Piano, fai piano. Sento...tutto...
Scusa...
Mmm...
Va...bene, così?
Sì, sì, oddio, non fermarti. Sento tutto. Tutto. Entra. Vieni.
Lento viene indietro e va avanti. Ancora. Ancora. Si ferma. Le abbraccia la pancia, e per poggiare la mano sul materasso non ha che da staccarsene un poco. Pensa che. Scorre la pelle, tesa e curva, oltre la quale qualcosa, qualcuno, ogni tanto si fa sentire, arriva al seno, grosso come non era mai stato, si sta preparando anche lui, passa sui capezzoli saggiandone un attimo la consistenza, va oltre tirandosi su, staccando il proprio torso, il proprio volto, dalla schiena di lei, sussurandogli cose, la mano sul collo le spalle lei si volta come può con uno scatto finge di mordergli le dita, la mano che fugge. Le prende i fianchi, ora che è eretto, e indietreggia con calma sui ginocchi, abbassandosi. Lei si pulisce evitando che i liquidi cadano sulle lenzuola, si volta buttandosi giù.
Mi dai una mano?
Eccomi.
Sorridono entrambi. Anche lui fa pulizie.
Avrà sentito? Io ho sentito. Eccome.
Mah. Però è stato bello no?
Sì.
Sì (pausa) Non ce la facevo più. In questo periodo basta che ti senta respirare e...
Eh. E dai...
Si stende accanto a lei, lei adagia la testa sul suo petto, il suo braccio destro sotto, lui le bacia i capelli e quando si discosta appena uno gli rimane tra le labbra, lo toglie con la mano sinistra, lo deposita chi sa dove, e sfiora il volto di lei. Legge. La luce resa a strisce dalle persiane delle due finestre percorre per due volte, veloce, la camera in direzione opposta a quella della macchina nella strada. Fasce luminose che si ingrandiscono e scompaiono.
Prima, non era niente che respiri.
MORTE AL CESSO
L'ultimo sgrondino, un pezzo di carta igienica per pulire meglio, tirò lo sciaquone e mentre l'acqua andava lo rimise dentro e tirò su la patta. Mai piaciuto scuoterlo, le gocce vanno spesso fuori e chi sa dove e tanto ne rimane sempre un po' e una goccina finisce nelle mutande e sporca e puzza prima che non è, invece con un foglietto di carta igienica si pulisce bene e via. Sì a volte può irritare dare fastidio, come tutte le cose bisogna imparare a farle bene. Mentre lo rimetteva, un attimo fa, il suo uccello non gli sembrava più neanche appartenergli. Quella cosa vizza, grinzosa tra le mani sembrava morta, estranea. Incapace di dare il minimo piacere, non rispondeva più da tempo ad alcuno stimolo. Morto stecchito. L'acqua aveva portato via tutto in un vortice. Prese la tavoletta e la mise giù. A metà strada pensò che era una cortesia inutile. Nessuna avrebbe apprezzato com'era solo il giorno avanti. Appena fatto gli sembrò di sentirne l'odore. Quello suo. Non si mente quando si dorme insieme a lungo. A lungo quanto loro. Dove l'aveva letto? Noi siamo gli unici animali che mentono sul proprio odore. Con i profumi. Ci nascondiamo dietro, sotto, di lato. Eppure anche quello ci fa innamorare. Andò al lavandino, si lavò le mani. Prese il dentifricio e lo spazzolino. Tolse il cappuccio allo spazzolino, strizzò il tubetto e quella cosa verde mentosa vi si rovesciò. Aprì l'acqua, ce lo passò sotto, poi cominciò lo strofinio contro i denti. Non aveva la dentiera. Li aveva curati bene, i denti. Pensò, mentre sputava, guardando quella bava bianca percorrere il lavandino fino allo scarico, che lei se li lavava con grazia. Riusciva persino a sputare, con grazia. Un tempo questo l'avrebbe eccitato. E i pantaloni avrebbero preso un aspetto impudico. Si guardò allo specchio. Era inutile. Che gesto stupido, pensò.
Andò al cesso, e tirò su la tavoletta.