Candido latte caldo
Era un'afosa mattina d'agosto, uno di quei mesi che con luglio e settembre la gente li chiamava estate - ora non più che è un marchio registrato e ci sono i diritti da pagare sopra, e sotto, e barauffete, come diceva quel vecchio cane di mio padre, pace all'anima sua, ed ora che ci penso anche la cagna di mia madre, pace idem, ed ora che ci penso chissà se era sul serio mio padre, ma non importa, visto che era un'afosa mattina d'agosto - e come se non bastasse il fatto di essere mattina, afosa, e agosto, e una, era pure di quelle in cui correndo per strada per andare a giocare con gli amichetti ai giardini i bambini spiaccicavano le merde dei cani - merde inevitabilmente fresche e morbide, ancora senza la tipica crosta da sole che le rende tipo patatine fritte, croccanti fuori, tenere dentro, ma neppure flaccide e muffite come dopo la pioggia - e queste si appiccicavano alle suole e finivano con lo spargersi in varie guise, a seconda del disegno dei sottoscarpa, dallo zigrinato di certi modelli vintage, alle onde fermate da buchi a vista gel, per dirne due, sui marciapiedi già sudici, emanando profumi di campi concimati da poco che la pioggia - essa difatti cadendo e martellando su certe cose ne libera in qualche modo, o rende più intensi, gli odori più intimi - ha appena finito di bagnare ; di quelle che il camion della spazzatura - li conosco i tre fannulloni, ma in comune mi sentiranno, senza di me questo paese muore - non era ancora passato dalle strade che percorrevo usualmente per andare a fare colazione al mio bar, all'incrocio tra via Mozzi e via Arouet, di fronte piazza San Marco ; di quelle che non si scordavano facilmente, difatti non ho dimenticato, perché Lei era impossibile da scordare, più della mia Eko di gioventù, Lei che ne sentii l'odore prima di vederla, dall'altra parte della strada, con le sue forme da violoncello nude e pure, pronta e calda e tutta sudata, piccole ali più scure sotto i bracci, ma coperte dal profumo inconfondibile, con quel broncino alla francese di cui vado pazzo, e quel seno che si notava da un miglio non era sorretto da niente che non fosse se stesso, e quelle gambe che scendevano dal sedere come un’impronta divina, e, e, e c'era questo muro di vetro infrangibile tra me e lei, e non potevo farci niente – avrei potuto, forse, in verità? - per cui continuai a camminare fino a che la sua scia non scomparve dietro un negozio di giocattoli ; di quelle che sentivo la colazione attendermi, come il mio stomaco lei, in calo di latticini.
Entrai, andai al bancone diretto, senza esitazioni, e dissi Il Solito al barista, che non sapeva chi fossi e che volessi, visto che lui non lo era, il solito, ma un sostituto, e l'altro era in vacanza alle Tardive, mi disse così, e mi pregò, ma senza mettersi in ginocchio - come mi sarei aspettato da uno come lui, di pochi anni più grande di me ma non in grado di sorreggere i miei splendidi capelli brizzolati alla Gere – e neppure congiungere le mani – cosa che, peraltro, non mi attendevo facesse - di chiarire il significato del significante a lui insignificante, così glielo ficcai dritto in testa con poche parole, un po’ One shot one kill per intendersi, una volta e per sempre: Latte caldo ; e lo vidi appena sogghignare dietro, sotto, eccetera, il suo tupè nonostante la giovane età, dico, per il tupè, e fece due passi verso sinistra e si chinò per prendere il latte e un bicchiere di vetro al retrogusto di detersivo al limone, cui dette una veloce passata per inodorarlo, mentre le paste calde facevano a cazzotti con la merda spiaccicata dai bambini e l'inchiostro del giornale del giorno fragrante ed amaro sulla carta ruvida color pastello che mi ero andato a prendere da un tavolino vicino e che stavo sfogliando.
Mi godevo ancora tutto questo che tornò, il barista che non conosceva Il Solito, e mi dette ciò che avevo ordinato. Mi portai al posto da cui avevo prelevato il giornale - sembrandomi un buon posto, vicino alla vetrata, per poter dare un'occhiata fuori ai lavori in corso sulla strada, a chi passava, e con abbastanza spazio da potermi permettere diverse posizioni (che io mi stanco facilmente a stare fermo in una) - con l'ordinazione in una mano, il giornale nell'altra, e mi sedetti.
Fu allora che, nel mezzo di uno dei primi sorsi - quando ancora le tue papille gustative non si sono abituate al gusto, né lungo il percorso le pareti hanno adattato la loro temperatura a quella del latte, e quindi lo senti veramente scorrere da cima a fondo, con il suo sapore vagamente amarognolo (non lo zucchero), la sua consistenza setosa al palato, il calore che si propaga e tutto il tuo corpo che sembra riaversi dal semifreddo sonno notturno ed entrare con entrambi i piedi nel mezzo della mattina - alzando il mio bicchiere quel tanto che bastava per far scendere il liquido nelle mie viscere, scorsi l'insolito barista appropinquarsi a falcate anormali, quasi sollevato dal pavimento, come un Conte Dracula, ma diverso, e arrivatomi di fronte, mi disse che aveva un messaggio per me, se ero la persona che si chiamava con il nome che pronunciò, e che omettei - per non ripetere, come Paganini, e anche perché non potevo dire Bond, James Bond, senza un Martini - nella risposta monosillabica Sì mentre mi asciugavo la bocca con il tovagliolino - un po' in imbarazzo per via del fatto che mi ero tagliato radendomi poco prima per cui non ero pronto per un confronto con un fan, ma lui sembrò non farci caso, così neppure io ci feci caso - e Ho letto sul tuo blog che hai firmato un contratto con una casa editrice per pubblicare un romanzo, Sì è così, e quasi volevo sorridergli, ma il suo sguardo me lo impedì, e posai il tovagliolino usato - l'impronta delle mie labbra su un angolo mi riportò al Suo rossetto che aveva macchiato poco prima l'aria che anch'io avevo attraversato, e che stupidamente avevo preso in troppa poca considerazione, ma si sa, la carenza d'affetto ci porta più verso le cose che verso le persone, ahimè - con naturalezza, preparandomi alla successione di fatti seguenti, e continuò Vorrei che finissi il latte e poi non tornassi più. Il latte te lo offro io. Posso sapere perché? ribattei, Perché non voglio storie nel mio locale, e mentre pronunciava queste ultime parole le vene ai lati del collo si gonfiarono per lo sforzo di cacciarle fuori dalla bocca, i capillari si misero a funzionare freneticamente e i tendini si tesero, così che le parti si arrossirono in vario grado.
Capii che non era un novellino qualunque: una qualsiasi altra persona, ovvero più normale di quella che avevo davanti, avrebbe mostrato esitazioni, e soprattutto non avrebbe utilizzato quel tono di voce, alto da farsi sentire da tutti gli altri assenti clienti e astanti del locale addobbato in formica parecchio kitsch - come avevo fatto a non notarla prima? Ho sempre detestato le formiche da quando da piccolo alla casa dei cugini di campagna, non il gruppo, me ne ritrovai una su un avambraccio, salitavi con tutta probabilità in un momento di disattenzione mentre sfogliavo una pagina del libro che mi ero portato dietro, non piacendomi tirare calci al pallone e tutti quegli altri giochetti bucolici che ogni volta che andavo lì cercavano di costringermi a fare, e il libro era Un gatto attraversa la strada, i gatti mi piacciono – ne percepii con tale intensità la familiarità nel trovarsi in situazioni simili che avrei potuto analizzarne ogni minimo aspetto, attento come sono ai più vari e minuscoli cambiamenti interni ed esterni che le persone subiscono, a volte in modo consapevole, altre inconsapevole, in determinate occasioni, se non ci fosse voluta una risposta pronta e adeguata alla sua richiesta-ordine di non tornare mai più lì dentro.
Non sapeva ciò che lo aspettava, la tensione salì su su su, così in alto che dovettero alzarne i tralicci e avvertire il traffico aereo della zona, che divenne praticamente off-limit per ogni tipo di velivolo, sia civile che militare, e ancora più su, tanto è vero che ancora oggi la Nasa e l’Esa si rammaricano del fatto di non avere sfruttato l'energia prodotta, incanalandola in qualche modo ancora sconosciuto, per riuscire a mandare esseri umani di là dal nostro sistema solare, e d’altronde nessuno avrebbe potuto prevedere un avvenimento del genere - tranne forse il barista ufficiale del bar, che non a caso era alle Tardive, e il signor Unto, che però vede così avanti da saltare alcuni pezzi e non azzeccare mai il tempo giusto, ma a parte loro nessun altro, e loro, che mi risulti, non lavoravano allora né ora alla Nasa o all’Esa.
Mi guardò negli occhi.
Una scarpa mi si era slacciata inusualmente, per cui ero sotto il tavolino a cercare di allacciarla, ma era molto basso, così ci picchiai la nuca. Stavo facendo tutto il possibile per controllarmi, per non rispondergli come avrei voluto, per non diventare di nuovo un Hulk verde incazzoso e logorroico, e non alzarmi in tutta la mia altezza e gridargli Ma cosa credi? Pensi di vietarmi di entrare qui dentro, e basta? Ma tu sai cosa vuol dire andare in un posto a far colazione, brutta merdaccia? citandogli anche un film che lui di sicuro non aveva e non avrebbe mai visto, e continuando con un respiro profondo, un allargamento di mani all'indietro, facendogli ben vedere i palmi, i gomiti piegati, la testa che si china appena in avanti, la bocca semiaperta, quindi i miei occhi nei suoi e la mia voce sussurata che dice A me piace venire qui. Non mi piace il bar. Neppure questo latte è particolarmente buono. Ma adoro venire qui. Alzarmi la mattina e sapere quali strade percorrerò per fare colazione. Mi piace scendere le quattro rampe di scale dal mio appartamento alla strada, attraversarla, girarmi verso destra e camminare. Sapere se il signor Tale, che tu non meriti neppure di sentir nominare, si è già svegliato ed ha portato a spasso il cane o meno, se il figlio dei miei vicini è già andato ai giardini con gli amici, se Lei quella data mattina aveva da venire da queste parti per lavoro, se il Comune fa' si che le strade siano pulite, se le persone puliscono le cacche dei propri cani, se all'edicola la Signora ha notizie della figlia in Erasmus, se, se se... Venire in questo bar, come lo intendi tu, non esiste. Considera tutto quello che c'è tra qui, e la mia camera. Cosa impossibile per te che non sai da dove vengo, ma provaci, almeno. Poi ficcati in testa gli odori, i negozi, i marciapiedi, le persone, che posso incontrare venendo. Non mi vuoi vietare solo il mio latte. Fosse per il latte, me ne potrei comprare a litri e farmi la mia bella colazione in casa. Tu non mi togli solo il latte, mi togli il resto. Mi togli quello che non dici di togliermi. e dopo, una bella zuccata, che lì non ci sarebbero stati bambini, né tv a riprendermi – il bar aveva un sistema di videocamere a circuito chiuso? non credo - ma di cui mi sarei pentito visto che lui, da barista buttafuori, aveva la camicia macchiata non professionalmente e io mi ero fatto una bella doccia completa di shampo e balsamo - shampo per capelli normali e balsamo per quelli aridi e crespi, ma entrambi a frutti che gradivo e gradisco, avevo una macedonia tropicale in testa – per cui me li sarei sporcati e le sue macchie non meritavano la mia chioma, e lui dovette vedere il traballio del tavolino dovuto all'impatto con una parte della mia testa, invece dei miei occhi, ma sono sicuro che mi volesse guardare proprio lì. Il corso di autocontrollo orientale stava dando i suoi frutti, le mie reazioni logorroico-violente cominciavo a tenerle in pugno o quasi, cosa di cui quel falso barista non si sarà minimamente accorto, altrimenti non avrebbe accolto la mia uscita con quella specie di ghigno - anche lì solo con la mia infinita grande forza di volontà riuscii a non fare due passi di corsa e centrargli tutti quei denti giallognoli di tabacco e pure storti, fu questo che mi trattenne, erano storti e spaccandoglieli tutti l'avrei costretto a prendere una decisione al riguardo, se li sarebbe forse fatti rifare dritti, e in conclusione col mio gesto gli avrei dato una mano, avendo in effetti un bel viso, dai lineamenti un po' americani per i miei gusti, ma non male, che si sciupava nel momento in cui apriva bocca, o anche solo tentava un sorriso, e forse voleva essere un sorriso, quel ghigno, a rifletterci nei modi dovuti ora – ma con le proprie mani sulla sua faccia grondante copioso sangue dalla bocca, con le gengive vuote dove si sarebbe un po' raggrumato, il sangue, e i denti a pezzi per terra senza neanche un bimbo-bracconiere per metterli sotto al bicchiere per la fatina, o per il topino, a seconda dei paesi.
Finito di allacciarmi la scarpa fausta, mi tirai su e dissi Grazie per il latte, accompagnando il tutto con un leggero movimento ondeggiante, tipo beccheggio di una nave con mare mosso, ma non in tempesta, e non sicuramente come ne La tempesta perfetta, piuttosto un rollio, una cosa del genere, sorprendendomi a tirare fuori dai ricordi una parola che è anche un titolo di un film di una ventina e passa di anni fa, uno di quei film americani scemi, commedia spy-college, che come protagonista aveva Goose, il dr. Green, con una chioma bionda fluente e quegli occhi che hanno fatto impazzire milioni di fringuelle a giro per questo pianeta, e questo titolo in inglese, la traduzione in italiano, avrei scommesso fosse l'ultima parola che quel barista, sicuramente l'addetto al licenziamento clienti indesiderati del bar, mandato lì appositamente per dirmi tali sgradevoli cose - e chissà se gente così ha un sindacato, dovrò informarmi - e insomma dicevo questa parola, ci avrei scommesso fosse l'ultima che al bb (barista buttafuori) sarebbe mai passata nelle vicinanze di un qualche neurone, e la parola è Gotcha! Beccato!
Per antonomasia quando si parla di "11 settembre" si intende l'attacco terroristico dell'11 settembre 2001."
ma non è accaduto solo questo, in data 11 settembre.
sempre da wikipedia copio:
Santi cattolici:
Il giorno è scelto per il fatto che l'undicesimo giorno del nono mese (settembre) corrisponde al 119, il numero telefonico dei pompieri in Cina.