LUI – LA MACCHIA
(questo racconto è la risposta a - La macchia- di Manuela Perrone, che racconta la donna)
- Warning- . Avviso di virus. Non se ne può più, di queste mail infette. Metti in quarantena, e elimini. E speri che non abbia attaccato. Speri. Non c’ero, quel giorno. Ventola del computer, dei passi, discussioni di lavoro. E non ci sono, oggi. sarebbe servito a qualcosa? Servirebbe? La mia presenza. Sola. Quando me lo disse, due mesi fa, ancora non si sapeva. Felici. Due mesi di futuro. Ma adesso. Non so cosa farà, che decisione prenderà. Non credo che lo sappia neppure lei. Anche se è andata. La capisco. C’entro anch’io. Ma lei direbbe che non è così, che non posso capire, e forse ha ragione. Non potrò mai sapere com’è. Ed è colpa mia. Oh, abbiamo parlato, sì. Meno di quanto avrei voluto, ma la conosco ormai, seppure poco, penso di sapere quando è il caso di discutere e quando no. Ci sono cose che ha sempre voluto affrontare da sola, ci sono degli standard, i suoi, di cui solo lei è responsabile. Non sono mai riuscito a farla aprire più di tanto; pensavo fosse solo questione di tempo, di conoscersi meglio, ma niente, se non vuole, non saprai mai cosa passa nel suo cuore e nella sua mente.
- Sono arrivati i dati…?
- Sì.
- Bene.
Certo non poteva nascondere la…la cosa. Perché la chiamo così? era tutto così bello. Ma quel giorno, quella faccia…è così. Ma non pianse, non l’ho mai vista piangere. Avrei voluto, a volte, ma se l’ha fatto, di sicuro quando non c’ero. Non so come faccia. Penso che alla fine della giornata dovrebbe crollare sfinita dall’accumulo di tensioni, di pressioni che non solo gli altri, ma anche lei stessa si getta sopra, e invece riesce a…l’ammiro. E mi spaventa. E vorrei capirla. Ma ci sono cose di lei che ancora non riesco ad accettare completamente, e fino a che non riuscirò, non potrò comprenderla. Mai del tutto, non si conosce mai nessuno del tutto, ma più di com’è ora. Cerco di starle vicino, anche se non ho capito bene quanto lo voglia, o quanto semplicemente lo accetti. In certi momenti penso che mi odi. Per quello di cui sono colpevole.
333…
- Il telefono da lei chiamato…
L’ha spento. Tutto il giorno che è così. Perché non mi vuole? O forse mi avrebbe voluto ma voleva che insistessi un po’ di più…
- Allora? Ti accompagno oggi pomeriggio?
- No, Fabrizio, il lavoro…
- Prendo un permesso…
- No, davvero.
- Ma…
Cosa c’era nel suo sguardo? Un - dai di’ ancora una parola e vieni- ? o un - non insistere ti prego, mi fai solo del male- ?
- …ok.
E adesso è là, sola. Nervosa. E io sono qui. Uno schermo che non capisco più. Forse dovrei andarmene, guidare, parcheggiare, camminare fino all’ambulatorio e aspettarla lì fuori. È presto e di sicuro non ha ancora fatto. Ma come ne parlo? Come se ne può parlare? Ogni volta, mi sembra di ridurlo, di trattarlo come un pacco da spedire
- Sei andato alla posta?
- Sì, ho fatto…con l’SdA…
Uno su mille ce la fa, chi la cantava? Ah già, Gianni Morandi. Uno su centomila, ha detto? Che sfiga! Eheh…oppure che fortuna, così, al primo tentativo…vorrei esserle vicino, e abbracciarla, e baciarla, e farle sentire che ci sono, e poterla, per quanto possibile, tranquillizzarla. Certo non posso dire di essere bravo, io, a calmare le persone, ma a volte basta il semplice contatto, no? Il calore…perché? Adesso la raggiungo. O forse no. Meglio che l’aspetti a casa. Sarà sconvolta. Se mi vede lì fuori sarebbe capace di scappare. O si lascerebbe abbracciare, si lascerebbe andare? Com’è possibile che non lo sappia? Viviamo insieme, dopotutto, e ancora si nasconde. O sono io che non riesco a leggere i suoi comportamenti, i suoi sguardi, il suo abbassare la testa certe volte, e toccarsi i capelli quando è in imbarazzo e non sa che fare e ride che bel sorriso che ha, con quel naso leggermente gobbo e gli occhi che ti scavano dentro fino al cuore, perché sono profondi fino al suo, di cuore.
- Sindrome di Apert. Malformazione. Del cranio. Delle mani. Dei piedi. Molto probabile ritardo mentale.
Una macchinetta quando me l’ha detto. C1P8 aveva più vita di lei in quel momento. Evitato il discorso fino a stamani. La notte la sento, che non dorme, respiro affannato. Si alza spesso, va in bagno. L’ho seguita. Una volta ha lasciato la porta socchiusa. L’ho vista. Si mette di fronte allo specchio, si guarda la pancia. Come volesse guardarci dentro. E forse lo fa davvero. Volevo entrare. Ma non lo feci. Forse sto sbagliando tutto. Figlio. Mi sento così stupido e incapace…egoista. Mi odieranno tutt’e due. Come starà? Domanda stupida. Dio Dio Dio dio perché? E non ditemi che non posso perché l’ha chiesto anche Gesù, ok? Me ne vado da qui.
- Ehm, posso…
- Vai vai. È tutto a posto qua.
Cazzo guardava a quel modo? No, ma sì, ecco, lo sa…e insomma. Ha fatto una gentilezza, sì. Un tabacchino…
Dunque, dunque, tabacco o pacchetto di sigarette e via? Mmmh, tabacco sì, magari mi rilasso a rollare un po’…
- Vorrei…del tabaccoo…
- Quale?
- Samson, blu. E cartine Rizla corte, e filtri.
- Come le vuole le cartine? Blu, rosse, grigie…?
- Grigie?! Sono rimasto un po’ indietro, come sono?
- È che non ce l’hanno tutti, sa, sono ancora più fini. E poi noi le facciamo a un buon prezzo, quarantuno centesimi.
- Davvero…
- Eh, perché le importiamo direttamente, cioè, si prendono direttamente, e infatti siamo ben forniti, pensi, c’è chi viene da Montecatini e si fa la scorta. Proprio l’altro giorno uno…e insomma quale vuole?
- Quelle grigie, mi dia quelle grigie, non l’ho mai provate.
- Quante?
- Mah, per ora un pacchetto, sa, per provare.
- Eh sì, giusto.
- Ecco a lei. Fanno cinque e trentuno.
- Mmmh, vedo se ho anche gli spiccioli…trentadue, mi dispiace.
- Eh, non è un problema.
- Grazie. Arrivederci.
- Arrivederci.
Che tipo! Vediamo se mi riesce ancora…è da un po’ che non fumo…no, camminando non mi viene. Mi fermo. Deformazione delle mani. Non, non ci riuscirebbe. Merda! Mi è caduto. Calmo. Calmo. Riprova, Fabri, riprova. Cartina. Tabacco. Prima rollatine. Filtro. Roll. Chiusa. Ooh! Due colpetti per assestare il tutto. E via. Ho deciso: vado da lei. Dovrei fare in tempo, dovrei. Con la sigaretta? Ma che mi viene in mente, è incinta! Nono! Via! Macchina. Questo traffico…non lo sopporto. Anche il semaforo rosso ci voleva, ma dico io. Verde. O vado a casa?
STAVOLTA AVEVA ANCHE IL FUCILE
Stavolta aveva anche il fucile. Che fucile fosse, non ne aveva proprio idea, ma quando lo vide arrivare con quell’arma, da lontano, capì benissimo quali fossero le sue intenzioni. Non gli doveva essere andata giù, per niente. Camminava per strada, con passo tranquillo e deciso, come se tutto fosse naturale, persino le persone che correvano via da lui non appena si accorgevano di cosa aveva in mano, perché era chiaro che non lo stava semplicemente portando da un posto a un altro, ad esempio in macchina, ma lo teneva perché lo stava per usare. Contro chi? Contro cosa? La gente non lo sapeva tranne…tranne lui, l’uomo alla finestra della casa distante ancora un duecento metri dalla figura armata. Ma la distanza si riduceva costantemente. Come avrebbe fatto a difendersi? Non aveva niente, o meglio sì, ma una sfida tra coltelli da cucina e un fucile non gli sembrava molto incerta. Ma certo qualcuno aveva già chiamato la Polizia, e in quattro e quattr’otto sarebbe arrivata, l’avrebbe accerchiato disarmato e portato via, e i quotidiani del giorno dopo avrebbero titolato così in prima pagina: - SVENTATA UNA STRAGE!- e avrebbero intervistato lui, la quasi vittima, e a quest’idea un vago sorriso comparve sul suo volto: un po’ di celebrità, magari qualche comparsata in TV, chissà, tutto poteva essere.
Stavolta aveva anche il fucile, eh sì, già una volta era successo, ma solo con un coltello. Al che era riuscito facilmente a scappare. Quel giorno, quel giorno era sicuro che avesse qualche altra diavoleria nascosta oltre a quel luccicante misto di legno, acciaio e polvere da sparo. Cavolo, sotto il sole splendeva come un brillante. E lui non riusciva a togliersi dalla finestra, non ce la faceva proprio a scostarsi da lì, eppure sapeva bene che se non avesse fatto niente entro pochi minuti sarebbe tutto finito. Infine si voltò, corse in camera da letto, e deciso tornò al piano di sotto e uscì in strada.
Cosa cavolo agitava quel piccolo pezzente? Lui era lì con il fucile carico e pronto e quello, quel piccolo parassita della società se ne stava davanti l’uscio di casa agitando qualcosa, qualcosa di nero.
Guarda! Le vedi queste? Sono di tua figlia!!! Sono di tua figlia! E ce l’ho io! Lo sai perché?
Nessuna risposta, solo uno sguardo che dallo sbigottimento stava passando ad un incazzato incommensurabile. Le mutande di sua figlia! Quello stronzo sventolava come una bandiera, per strada, le mutande di sua figlia!!! Come fossero un trofeo! Se prima aveva ancora qualche dubbio, le ultime scene a cui aveva assistito l’avevano convinto di ciò che stava per fare. Il suo fucile, il suo amato fucile lo guardava, le canne che sembravano occhi, occhi profondi che sapevano di luoghi senza ritorno. Lei gli aveva detto che voleva sposarsi quel tipo? Che lo facesse, dopo quello che aveva in mente di mettere su. L’aveva cresciuta da solo, e questo era il suo ringraziamento? Non che lui pretendesse che sposasse il presidente, ma almeno uno che ha un lavoro, uno con cui lui può andare a caccia alla domenica durante la stagione, non certo uno stronzo vegetariano, per giunta! E che non ha lavoro, ma solo promesse di lavoro, e lui non aveva mai visto qualcuno tirare avanti con le promesse. E poi, via! Mostrare quelle a tutti, per strada, sbandierarle come chissà cosa, che razza di uomo era? Coraggio, zero. Lo aveva visto bene quando l’aveva minacciato la prima volta, eh sì, perché era anche testardo, l’amico, non capiva mica che doveva lasciar stare sua figlia, il fighetto. E lei, anche lei, che si era fatta abbindolare così, così…oh, e no che non capisse l’amore, no, ma per quello, per quello lì…ah, ma lo vedrà, lo vedrà…
Sirene poliziesche si avvicinavano velocemente. L’uomo sull’uscio era fermo, le braccia lungo i fianchi, non capiva niente. Che voleva fare il vecchio? Si era piantato in mezzo alla strada, sembrava un albero che fosse cresciuto lì da tempo immemore, tanto era diventato parte del paesaggio. La macchina biancoblu della Polizia si arrestò sgommando a una decina di metri dalla figura armata che assomigliava a una pianta con una protesi nera. Magari sarebbe venuta anche la tv. Che scena, che scena!!! Si vedeva già ai tg serali, era un po’ spettinato, ma certo avrebbe fatto in tempo a mettersi un minimo a posto. Anche una gomma, una caramella, perché aveva un alito…sgradevole, ecco. Magari l’avrebbero invitato a un paio di trasmissioni, ospite pagato, naturalmente. Quando i poliziotti uscirono dalla macchina, pistole in mano, già si era convinto di tutto questo, di quanto la sua vita sarebbe cambiata, grazie a quella scena. In fondo, il vecchio sarebbe tornato utile, stavolta. Si mosse, e con le mani posizionò la nera, lucida, scintillante arma come non aveva mai fatto. Oltre la convinzione di fare ciò che stava per fare, stavolta…
Stavolta aveva anche il fucile, sì, e si sparò in bocca.
RESPIRI
In fondo, si vive finché si respira.
Interno letto – sotto le coperte – notte d’inverno
Occhi chiusi e niente sonno. Come si era adagiato sul materasso e aveva tirato su il piumone il sonno era svanito. Puf! Mago in una nuvola di fumo. Due parole, e poi? Poi niente più parole. Era rimasto fermo, foglia a terra, in attesa che un alito di vento lo portasse tra le braccia di Morfeo. Aprì gli occhi. Luce rossa della sveglia altezza sguardo, leggero alone. Palpebre di nuovo giù sulle iridi stanche del giorno e svogliate per un nuovo sforzo in assenza di fonti luminose. Ma sonno proprio non ne aveva, e dire che se mezz’ora prima non lo avessero svegliato a forza di cannonate sarebbe rimasto stecchito in cucina su una sedia con la testa tra le braccia sul tavolo.
Uno: pecora che salta
Due: pecora che salta
Tre: pecora che salta
…
Trentasette: pecora che salta
Erano passati quindici minuti e quarantacinque pecore avevano saltato lo steccato, bianco come loro, su un prato verde, quando smise di contare. Si ricordò di una canzone, una canzone quasi filastrocca, in inglese, dove c’erano idiots. Divertente. One little, two little, three little idiots, four little, five little, six little idiots, seven little… no. Macchine passavano giù in strada. Pneumatici rotolovano su antiche pietre. Il camion della spazzatura, facile riconoscerlo: pesante e faticoso incedere sulla pavimentazione sconnessa, lo sportello della cabina che si apre quando l’operatore ecologico scende per posizionare nel modo corretto i grandi ruotomuniti contenitori di avanzi e scorie dell’umana specie in modo che le braccia meccaniche, non oliate in alcuno loro ingranaggio, li sollevino, e i sacchetti scivolino confondendo via via odori diversi in un unico immaginifico puzzo da guinness dei primati. Impossibile sbagliarsi. Uffa. Qualcuno che cantava, per così dire, ubriaco sghignazzo. Motorino. Imbecille.
La notte stava trascorrendo così, noiosa tiritera di rumori esterni.
Idea: isolarsi. Cercare di togliere i suoni fastidiosi dalle orecchie concentrandosi solo su di sé. Cercando di volgere l’attenzione via da tutto quello che può distrarre il corpo dal meritato(?) riposo.
Camion: via.
Ubriaco: via.
Motorino: via.
E così, uno dopo l’altro, come errori su un testo al computer, selezionava gli spazi (i suoni) e poi Canc, via uno, selezione, Canc, via l’altro. - Che sistema fantastico- , pensò.
E poi, ecco, cos’era quello?
Il piumone strusciava tirato contro il suo corpo, forse un po’ corto, ma perché? ah già, c’era qualcuno accanto a lui. Aprì e chiuse gli occhi: stava ferma. Su un fianco. Di spalle. Allora lo struscio? Avanti, indietro, avanti, indietro. Quasi una ninna nanna. Sentiva solo quel rumore, adesso, e quella sensazione sul suo corpo che lo stava piano piano pervadendo. Voleva trovarne la fonte, però. A cosa era dovuto il movimento e, quindi, il fruscio della coperta? - Adesso, adesso si è mossa, sì, ecco, va bene. Ma ora no. Eppure continua- . Cambiò posizione un paio di volte, e sempre tornava…shshshavanti shshshindietro. Provò a pensare ad altro. A volte distogliendo lo sguardo da un problema per un po’ di tempo quando ci si torna sopra la soluzione si presenta immediata e semplice. Era notte, però, e si chiese quanto po’ di tempo sarebbe dovuto passare prima di tornarci, visto che in altre occasioni aveva risolto enigmi a distanza di giorni. Quanto era disposto ad aspettare? Neanche un secondo! Dunque dunque dunque…mumble mumble mumble…neuroni iniziarono a mandare impulsi silenziosi, lieve elettricità in movimento in materia grigia. - Sicuro è una cazzata, e non ci arrivo!- ripeteva ripeteva ripeteva. D’improvviso si accorse che non sentiva più niente, niente. Era forse finito? Scscscavanti scscscindietro. No. Si era solo distratto.
Gli venne in mente una canzone
- Nel cielo di cenere affonda
- Capossela
il giorno dentro l'onda
- e sì, non c’entrava niente
sull'orlo della sera
- e però
temo sparirmi anch'io nell'ombra
- continuò
la notte che viene è un'orchestra
- fu così
di lucciole e ginestra
- proprio così
tra echi di brindisi e fuochi
- che sentì
vedovo di te
- batterne il tempo
sempre solo sempre a parte abbandonato
- e dopo un altro verso
quanto più mi allontano lei ritorna-
- sorpreso si fermò.
Res-pi-ra-re. - Lei- . Era lei. Che respirava. E il suo respiro, assurdamente stranamente incredibilmente, teneva il tempo della canzone che nella sua mente suonava. I suoi polmoni si dilatavano, la cassa toracica, i muscoli si stendevano, la pelle, e via, fino ad arrivare al piumone, che veniva sollevato tirato quel tanto che bastava per…davvero? Aprì gli occhi e si voltò dalla parte di lei. La sua nuca. Ecco, eccolo, il movimento, quello che prima non aveva notato, piccolo eppure comunque…abbastanza. Richiuse gli occhi. Se ci stava un po’ attento lo sentiva, lo sentiva bene. Il respiro. - Come una ninna nanna- , pensò. Aria che dalla stanza passava attraverso le narici di lei, arrivava ai polmoni, lasciava ossigeno e usciva. Semplice. Tutto qui. E si fece sempre più forte nei suoi orecchi, e si lasciò trasportare da quell’alito di vento tanto atteso, e prima di finire tra le braccia di Morfeo - In fondo, si vive finché si respira- .
Ninna nanna.
Interno letto – sotto le coperte – notte d’inverno – respiri
IN BICI!
Dall’alto si vedono macchie, piccole e grandi, in varie tonalità di verde. Verde acceso e verde spento, verde chiaro e grigio-verde, e in qualche macchia punti bianchi e rosa. Sentieri grigi in linee rette e curve le attraversano.
Piccole chiazze colorate che si muovono.
Due si muovono in tondo, in un sentiero grigio. Una è blu e l’altra è nera. Se ci s’avvicina ci si accorge che il nero è un uomo, e il blu un bambino piccolo su una bicicletta.
Babbo, mi togli le rotine?
Sei sicuro?
Sì sì, senza le rotine. Sono grande.
Va bene, io le tolgo. Le tolgo allora, eh?
Il bimbo fa cenno di sì con i suoi capelli castani a caschetto. Il padre si piega e si mette a svitare le ruotine laterali alla bici per farla diventare una dueruote. Il bimbo lo osserva pensieroso.
Ecco fatto. Contento?
Gliela porge. Lui ci riflette un po’ su e poi sale. Le mani sul manubrio, i piedi a terra.
Babbo?
Lancia uno sguardo in su, ricambiato.
Però mi tieni eh?
Certo. Non preoccuparti. Ti sto accanto. Ti tengo. Te guarda avanti e pedala, ‘chè se pedali tieni l’equilibrio.
M m
Gli occhi sul manubrio concentrati.
Parto eh?
Prima pedalata incerta, seconda e…la bici va giù da una parte, ma lui sta su: due mani forti e sicure hanno evitato la caduta.
Ehi! Non aver paura di pedalare. Ci sono qua io. Visto? Guarda avanti e pedala. Vuoi riprovare?
Sì.
Un po’ titubante ma sì. Massi già sa. In sella di nuovo.
Pedala, pedala e guarda avanti. Ecco, bravo. Ma sei un campioncino! Eh!
I metri son corsi veloci sotto le ruote, ma un attimo di distrazione al complimento e…zac! Il manubrio girato un po’ troppo, stop. Le due mani forti e sicure.
Andavi benone! Non ti distrarre e guarda avanti, però.
Te stammi dietro… mi tieni?
Eccome no! Hai visto no? Sto proprio qui accanto, non ti lascio cadere.
Lo guarda e sorride. Un sorriso che dona sicurezza. Il babbo lo sa che se gli sta vicino e lo incita, lo consiglia, il bimbo non ha paura.
COSE SENZA IMPORTANZA
1. leggere
2. scrivere
3. dare il proprio tempo alle altre persone
4. essere onesti
5. etica
6. morale
7. credere che esista la politica (vedi etimo)
8. leggere
9. scrivere
10. vivere
;-)
IL SILENZIO PRESSAVA
Il silenzio pressava. Stava lì, a soffiarmi sul collo perché finissi il discorso. Sudavo e il suo alito era quasi freddo ; una goccia mi scivolò lungo la schiena prima che con un gesto innaturale del mio braccio e mano sinistra la facessi incocciare con il cotone della mia camicetta, cotone 100% della mia camicetta nera, che snellisce ; il suo alito mi portò il mio odore al naso facendomi presente l'inutilità della mia doccia precedente. Odio i discorsi. Lui lo sa bene. Fedele compagno. I discorsi riempiono l'aria, le fanno violenza, e l'aria è la vita. Si deve trattare dolcemente, come una donna. Entrambe Vita. Ma da quanto non trattavo una donna? E poi era un discorso senza senso, di quelli che è difficile trovarne giustificazione, davanti a 15 persone non interessate a me, né a quello che stavo dicendo. Questo, però, era naturale, essendo le mie parole riconosciute anche dal sottoscritto come prive di un qualsivoglia interesse. Loro erano lì per fare presenza. Come me. Per dire - io c'ero - ; - L'ho visto. È messo proprio male. Eh, la caduta degli Dei. L'alcol l'ha rovinato davvero. Sciupato. Parla sconnesso. E i quadri, i quadri, non dicono più niente. Hai visto? Eh sì, è finito. Poveraccio. Io c'ero - . Dire io c'ero è una consolazione per non poter dire altro.
Ma non mi si caga più nessuno, adesso. Prima sì, oh, all'inizio, o per meglio dire a metà, le cose andavano bene, e parecchio. Ma adesso…adesso. Il silenzio pressava e mi sentivo sballottato come un pistone, pallina da ping pong tra l'assenza di suoni e i rumori che uscivano dalla mia bocca e da quelle della gente che mi circondava. Finito. Alzati. E ora, che si fa? L'unica domanda che seppi leggere nei loro sguardi. Ero ubriaco. Sarà forse per questo che i miei ricordi del posto non sono molto precisi. Di sicuro in periferia. Di sicuro un posto che, in altri periodi della mia esistenza, avrei apprezzato. Avevo preso il 44/w per andarci, rifiutandomi di esservi trascinato da quel Giuda di…come cazzo si chiama? L'organizzatore della faccenda, insomma. Una faccia laida che più laida neppure Jabba The Hut. Viscido. Quando me l'aveva presentato, Riccardo, felice di aver trovato qualcuno disposto, in pratica, a darmi una mano, mi aveva fatto schifo fin dal primo istante. Questione di pelle, che altro dire? Mi era venuto incontro e mi aveva abbracciato. Abbracciato! Dandomi due pacche sulle spalle, come fossimo amiconi da tempo immemorabile! Che cazzo vuole questo? Mi dovrei mettere nelle sue mani? Ma scherziamo? Era magro, con la pancetta alcolica ben evidente, ma non esagerata. In questo quasi un mio sosia. Odioso. I capelli brizzolati e gli occhi cerulei, non fosse stato per l'espressione da idiota che teneva su continuamente forse sarebbe stato un bell'uomo. Mi sparò un "Finalmente la conosco! Non sa quanto ammiro i suoi lavori! Appena Riccardo mi ha parlato di…" Appena un cazzo! Avrei voluto gridargli nel muso. Il suo naso dava l'impressione da un momento all'altro di allungarsi in una proboscide. Andare alla presentazione di una propria mostra, seppure in un luogo così, così…nelle condizioni in cui ero non era propriamente adeguato. Chi se ne fotte. D'altronde, il silenzio pressava, e ogni volta che lo fa non lo puoi mica ignorare. E si beve e si fuma. E si - fuma- . Avrei potuto non andarci, non sarebbe stata la prima volta. Non c'è mancato tanto. Ma dovevo prendermi una pausa dal silenzio. Riempirlo per un po'. Come adesso. Che la finestra si riflette nella bottiglia verde semivuota del vino. Che con questo caldo va per l'aceto. Non ho niente da condire. Quindici persone varie, a gruppetti di due o tre. Forse amici e amiche dell'organizzatore, o forse pagati dallo stesso per far sembrare la cosa un po' più, più.
C'era pure una giornalista. Locale. Minuta, carina, ha preso perfino appunti. Mah. Era accanto a una grossa, un poco grassa, un culo che fa provincia, come si dice. Si dice ancora? Forse sono troppo vecchio. In compenso, in compenso niente. Niente compenso. Non ho capito perché dovessi fare un discorso, visto che non riuscivo a leggerlo. Manco l'avevo scritto io. E sudavo. Sudavo e ogni goccia di sudore premeva contro la pelle e scivolava, pressava, silenzio corrente.
La tipa minuta poi è venuta da me per fare delle domande, intervista. Da tanto che non ne facevo una. Da ubriaco poi, era un'eternità. Mi ha chiesto cosa penso dello stato dell'arte figurativa contemporanea. La pressione si era fatta sentire sul mio corpo e la necessità di dare sfogo a ciò che avevo dentro era divenuta incontrollabile: ruttai. Non era la mia risposta alla sua domanda anche se, devo dire, non andava lontano dal mio pensiero effettivo, era solo un rutto, ma non l'ha capito. Mi ha detto - ha ragione, e io direi anche- , e ha scoreggiato. Ho pensato - il silenzio pressa anche lei da vicino- . Ha smesso di scrivere. Un peccato perché con la penna in mano, che prima di poggiare sulla carta faceva danzare sulle labbra, era davvero davvero sexy. Però mi ha chiesto di uscire di lì e andare somewhere a bere. Sìsì, ha detto proprio - somewhere- . Perché non lo so. Forse si usa così, adesso. Io non ho opposto resistenza, avrei potuto? Non bevevo da quasi due ore e il livello di lucidità si stava facendo considerevolmente pericoloso, meglio berci su.
Salimmo in macchina, la sua, io non l'avevo, e dopo qualche giro e un paio di sigarette ci fermammo. Il posto non lo conoscevo. O meglio, non lo riconoscevo. Una di quelle stradine in centro. Scesi quasi nel pieno controllo delle mie facoltà. Scese pure lei. Piccolina mica tanto. Almeno 1.65, magra, occhi neri, capelli neri, ricci. Perché mi era sembrata tanto minuta prima? Forse perché stava accanto alla balenottera, mah. Locale seminterrato, carino, affollato. Due whisky. Estate. Lisci. Almeno esco fori prima, pensai. Sigaretta. Le porsi l'accendino. Lei lo prese e si accese. Ci guardammo mentre aspettavamo che ci servissero. Pigiati al bancone. Una giovane e un ormai vecchio artista ubriacone. Arrivarono i due bicchieri. Mentre prendevo il mio mi toccò l'interno coscia, o per meglio dire la patta. Ebbi un sussulto che mi fece versare un po' del mio whisky. Lei rise. Il suo fumo nei miei occhi. Si liberò un tavolino e ci andammo a sedere. Vicini.
- Non sei così vecchio -, mi disse. Non so come avevamo iniziato un discorso sull'età. Sulla mia. 50 anni. Non sono tanti, no. Se non ti ubriachi una sera sì e l'altra pure, e fumi che le cartiere sembrano al confronto un falò sulla spiaggia. Ma perché si interessava a me? Ok l'articolo sulla fine di un artista, ma nessuno l'obbligava a portarmi fuori a bere. Credo di averglielo chiesto, ma non ricordo. Però mi disse - Sono il tuo angelo. Sono tua moglie.- Ci baciammo. E fu strano. La bottiglia verde semivuota che sta sul tavolino emana fumi acetosi. Te li senti quasi, sulla pelle, penetrati dalle fessure che lasciano i vestiti, e vorrebbero impregnarti e farti diventare come loro, solidificare sulle pareti per condire il pavimento in assenza di rumori. Non bevo da quella sera.
All'inferno ti vogliono sobrio.
NON DIRLO
Ovvero dialogo tra chi manca di - a- e chi manca di - e-
Non si fece vedere neppure quel giorno. - Un giorno lo incontri - mi dissi - però non devi dirgli niente di ciò che è successo - . Proprio così, dissi dentro me. Non potevo dirgli niente. Ero sicuro di questo come è sicuro che il sorgere del sole è indizio di un nuovo giorno. E quindi? Poi succede.
Non andavo mai. Ma stupido lo sono stato abbastanza. Ora non più. Ora sono stato io a chiamarlo. Ci incontriamo tra poco in un pub. Siamo stati amici a lungo, lui mi trovava noioso, io lo trovavo un tipo a posto. Uscivamo. Amici. Compagni. Commilitoni. Alcool. Vomito.
È qui di fronte. Fronte, zigomi, collo, lentiggini. Lui. E non devo dirgli niente. Non posso. Ne morirebbe. È vero che le persone muoiono, e che è il loro destino. È il ciclo degli esseri che vivono su questo mondo. Però un conto è se si muore, così, come si muore sempre: un virus, un incidente, un tumore o che. Un conto è se si è motivo di morte. E io non voglio essere il suo motivo. So che non si può tenere sotto controllo tutto. Non sono così presuntuoso. So però che questo, questo io lo posso tenere in pugno. In fondo, devo solo non dirlo. Omettere. Neppure mentire. Omettere. Un incontro notturno di due vecchi commilitoni. Bere come un tempo. E che tempo!
Lo dirà? Io sono qui. Cambiato poco, ma sono passati otto anni dall’ultima volta. Io sono più in forma, sì, muscoloso, tonico, con ancora tutta la mia capigliatura. Lui un po’ grassoccio, così a prima vista, camicia larga, una piccola piazza sul capo. La vita di coppia l’ha ridotto così. Sono stato fortunato. Una donna l’ha ridotto così? Dirà qualcosa al riguardo? No, vigliacco. Mi ha tolto la cosa più fantastica, ma non ha avuto il coraggio di affrontarmi. Gli ho tolto qualcosa di fantastico, sono stato bravo. Discorsi, discorsi. Siamo qui da poco, parla sì, ma non nutro dubbi: si sta annoiando. Ora ordina un whisky, lui non cambia mai.
Che ordino? Un whisky. Il lupo perde il pelo, non il vizio, è così sì. E tu?
Porto rosso. Io cambio. Non sono più un ragazzino. Non si può mica…una vita con in mano il solito, palloso, whisky liscio…
Però, un bicchiere di porto…leggerino eh, vecchio mio? Ho detto - vecchio mio- ? Lo odio, e mi odio per questo. Riesce, no, mi costringe, no, però…dieci minuti e non resisto più? Non è possibile. Com’è possibile?
Cosa ha fatto? Ancora? Non posso…non lo capirò mai. Ancora la solita zolfa, fa il compagno, lui, dopo anni, così, ma cosa gli passa…un cranio vuoto…già… Io lo so, lo so, lo so.
Che dici, fumo? No, non fumo più. Te sì? Sul serio? Non…eh, lo stress, lo stress….e io invece ho smesso, eh sì, non credevi fosse possibile? Non conosci il potere degli occhi di un bimbo…e degli strilli notturni…notti insonni….giorni inquieti, cose del tutto…oh, ecco!
Non fuma più, il figlio, la famiglia…ma prima o poi si va tutti lassù…io fumo. Notti insonni? Ha il coraggio di…sicuro, ha abbandonato la vita marinara con la scusa di sposarsi, ma lo so, io lo so, l’ha fatto a causa mia… poi la tromba, la tromba, ci tirava giù dal sonno, lo squassava, la tromba mattutina…piccolino di mamma…
Non ne posso più!
Niente di meglio di un buon whisky, giusto? Il porto, sì, certo. E dicevo, il fumo toglie le forze, mi sentivo sempre più giù…per te è l’inverso? Sul serio?
Il fumo mi rilassa, non mi stanca. Al contrario, tu mi stanchi. Non dici nulla. Dillo, dillo. Mostra un po’ di coraggio, una buona volta! Io lo so già. Hai la possibilità di dirlo, ma non lo dici. Ma non cambi mai, tra poco il whisky…fai un po’ il grosso, lo ordini, ma…stai andando giù…
Sì, si viaggia molto, in tutto il mondo, ti ricordi, no? Mai piaciuto piantarmi in un posto, così ho sfruttato il lavoro, ho visitato tanti luoghi, conosciuto i costumi di nazioni…magari gli mancano i soldi, il lavoro, ma non la vita.
Io fumo. Ma guardati, il tuo sguardo si fa confuso, lo riconosco, sai? Ti stai annoiando. Magari ti dà noia il fumo, il mio fumo.
Non glielo devo dire. Non posso dirglielo. Ne morirebbe. Un uomo in un pub non può essere così noioso. Voglio dire, si beve, e si beve bene, e…no, non si può essere così noiosi. Mi si chiudono gli occhi. Mi si chiudono gli occhi. Se penso forse resto sveglio. Penso, penso, penso. Vorrei essere nel mio letto, con lei, e nessuno per chilometri e chilometri. Non qui, con lui. Dopo tutto questo tempo, potevo pure dire di no. Dire che non potevo. Lo spirito dei commilitoni non muore.
Come dici? No, è che il fumo, il whisky, non sono più come un tempo.
Ti dà fastidio?
Ma cosa dici? Mai stato un gran alcolizzato, tu. Tu…l’alcool…poli opposti
Nono, non smettere per me. Non è certo il tuo fumo che…è quello di tutto il pub che mi stordisce.
Allora continuo. Ora tiro fuori un sigaro…no, lasciamogli un po’ d’aria, facciamo i bravi stavolta.
Te mi stordisci, cretino! Credevo fosse diverso, dopo tutto questo tempo. Invece no. Lo sopporto, ok, come sempre, però…non gliel’ho detto. Dovrei forse? Nono, se è sempre così noioso vuol dire che…però lei, lei vuole, vorrebbe che io, io, io…forse glielo devo dire. L’effetto di questo bicchiere. E tutto questo fumo, spesso e denso…dio…Non dovevo venire. Non dovevo dirle di questo invito e non dovevo permetterle di mettersi in mezzo. Che imbecille che sono! Sono sincero.
Ma guardalo, tutto confuso, sballotta di qua, sballotta di là, mamma mia, la famiglia l’ha ridotto così? sono stato fortunato. Tra poco vado via, lo lascio qui, tanto…vigliacco allora, vigliacco ora. Io non andai mai, ma lui non ci provò, non ci provò ad affrontarmi. Solo ora, ma sta zitto, muto. Io lo so. Io lo so il motivo. Sta zitto, il furbastro, ora sparo stupidaggini a raffica, tanto, sono sicuro, non dirà nulla. Nulla. Paura? Paura? Ma di cosa? Bah…
Sìsì, credo che in effetti…giusto! Mi togli le…proprio! Non potevi esprimerlo in modo migliore. Il concetto è proprio questo.
Sei noioso come pochi nell’intero nostro universo. L’universo dei supernoiosi è il tuo. È molto, molto…dopo Plutone etc etc, c’è un buco nero, ecco, lì. È proprio lì l’ - universo dei supernoiosi – proibito l’umorismo- . Che vuoi, succede. Te non c’entri. Però ti ci vorrei rispedire. Invece io sto qui e ti sopporto. Ti sopporto pure troppo. Lo penso sul serio, solo che tu non puoi vedere il mio pensiero. Sennò…glielo dovrei dire. Il timore di poter ferire le persone certe volte e così forte che non…un uomo deve essere cosciente di quello che è. Lui è noioso come pochi. E…forse sì, ok, è il whisky che ho bevuto, o il suo sorriso sincero, gli zigomi, certo, forse lei, non so. È come è, cioè se stesso. E io? Io? Per tutto questo tempo ho…omesso. Non detto. Omesso.
Io vado. Domani ho un sacco di lavoro. Tu rimani? Offro io…
Cosa fai? Cosa fai, ora? Non dici proprio nulla? Ho passato solo un’ora infruttuosa. Mi hai fatto…bah, guarda, ti lascio qua, non ho più voglia. No, non ti chiamo più…sono stato già abbastanza stupido a farlo una volta, non lo farò di nuovo. Mi alzo, mi volto
Che c’è? Che dici? Devo essere un po’ di fori…no, no. Fermo.
Cosa vuoi?
Stai provando a dirlo?
Devo dirglielo.
Devo dirti che…
Lo so. Lo so. Da tanto. Dopo tutto…
Eh sì, che credevo, dopo tutto questo tempo…
Ti ho inculato, vigliacco.
IL GIORNO CHE PASSA E CHE CAMBIA
(senza - u- )
- Ciò che va fatto sarà fatto. Come ciò che andava fatto è stato fatto.
I pensieri della persona con il sedere posato non a terra, ma esattamente all’altezza di 60 centimetri, poiché 60 centimetri era esattamente l’altezza della sedia che dava riposo alle gambe, alla testa, al corpo della persona, scorrevano come il vino dalla bottiglia al bicchiere alla bocca alla gola al fegato senza arrestarsi di fronte a ostacoli fisici o mentali.
Si alzò, stancamente, come stancamente si era adagiato, la decisione ormai presa irrevocabile. Si diresse verso la porta, tre passi, poi si fermò e tornò al tavolino, prese il bicchiere con ancora mezzo dito di whisky e lo tracannò, di botto, alzò il gomito e via, testa all’indietro e via, e poi via anche il bicchiere, scagliato a terra nell’angolo opposto della stanza andò in migliaia di pezzi, e il vetro si sparse per il pavimento come tanti piccoli diamanti. Soddisfatto della scena trasse dalla tasca interna della nera giacca che indossava il famigerato pacchetto di sigarette, fatto venire appositamente dalla Thailandia (insieme ad altri settantanove, scorta di tre mesi), lo aprì, prese la sigaretta che gli serviva, se la passò sotto il naso, la mise tra le labbra e l’accese, con gesti lenti e meditati espirò la prima boccata. Aprì la sola finestra che c’era, si voltò, e finalmente oltrepassò la soglia della porta, fece i tre piani che lo separavano dalla strada, dalle strade, passando per le scale e non per l’ascensore, camminando veloce oltre il gabbiotto del portiere e senza mai togliersi la sigaretta di bocca prima di essere all’esterno dell’edificio.
Appena sortito dal palazzo girò la testa a destra, a sinistra, e visto che non c’erano macchine all’orizzonte credette bene di attraversare la striscia d’asfalto che lo separava dal marciapiede opposto e anche dalla nera macchina che aveva parcheggiato, è vero, a tre chilometri di distanza, com’è vero però che prima o poi la strada, e precisamente la strada che aveva di fronte, sarebbe stata camminata trasversalmente dalle scarpe nere che calzavano i piedi sotto i pantaloni neri sotto la giacca nera sotto la faccia bianca sotto i capelli neri a spazzola sotto il cielo variabile e lo spazio oltre. L’odore che il catrame dei vicini lavori in corso emanava nell’agosto meno secco e ventilato che si ricordasse da vent’anni non sfiorava nemmeno le narici ipersensibili dell’essere che camminava con passo svelto e deciso, prese completamente dall’essenza del tabacco thailandese.