poi nell’altro; ha tirato fuori il tabacco e le cartine (che stanno lì nel pacchetto e immagino siano un po’ intabaccate), ne ha presa una, ci ha messo con cura l’ingrediente, unico e solo; ha rollato un po’, si è tolto il filtro di bocca e l’ha poggiato con delicatezza a un’estremità della corta cartina; ha rollato un paio di semigiri, leccato con un pizzico di lingua e voluttà e chiuso. A questo punto prende da accendere e inizia a fumare. Invece no. Tenendola tra le dita della mano destra la picchietta un paio di volte sull’unghia del pollice dell’altra mano. La guarda per qualche secondo, sembra quasi che la studi. Ecco, se l’è portata alle labbra. La lascia lì. Si è messo a leggere un libro. È andato sicuro alla pagina in cui aveva interrotto la lettura, credo. Ha sfogliato le pagine con tale sicurezza. Insomma, questa la sensazione. Non sono riuscito a leggerne il titolo. Vicino ma non abbastanza. C’è il sole oggi e si sta bene anche in maglietta. Uno dei primi giorni di sole, dopo un paio di settimane di pioggia e nuvole e vento alternate in compresenza. Aprile, verso la fine. Siamo già nel segno del Toro. Mi viene in mente Fiesta. Nessun collegamento apparente. Il tipo è ancora lì, che legge, con la sua sigaretta. Ormai è da un po’. Chiude il libro, così, d’improvviso, senza che niente lo preannunci, non uno sguardo intorno o altro, e lo rimette in borsa. - ciao- - ciao- , un’amica passa ma non si ferma. Lui si è tolto la sigaretta penzolante da un lato. Prende il giacchetto di jeans e fa per infilarla in una delle tasche, ma qualcosa va storto. Imbranato, mi pare. Altre sigarette? Come quella. Per terra. Si piega, le raccoglie con cura. Se ne va. Il sole sorge ancora.