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29/11/2006

A Monica

27/XI/2006 10.55

Tengo sul petto
il profilo del tuo volto,
impressione
di sonni e micronanne.
Ora, domani,
aerei città montagne oceani laghi vulcani.
Prima, domani,
in macchina mani.
Dopo, domani,
terminal ad attendere sull'Atlantico.
Dopodomani,
poche miglia dal Pacifico.
In mezzo siamo noi,
e mi ripasserai il petto
a farmi una sindone barbara e profana,
ma sacra
di quel sacro non santo
ma vero.
E tasterò il profilo del tuo volto
sul mio corpo.
postato da: unpoapolide alle ore 21:03 | link | commenti (4)
categorie:
28/11/2006


Oggi sul Corriere della Sera c'era un bell'articolo.
Su di una notevole esperienza, ed un ottimo saggio letterario.
Ovvio, conosco (si può dire così?) l'autore (del saggio).
Vale la pena.
Se andate sul link vibrisse qua a destra, cliccate, e guardate, lo trovate.
Beh, magari leggetelo anche.
ciao a tutti.
postato da: unpoapolide alle ore 18:56 | link | commenti
categorie:
19/11/2006

L'ultimo sgrondino, un pezzo di carta igienica per pulire meglio, tirò lo sciacquone e mentre l'acqua andava lo rimise dentro e tirò su la patta. Mai piaciuto scuoterlo, le gocce vanno spesso fuori e chi sa dove e tanto ne rimane sempre un po' e una goccina finisce nelle mutande e sporca e puzza prima che non è, invece con un foglietto di carta igienica si pulisce bene e via. Sì a volte può irritare dare fastidio, come tutte le cose bisogna imparare a farle bene. Mentre lo rimetteva, un attimo fa, il suo uccello non gli sembrava più neanche appartenergli. Quella cosa vizza, grinzosa tra le mani sembrava morta, estranea. Incapace di dare il minimo piacere, non rispondeva più da tempo ad alcuno stimolo. Morto stecchito. L'acqua aveva portato via tutto in un vortice. Prese la tavoletta e la mise giù. A metà strada pensò che era una cortesia inutile. Nessuna avrebbe apprezzato com'era solo il giorno avanti. Appena fatto gli sembrò di sentirne l'odore. Quello suo. Non si mente quando si dorme insieme a lungo. A lungo quanto loro. Dove l'aveva letto? Noi siamo gli unici animali che mentono sul proprio odore. Con i profumi. Ci nascondiamo dietro, sotto, di lato. Eppure anche quello ci fa innamorare. Andò al lavandino, si lavò le mani. Prese il dentifricio e lo spazzolino. Tolse il cappuccio allo spazzolino, strizzò il tubetto e quella cosa verde mentosa vi si rovesciò. Aprì l'acqua, ce lo passò sotto, poi cominciò lo strofinio contro i denti. Non aveva la dentiera. Li aveva curati bene, i denti. Pensò, mentre sputava, guardando quella bava bianca percorrere il lavandino fino allo scarico, che lei se li lavava con grazia. Riusciva persino a sputare, con grazia. Un tempo questo l'avrebbe eccitato. E i pantaloni avrebbero preso un aspetto impudico. Si guardò allo specchio. Era inutile. Che gesto stupido, pensò.
Andò al cesso, e tirò su la tavoletta.
postato da: unpoapolide alle ore 11:40 | link | commenti (9)
categorie: silenzi, pelle, odori, dubbi, fine
17/11/2006

Ciao.
Qua accanto, a destra, nella colonna dei link, c'è un link. Appunto.
Mi sembra sia il penultimo. "un caso fortunato".
è un "haramlik".
per saper cosa significa, ci dovete andare. e leggere.
un luogo interessante.
- e non potevi mettere un link direttamente nel post?
- ...potevo.
- e perché non l'hai fatto?
- ma sei proprio pigro, eh?
postato da: unpoapolide alle ore 16:56 | link | commenti (1)
categorie: tempo, islam, dubbi, latte
15/11/2006

Importante.
Copio da Vibrisse:

"Il 16 novembre 2006, alle ore 11.30, a Roma presso il Caffè Fandango (Piazza di Pietra 32/33), si svolgerà la conferenza stampa di presentazione di vibrisselibri. Partecipano: Lucio Angelini, responsabile del Comitato di lettura; Gaja Cenciarelli, responsabile della redazione; Giulio Mozzi, ideatore di vibrisselibri; Demetrio Paolin, autore del saggio Una tragedia negata pubblicato da vibrisselibri; Filippo La Porta, critico letterario."

Chi può, vada.
Chi non può, almeno ascolti.
postato da: unpoapolide alle ore 20:02 | link | commenti (1)
categorie: vibrisselibri
04/11/2006

Giochetto al quale è gradita la partecipazione dei passanti...
: cosa manca in questo racconto?

IL GIORNO CHE PASSA E CHE CAMBIA




- Ciò che va fatto sarà fatto. Come ciò che andava fatto è stato fatto.

I pensieri della persona con il sedere posato non a terra, ma esattamente all’altezza di 60 centimetri, poiché 60 centimetri era esattamente l’altezza della sedia che dava riposo alle gambe, alla testa, al corpo della persona, scorrevano come il vino dalla bottiglia al bicchiere alla bocca alla gola al fegato senza arrestarsi di fronte a ostacoli fisici o mentali.

Si alzò, stancamente, come stancamente si era adagiato, la decisione ormai presa irrevocabile. Si diresse verso la porta, tre passi, poi si fermò e tornò al tavolino, prese il bicchiere con ancora mezzo dito di whisky e lo tracannò, di botto, alzò il gomito e via, testa all’indietro e via, e poi via anche il bicchiere, scagliato a terra nell’angolo opposto della stanza andò in migliaia di pezzi, e il vetro si sparse per il pavimento come tanti piccoli diamanti. Soddisfatto della scena trasse dalla tasca interna della nera giacca che indossava il famigerato pacchetto di sigarette, fatto venire appositamente dalla Thailandia (insieme ad altri settantanove, scorta di tre mesi), lo aprì, prese la sigaretta che gli serviva, se la passò sotto il naso, la mise tra le labbra e l’accese, con gesti lenti e meditati espirò la prima boccata. Aprì la sola finestra che c’era, si voltò, e finalmente oltrepassò la soglia della porta, fece i tre piani che lo separavano dalla strada, dalle strade, passando per le scale e non per l’ascensore, camminando veloce oltre il gabbiotto del portiere e senza mai togliersi la sigaretta di bocca prima di essere all’esterno dell’edificio.

Appena sortito dal palazzo girò la testa a destra, a sinistra, e visto che non c’erano macchine all’orizzonte credette bene di attraversare la striscia d’asfalto che lo separava dal marciapiede opposto e anche dalla nera macchina che aveva parcheggiato, è vero, a tre chilometri di distanza, com’è vero però che prima o poi la strada, e precisamente la strada che aveva di fronte, sarebbe stata camminata trasversalmente dalle scarpe nere che calzavano i piedi sotto i pantaloni neri sotto la giacca nera sotto la faccia bianca sotto i capelli neri a spazzola sotto il cielo variabile e lo spazio oltre. L’odore che il catrame dei vicini lavori in corso emanava nell’agosto meno secco e ventilato che si ricordasse da vent’anni non sfiorava nemmeno le narici ipersensibili dell’essere che camminava con passo svelto e deciso, prese completamente dall’essenza del tabacco thailandese.

Alt. Gli occhi posati là, irresistibilmente attratti da…da cosa? Eh sì, pipe. Varie foggie, in legno, per ogni occasione, belle, dal 1876, dal 1903. Già s’immaginava, a pesca con la fedele canna di mille prese, al solito posto, il migliore, allo slargo del torrente spagnolo, inebriato dagli odori del vicino bosco, del vino affrescato a mollo a riva, del pesce all’amo, e del tabacco piano piano svanito tra respiri in esili volteggi celestiali. Stop.

Niente distrazioni. Aveva perso fino troppo tempo davanti alla vetrina da sogno. Infatti il piccolo incendio sigarettato era arrivato al filtro. Momento di spengerlo, sollevando il piede sinistro e togliendogli ossigeno premendolo contro la gomma della scarpa, e riprendere il cammino con passo da agente di borsa di Wall Street, sebbene non fosse ancora mai stato a New York. Strano, ma il lavoro non l’aveva portato fin là, essì che aveva viaggiato molto.

Avanti, destra sinistra incrocio semaforo. Verde.


Nel parco il sole abbagliava di verde, riflesso in migliaia di foglie dai rami degli alberi e dall’erba fitta fitta e ben tagliata che a terra offriva riparo e refrigerio a milioni di formiche e insetti di varia specie.

Ginni giocava a palla con le amiche e con gli amici, per la par condicio, sotto l’occhio vigile di mamma, rideva e correva e calciava e tirava con le mani e correva e rotolava con grande dispiacere della lavatrice di casa, che sapeva sarebbe stata costretta a lavoro extra. Ma era così Ginni, sei anni e tre Everest d’argento vivo addosso. Non si poteva proprio far stare ferma, la molla che aveva dentro non finiva mai la carica. Anche in classe era sempre in movimento: martellava il banco con le penne, alzava la mano per rispondere alle domande delle maestre, tirava palline di carte ai compagni antipatici, e a ricreazione insegnava passi di danza inventati alle bambine delle altre sezioni che si perdevano lo spettacolo in orario di lezione. E poi si dice che sono i maschi, gli elementi agitatori nel periodo scolastico, solo perché Ginni non è ancora famosa a livello internazionale.

Calcio potente e la palla corse corse, volò volò, tracciò nel cielo traiettorie che non si erano mai viste, sospinta dal vento che improvviso si era messo a soffiare, cadde finalmente dove Ginni non poteva vedere, dall’altra parte del parco. Ahiahi, gli altri giocatori e le altre giocatrici non erano affatto contenti, perché era il solo pallone a disposizione, e adesso era scomparso. Per colpa della bambina che non si fermava mai. Così decisero che lei doveva andare a riprendere la palla, anche in capo al mondo, se necessario, perché loro volevano giocare ancora tanto tempo, fino a sera.

- Mamma mamma, posso andare a riprendere la palla?

- Perché? Dov’è?

- L’ho tirata forte forte ed è andata là, e mi hanno detto di andare a riprenderla perché sennò non mi fanno giocare con loro, “né domani, né mai!”

- Hai calciato tanto forte eh? E va bene, però ti accompagno, ok?

- Ma mamma, diranno che sono fifona! No, dai, non venire..

- Ok Ginni, ma sta’ attenta. Vai adesso, va’

La bimba fece per iniziare a correre, poi si voltò verso la mamma, le disse ancora

- Te non venirmi dietro eh?

La mamma le fece cenno di no e osservò i capelli biondi allontanarsi nel mare verde. Poi si alzò da terra e s’incamminò nella stessa direzione della figlia, con calma.


I poliziotti giravano per le tre stanze dell’appartamento nervosi, a capo chino, aspettando che arrivasse.

Ecco, finalmente, comparire l’ombra ai loro occhi fissi rivolti al pavimento, la scena che si presentava a circa tre metri di distanza troppo spaventosa per i loro deboli stomaci. Ma all’ombra non fece effetto, niente poteva scioccarlo, forse nemmeno la visione dell’Inferno l’avrebbe agitato. Ice, lo chiamavano. Freddo come il ghiaccio polare. Aveva risolto mille e mille casi di omicidio, mandato in galera centinaia di criminali, era l’investigatore con…ma. Eh sì, il - ma- c’è sempre. Ma non l’aveva mai preso. Chi? L’assassino. Il solo che gli fosse scappato; gliel’aveva fatta proprio sotto il naso. C’era rimasto di sasso. Per diverse settimane non aveva lasciato il soggiorno di casa. Al tempo dissero che Ice era stato freddato. Ma si era ripreso. Aveva ricominciato a lavorare. Aveva ricominciato a sbattere dietro le sbarre criminali di ogni specie. Non aveva dimenticato, no. Ma non avrebbe abbandonato il campo. Reagì come fanno i campioni. Si prendono centinaia di falli, ma si rialzano. Sempre. Così aveva fatto. Ice era tornato in pista, per mettere a tacere le chiacchiere che lo volevano finito. Per mostrare al mondo che ci voleva ben altro per abbatterlo.

L’anziano e ricco signore era circondato da altri tre cadaveri. Gli spari che li avevano ammazzati erano stati i soli necessari. Professionista.

Finestra aperta. Pezzi di vetro per terra. Vago odore di tabacco thailandese. Non ci mise molto a capire. In pochi al mondo lasciavano tracce così evidenti e semplici al tempo stesso. Perché chi fa caso a pezzi di vetro, alla bottiglia di whisky, alla finestra aperta, con dei cadaveri ammazzati nell’altra stanza come fossero bersagli da videogame?

Ice. Perché l’aveva già vista, la stessa identica scena, anni prima. Immediatamente contattò la centrale, fece mettere posti di blocco nel raggio di sei chilometri, macchina nera, Ford del ’66, così riconoscibile…


Salito in macchina si accese la settima sigaretta del giorno, poi aprì i finestrini. Aveva fatto bene a parcheggiare lì, l’edificio adiacente aveva adombrato la macchina e l’interno non era così caldo com’era capitato altre volte. Soddisfatto prese dal vano della portiera il biglietto aereo. Destinazione San Paolo.

- Ciò che va fatto sarà fatto. Come ciò che andava fatto è stato fatto.

Mise in moto, retromarcia, poi prima, sterzata, e via. Partito. Con calma, senza fretta. Dopo mezzo chilometro si fermò, di fronte alla pizzeria - da Vito- , rinomata per i 60 tipi di pizza, calzoni, schiacciatine che faceva e fa ancora. Ma non era per mangiare che si era fermato. Spense il motore. Gettò le chiavi nel cassonetto lì a fianco, prese il mazzetto di chiavi che teneva nella tasca sinistra dei pantaloni e andò verso…verso la Fiat rossa parcheggiata dall’altro lato della strada. La aprì, ci salì sopra, e se ne andò.


Ginni aveva finalmente trovato la palla. Ci stavano giocando altri bambini.

- Ehi, voi! È mia la palla!!

- Nono! È nostra!

- No! È mia, vi dico. L’ho tirata io…

- No! È cascata dal cielo! Ce l’ha mandata Babbo Natale!

- Ma è Agosto! È mia, rendetemela!!

- Beh, vattela a prendere, se ci tieni tanto! Toh

E la palla volò ancora, al di là della recinzione del parco. E Ginni gli andò dietro. E la mamma corse verso Ginni.


Avevano trovato la macchina, ferma davanti alla pizzeria “da Vito” . Ma non c’era traccia dell’assassino. Ice rimase completamente basito da ciò che stava accadendo. Sapeva che doveva essere ancora in città, era passato troppo poco tempo, ma sapeva anche che il tempo trascorso sarebbe bastato al bastardo per far perdere le proprie tracce.

- No! Stavolta lo devo prendere! Non mi scapperà!

Incazzato come mai si attaccò al telefono e iniziò a dare ordini a destra e manca. Preso dal nervosismo tirava manate (d’incoraggiamento, diceva) a chi gli capitava a tiro.

Rimase solo nell’appartamento con i cadaveri, all’altro capo del telefono avevano riattaccato.


La palla di Ginni finì nella strada. Ginnì la rincorse e la prese, proprio nel mezzo della strada.

La mamma dal marciapiede le gridò - Attenta!

Le macchine erano ferme al semaforo.

Ginni si voltò verso la mamma.

La mamma corse verso di lei.

La Fiat rossa partì al verde.

La Fiat rossa vide la bambina nel mezzo della strada.

La Fiat rossa sterzò.

La bambina strizzò gli occhi.

La mamma si fermò.

La Fiat rossa si schiantò contro il camion parcheggiato lì vicino.

La bambina si salvò.

La mamma ringraziò il signore.

La persona nella Fiat rossa morì.

Ice impazzì.



postato da: unpoapolide alle ore 16:31 | link | commenti (4)
categorie: racconti, gioco, lettura