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30/09/2006

tutto questo cominciò da questo post
e oggi doveva essere ieri, ma tant'è.

Candido latte caldo



Era un'afosa mattina d'agosto, uno di quei mesi che con luglio e settembre la gente li chiamava estate - ora non più che è un marchio registrato e ci sono i diritti da pagare sopra, e sotto, e barauffete, come diceva quel vecchio cane di mio padre, pace all'anima sua, ed ora che ci penso anche la cagna di mia madre, pace idem, ed ora che ci penso chissà se era sul serio mio padre, ma non importa, visto che era un'afosa mattina d'agosto - e come se non bastasse il fatto di essere mattina, afosa, e agosto, e una, era pure di quelle in cui correndo per strada per andare a giocare con gli amichetti ai giardini i bambini spiaccicavano le merde dei cani - merde inevitabilmente fresche e morbide, ancora senza la tipica crosta da sole che le rende tipo patatine fritte, croccanti fuori, tenere dentro, ma neppure flaccide e muffite come dopo la pioggia - e queste si appiccicavano alle suole e finivano con lo spargersi in varie guise, a seconda del disegno dei sottoscarpa, dallo zigrinato di certi modelli vintage, alle onde fermate da buchi a vista gel, per dirne due, sui marciapiedi già sudici, emanando profumi di campi concimati da poco che la pioggia - essa difatti cadendo e martellando su certe cose ne libera in qualche modo, o rende più intensi, gli odori più intimi - ha appena finito di bagnare ; di quelle che il camion della spazzatura - li conosco i tre fannulloni, ma in comune mi sentiranno, senza di me questo paese muore - non era ancora passato dalle strade che percorrevo usualmente per andare a fare colazione al mio bar, all'incrocio tra via Mozzi e via Arouet, di fronte piazza San Marco ; di quelle che non si scordavano facilmente, difatti non ho dimenticato, perché Lei era impossibile da scordare, più della mia Eko di gioventù, Lei che ne sentii l'odore prima di vederla, dall'altra parte della strada, con le sue forme da violoncello nude e pure, pronta e calda e tutta sudata, piccole ali più scure sotto i bracci, ma coperte dal profumo inconfondibile, con quel broncino alla francese di cui vado pazzo, e quel seno che si notava da un miglio non era sorretto da niente che non fosse se stesso, e quelle gambe che scendevano dal sedere come un’impronta divina, e, e, e c'era questo muro di vetro infrangibile tra me e lei, e non potevo farci niente – avrei potuto, forse, in verità? - per cui continuai a camminare fino a che la sua scia non scomparve dietro un negozio di giocattoli ; di quelle che sentivo la colazione attendermi, come il mio stomaco lei, in calo di latticini.

Entrai, andai al bancone diretto, senza esitazioni, e dissi Il Solito al barista, che non sapeva chi fossi e che volessi, visto che lui non lo era, il solito, ma un sostituto, e l'altro era in vacanza alle Tardive, mi disse così, e mi pregò, ma senza mettersi in ginocchio - come mi sarei aspettato da uno come lui, di pochi anni più grande di me ma non in grado di sorreggere i miei splendidi capelli brizzolati alla Gere – e neppure congiungere le mani – cosa che, peraltro, non mi attendevo facesse - di chiarire il significato del significante a lui insignificante, così glielo ficcai dritto in testa con poche parole, un po’ One shot one kill per intendersi, una volta e per sempre: Latte caldo ; e lo vidi appena sogghignare dietro, sotto, eccetera, il suo tupè nonostante la giovane età, dico, per il tupè, e fece due passi verso sinistra e si chinò per prendere il latte e un bicchiere di vetro al retrogusto di detersivo al limone, cui dette una veloce passata per inodorarlo, mentre le paste calde facevano a cazzotti con la merda spiaccicata dai bambini e l'inchiostro del giornale del giorno fragrante ed amaro sulla carta ruvida color pastello che mi ero andato a prendere da un tavolino vicino e che stavo sfogliando.

Mi godevo ancora tutto questo che tornò, il barista che non conosceva Il Solito, e mi dette ciò che avevo ordinato. Mi portai al posto da cui avevo prelevato il giornale - sembrandomi un buon posto, vicino alla vetrata, per poter dare un'occhiata fuori ai lavori in corso sulla strada, a chi passava, e con abbastanza spazio da potermi permettere diverse posizioni (che io mi stanco facilmente a stare fermo in una) - con l'ordinazione in una mano, il giornale nell'altra, e mi sedetti.

Fu allora che, nel mezzo di uno dei primi sorsi - quando ancora le tue papille gustative non si sono abituate al gusto, né lungo il percorso le pareti hanno adattato la loro temperatura a quella del latte, e quindi lo senti veramente scorrere da cima a fondo, con il suo sapore vagamente amarognolo (non lo zucchero), la sua consistenza setosa al palato, il calore che si propaga e tutto il tuo corpo che sembra riaversi dal semifreddo sonno notturno ed entrare con entrambi i piedi nel mezzo della mattina - alzando il mio bicchiere quel tanto che bastava per far scendere il liquido nelle mie viscere, scorsi l'insolito barista appropinquarsi a falcate anormali, quasi sollevato dal pavimento, come un Conte Dracula, ma diverso, e arrivatomi di fronte, mi disse che aveva un messaggio per me, se ero la persona che si chiamava con il nome che pronunciò, e che omettei - per non ripetere, come Paganini, e anche perché non potevo dire Bond, James Bond, senza un Martini - nella risposta monosillabica Sì mentre mi asciugavo la bocca con il tovagliolino - un po' in imbarazzo per via del fatto che mi ero tagliato radendomi poco prima per cui non ero pronto per un confronto con un fan, ma lui sembrò non farci caso, così neppure io ci feci caso - e Ho letto sul tuo blog che hai firmato un contratto con una casa editrice per pubblicare un romanzo, Sì è così, e quasi volevo sorridergli, ma il suo sguardo me lo impedì, e posai il tovagliolino usato - l'impronta delle mie labbra su un angolo mi riportò al Suo rossetto che aveva macchiato poco prima l'aria che anch'io avevo attraversato, e che stupidamente avevo preso in troppa poca considerazione, ma si sa, la carenza d'affetto ci porta più verso le cose che verso le persone, ahimè - con naturalezza, preparandomi alla successione di fatti seguenti, e continuò Vorrei che finissi il latte e poi non tornassi più. Il latte te lo offro io. Posso sapere perché? ribattei, Perché non voglio storie nel mio locale, e mentre pronunciava queste ultime parole le vene ai lati del collo si gonfiarono per lo sforzo di cacciarle fuori dalla bocca, i capillari si misero a funzionare freneticamente e i tendini si tesero, così che le parti si arrossirono in vario grado.

Capii che non era un novellino qualunque: una qualsiasi altra persona, ovvero più normale di quella che avevo davanti, avrebbe mostrato esitazioni, e soprattutto non avrebbe utilizzato quel tono di voce, alto da farsi sentire da tutti gli altri assenti clienti e astanti del locale addobbato in formica parecchio kitsch - come avevo fatto a non notarla prima? Ho sempre detestato le formiche da quando da piccolo alla casa dei cugini di campagna, non il gruppo, me ne ritrovai una su un avambraccio, salitavi con tutta probabilità in un momento di disattenzione mentre sfogliavo una pagina del libro che mi ero portato dietro, non piacendomi tirare calci al pallone e tutti quegli altri giochetti bucolici che ogni volta che andavo lì cercavano di costringermi a fare, e il libro era Un gatto attraversa la strada, i gatti mi piacciono – ne percepii con tale intensità la familiarità nel trovarsi in situazioni simili che avrei potuto analizzarne ogni minimo aspetto, attento come sono ai più vari e minuscoli cambiamenti interni ed esterni che le persone subiscono, a volte in modo consapevole, altre inconsapevole, in determinate occasioni, se non ci fosse voluta una risposta pronta e adeguata alla sua richiesta-ordine di non tornare mai più lì dentro.

Non sapeva ciò che lo aspettava, la tensione salì su su su, così in alto che dovettero alzarne i tralicci e avvertire il traffico aereo della zona, che divenne praticamente off-limit per ogni tipo di velivolo, sia civile che militare, e ancora più su, tanto è vero che ancora oggi la Nasa e l’Esa si rammaricano del fatto di non avere sfruttato l'energia prodotta, incanalandola in qualche modo ancora sconosciuto, per riuscire a mandare esseri umani di là dal nostro sistema solare, e d’altronde nessuno avrebbe potuto prevedere un avvenimento del genere - tranne forse il barista ufficiale del bar, che non a caso era alle Tardive, e il signor Unto, che però vede così avanti da saltare alcuni pezzi e non azzeccare mai il tempo giusto, ma a parte loro nessun altro, e loro, che mi risulti, non lavoravano allora né ora alla Nasa o all’Esa.

Mi guardò negli occhi.

Una scarpa mi si era slacciata inusualmente, per cui ero sotto il tavolino a cercare di allacciarla, ma era molto basso, così ci picchiai la nuca. Stavo facendo tutto il possibile per controllarmi, per non rispondergli come avrei voluto, per non diventare di nuovo un Hulk verde incazzoso e logorroico, e non alzarmi in tutta la mia altezza e gridargli Ma cosa credi? Pensi di vietarmi di entrare qui dentro, e basta? Ma tu sai cosa vuol dire andare in un posto a far colazione, brutta merdaccia? citandogli anche un film che lui di sicuro non aveva e non avrebbe mai visto, e continuando con un respiro profondo, un allargamento di mani all'indietro, facendogli ben vedere i palmi, i gomiti piegati, la testa che si china appena in avanti, la bocca semiaperta, quindi i miei occhi nei suoi e la mia voce sussurata che dice A me piace venire qui. Non mi piace il bar. Neppure questo latte è particolarmente buono. Ma adoro venire qui. Alzarmi la mattina e sapere quali strade percorrerò per fare colazione. Mi piace scendere le quattro rampe di scale dal mio appartamento alla strada, attraversarla, girarmi verso destra e camminare. Sapere se il signor Tale, che tu non meriti neppure di sentir nominare, si è già svegliato ed ha portato a spasso il cane o meno, se il figlio dei miei vicini è già andato ai giardini con gli amici, se Lei quella data mattina aveva da venire da queste parti per lavoro, se il Comune fa' si che le strade siano pulite, se le persone puliscono le cacche dei propri cani, se all'edicola la Signora ha notizie della figlia in Erasmus, se, se se... Venire in questo bar, come lo intendi tu, non esiste. Considera tutto quello che c'è tra qui, e la mia camera. Cosa impossibile per te che non sai da dove vengo, ma provaci, almeno. Poi ficcati in testa gli odori, i negozi, i marciapiedi, le persone, che posso incontrare venendo. Non mi vuoi vietare solo il mio latte. Fosse per il latte, me ne potrei comprare a litri e farmi la mia bella colazione in casa. Tu non mi togli solo il latte, mi togli il resto. Mi togli quello che non dici di togliermi. e dopo, una bella zuccata, che lì non ci sarebbero stati bambini, né tv a riprendermi – il bar aveva un sistema di videocamere a circuito chiuso? non credo - ma di cui mi sarei pentito visto che lui, da barista buttafuori, aveva la camicia macchiata non professionalmente e io mi ero fatto una bella doccia completa di shampo e balsamo - shampo per capelli normali e balsamo per quelli aridi e crespi, ma entrambi a frutti che gradivo e gradisco, avevo una macedonia tropicale in testa – per cui me li sarei sporcati e le sue macchie non meritavano la mia chioma, e lui dovette vedere il traballio del tavolino dovuto all'impatto con una parte della mia testa, invece dei miei occhi, ma sono sicuro che mi volesse guardare proprio lì. Il corso di autocontrollo orientale stava dando i suoi frutti, le mie reazioni logorroico-violente cominciavo a tenerle in pugno o quasi, cosa di cui quel falso barista non si sarà minimamente accorto, altrimenti non avrebbe accolto la mia uscita con quella specie di ghigno - anche lì solo con la mia infinita grande forza di volontà riuscii a non fare due passi di corsa e centrargli tutti quei denti giallognoli di tabacco e pure storti, fu questo che mi trattenne, erano storti e spaccandoglieli tutti l'avrei costretto a prendere una decisione al riguardo, se li sarebbe forse fatti rifare dritti, e in conclusione col mio gesto gli avrei dato una mano, avendo in effetti un bel viso, dai lineamenti un po' americani per i miei gusti, ma non male, che si sciupava nel momento in cui apriva bocca, o anche solo tentava un sorriso, e forse voleva essere un sorriso, quel ghigno, a rifletterci nei modi dovuti ora – ma con le proprie mani sulla sua faccia grondante copioso sangue dalla bocca, con le gengive vuote dove si sarebbe un po' raggrumato, il sangue, e i denti a pezzi per terra senza neanche un bimbo-bracconiere per metterli sotto al bicchiere per la fatina, o per il topino, a seconda dei paesi.

Finito di allacciarmi la scarpa fausta, mi tirai su e dissi Grazie per il latte, accompagnando il tutto con un leggero movimento ondeggiante, tipo beccheggio di una nave con mare mosso, ma non in tempesta, e non sicuramente come ne La tempesta perfetta, piuttosto un rollio, una cosa del genere, sorprendendomi a tirare fuori dai ricordi una parola che è anche un titolo di un film di una ventina e passa di anni fa, uno di quei film americani scemi, commedia spy-college, che come protagonista aveva Goose, il dr. Green, con una chioma bionda fluente e quegli occhi che hanno fatto impazzire milioni di fringuelle a giro per questo pianeta, e questo titolo in inglese, la traduzione in italiano, avrei scommesso fosse l'ultima parola che quel barista, sicuramente l'addetto al licenziamento clienti indesiderati del bar, mandato lì appositamente per dirmi tali sgradevoli cose - e chissà se gente così ha un sindacato, dovrò informarmi - e insomma dicevo questa parola, ci avrei scommesso fosse l'ultima che al bb (barista buttafuori) sarebbe mai passata nelle vicinanze di un qualche neurone, e la parola è Gotcha! Beccato!

postato da: unpoapolide alle ore 14:10 | link | commenti
categorie: racconti, lettura, odori, latte
28/09/2006

arriva....DOMANI....arriva....DOMANI....arriva....
sì, domani. e allora?
sessonta minuti!
eh?
puppa.

p.s. comunque, domani....ARRIVA...
postato da: unpoapolide alle ore 20:14 | link | commenti
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27/09/2006

Allora cinque strane abitudini. Detto che non sono strane, ecco:

1) dei giornali guardare i titoli in prima pagina, e poi cominciare a leggere dal fondo
2) quando torno a casa la notte, dopo aver spento la macchina, di solito sto un po' lì, a guardare le colline di fronte (e le case. il tempo che rimango lì è variabile. è capitato anche mi ci sia addormentato...) prima di entrare in casa
3) ogni sera controllare e mettere la sveglia al cellulare per la mattina dopo, anche se so che mi alzerò molto più tardi, o insomma
4) avevo preso l'abitudine di legarmi i capelli prima di tornare a casa la sera, per evitare che polizia o carabinieri mi fermassero (funzionava!-) ora mi sa che l'abbandono, visto che me li sono tagliati, i capelli
5) prima di mettermi a scrivere qualcosa, possono passare mesi dal momento in cui mi è venuta l'idea iniziale, la giro e rigiro, penso a vari incipit, alle parole, al titolo, a come svilupparla, etc. Difficile che scrivi di botto. Poi magari butto giù in una volta sola. Di solito vengono cose schifose, fuori.
6) penso spesso a lei (voi magari penserete che non è strano, ma lo è. voi, mica pensate alla lei che penso io!)
7) leggere gli annunci mortuari, mi soffermo sui nomi, ce ne sono bellissimi, che uno dice ma com'è possibile che una persona con un nome così sia morta?
8) ....
9) aspettavo questa, ecco: dire e scrivere un sacco di cazzate
10) voglio avere sempre l'ultima parola (tipo Dracula morto e contento)
11) dio mi parla, quando ha bisogno (beh, sì, ecco, questa è più una sua abitudine, che dire?)
12) ogni volta che vado su internet faccio il giro dei miei link a vedere un po' i cambiamenti dalle altre parti
13) grazie a tutti
14) questa catena passa a:
semispari,
blogodot,
amicacara,
cambio,
considerailresto

(vedi i link al posto dei link)
postato da: unpoapolide alle ore 16:12 | link | commenti
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25/09/2006

Bene, questo è il continuo del post precedente. (per chi si aspetta le mie cinque strane abitudini, prometto arriveranno a breve. poi ci sarà il post sui titoli. mi pare dovrebbe essere giusto, ecco)

Trotula.
Allora si arrivava su questa terrazza, e si vedeva una donna, dai bianchi capelli, seduta, piegata su se stessa, con una veste bianca, là. Il vento spazzava ogni angolo, ma gli spettatori incuranti si sedettero in ogni caso sulle sedie. Lei era lì, ancora ferma (e pensai, deve aver un po' freschino, vestita in quel modo, ignaro di ciò che sarebbe accaduto poi). Ci siamo seduti in seconda fila (sapete, la prima ha sempre fatto un po' impressione, per via della scuola) Lei accanto a me, anche se non c'erano luci ad illuminarla, beh, avete capito. Poi, Trotula si è alzata. Deve preparare un discorso da presentare al gran consiglio del giorno seguente, è arrivato un medico arabo dalla Madrassa, la scuola di medicina guidata da Avicenna, e si deve discutere delle nuove tecniche che ha portato, se siano lecite o meno, se ci si può spingere fino a quel punto, se non si va contro i precetti della Chiesa...(no, non c'entra in alcun modo embrioni o altro...ma non vi voglio rovinare la sorpresa. Sappiate che è una cosa che oggi diamo così per scontato, che quando l'ho sentita, mi son detto, ma guarda...).
Lei, Trotula, è favorevole a queste nuove tecniche che il medico arabo ha esposto, anche perché...lei è vedova. Okok, non mi guardate male. Certo che è favorevole perché pensa che siano innovazioni importanti, ma è forse sbagliato dire che non le dispiace affatto il medico arabo? Malfidati! La storia, è di quelle forti.
Suo marito, è morto da un po' di tempo, ah, suo marito, che uomo! Suo marito, medico a sua volta, è stato colui che l'ha salvata (non vi dico da cosa...) quand'era appena una ragazzina. Sono stati innamorati per tutta la vita, e lei lo ama ancora, ma.......appunto.
Il medico arabo. Si sono conosciuti e, in una notte buia di mille anni fa, hanno fatto l'amore...sul mare...ah...il mare, l'acqua....
l'acqua...lavarsi lavarsi...Trotula si lava, e lava i suoi panni, sporchi ancora del sangue che non è andato via, quel sangue, quel fiore di donna...lavare, lavare, lavare...l'aveva detto lei, alla ragazza, di lavare bene, eh...è importante, importante...e ora l'hanno chiamata a levare, e lei lo sa, che le mani e le braccia si devono lavare bene bene, le mani, devono essere rosa, quando si prendono i neonati, che lo sporco, lo sporco infetta...e domani, sì, la relazione...e la paura di perdere l'amore, e la paura che abita in altri medici, e la paura di fronte alla chiesa, e l'amore per la vita...e l'amore...

Insomma. Diciamola tutta, non gli ho fatto un gran servizio, a questo spettacolo (forse averlo visto il 13 agosto e scriverne ora conta qualcosa? mah!).
Uno spettacolo nato per il teatro, riadattato per quella diversa ambientazione, molto suggestiva, con un albero di lato alle sedie, una pianta rampicante sui muri...come ve lo descrivo, il luogo? per ora, l'ho fatto male.
Questa terrazza è un rettangolo quasi quadrato, circondata dall'asilo. Ex asilo? (ah quante info insicure! meno male non scrivo per un giornale!) Da una parte, le sedie, di fronte, lo spazio scenico dove Trotula agiva. In questo spazio era una sedia, un tavolo con le sue carte, un, diciamo per semplicità, rubinetto, va là, mi fermo. Inoltre, c'era l'albero di lato alle sedie di noi spettatori, una pianta più bassa lì, in fondo a sinistra, dove c'era anche un camminamento che permetteva di arrivare fino sopra il muro. In pratica, in questo asilo, è possibile spostarsi, dall'esterno, sopra e sotto. Questo che ho appena descritto male, era il luogo dell'altra attrice, giovane, che fa l'aiutante di Trotula, ma che è anche uno spirito, direi spirito della memoria, che guida Trotula in alcuni ricordi...e devo dire che il suo uso della voce era appropriato al ruolo. Musica e luci molto semplici, pochi oggetti, ma tutti significativi. La difficoltà di raccontarvelo sta nel continuo andare avanti e indietro dei ricordi di Trotula mentre lei fa altre cose, e anche nel fatto che, dopo più di un mese, la mia memoria non mi permette granchè.

Uno spettacolo intenso, che tocca temi senza tempo, che mostra come, in fondo, le cose contro cui si combatte sono sempre simili. Simili, non uguali. Non sono uguali perché i tempi cambiano, e con essi cambiamo noi, o meglio, cambia chi ci riesce. Vabbè, discorso lungo.

A me è piaciuto, questo spettacolo, e lo dico da persona che un po' conosce l'autrice, che ha letto il suo ultimo romanzo (Non dire il mio nome, ed. Meridiano Zero) per cui potrei anche essere di parte. Se vi capita, spero abbiate la possibilità di andarlo a vedere.
Ci sono che fanno bene, e a me, noi, questa ce l'ha fatto.
Tutto qua.
Ciao.
postato da: unpoapolide alle ore 19:44 | link | commenti (1)
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14/09/2006

Buonasera. (se leggete di sera) Buonamattina (se leggete di mattina) Buonpomeriggio (se leggete di pomeriggio) Buonanotte (se leggete di notte)

Trotula, chi era costei?
A questa domanda, posso facilmente rispondervi mandandovi, come mia consuetudine, da qualche altra parte:
QUI
Io vi dirò solo che è stata una delle prime mediche, qua in Italia, alla scuola di medicina di Salerno, nell' XI secolo. Un millennio fa, insomma.
Questa donna, beh, gran donna, pensate, disse che le levatrici, si dovevano lavare le mani, prima di mettersi a levare. Una cosa praticamente impensabile, per quel tempo. Disse, anche, che ad essere non fertili potevano essere pure gli uomini, non solo le donne. Siamo nel 1000, lo ricordo. Basti pensare alla condizione femminile solo un secolo fa, o oggi, per capire...
Ebbene,
quest'estate sono stato una sera a Campiglia Marittima, piccolo paese toscano vicino alla costa, quella cosiddetta degli Etruschi. Insomma, l'inizio della Maremma, da nord.
Un paesino in cima ad un colle, con viuzze strette e case che si arrampicano su, e ci sono stato in una sera d'agosto che, dal vento, sembrava quasi un agosto parecchio ventoso.
Ci sono stato nei giorni in cui era Apritiborgo, in pratica la parte di paese più alta veniva chiusa, e per entrare ci volevano ben, e dico ben, 5 euro. In cambio, c'erano spettacoli dei più svariati tipi ad ogni angolo di strada. C'era quello che te entravi in una specie di confessionale, e lo spettacolo era solo per te, c'era la ragazza che ti fermava e raccontava la storia del suo calzino, c'erano le due straniere acrobate, c'erano persone che facevano gli angeli, bianchi bianchi, c'erano quadri a sviluppare il tema di Pinocchio, c'era il banditore, che urlava, e c'era lo spettacolo per i bimbi, e poi c'era, sulla terrazza dell'asilo, forse il posto più imboscato (imboscato, l'ho imparato durante il milite, imparai anche sclero, prima non lo conoscevo) uno spettacolo che ero curioso di andare a vedere, chè l'aveva scritto una che conosco, ed è un pezzo che non vedo, dalla presentazione del suo ultimo romanzo, e lei si chiama Paola Presciuttini, e lo spettacolo, invece

TROTULA: quasi magistra
con Giusi Merli (Trotula) e Maria Pasella

[...] continua
postato da: unpoapolide alle ore 20:19 | link | commenti (6)
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12/09/2006

Paul Collins
121 anni di solitudine


Cominciò tutto – succede quasi sempre così – men-
tre stavo cercando qualcos’altro. Avevo appena sco-
vato un almanacco per ragazzi di epoca vittoriana
nel retro di una libreria di Hereford. Stava in cima
a una pila alta fino al soffitto, e per prenderlo do-
vetti appoggiarmi a uno scaffale; così misi la mano
su un volume in ottavo, rilegato in nero: Notes and
Queries, ovvero, come prometteva il sottotitolo, Pa-
lestra di discussione per persone colte. Era la raccolta di
una rivista settimanale per gentiluomini vittoriani
che scrivevano qualsiasi curiosità o quesito venisse
loro in mente; nelle settimane successive gli altri
lettori cercavano di rispondere. Era una chat a car-
bone, un blog del tempo delle carrozze, con miglia-
ia di botta e risposta che si ingarbugliavano in una
splendida, asincrona babele.
Uno dei contributi diceva semplicemente:
« i topi abbandonano la nave che affonda ». Dav-
vero? E dove vanno?
             John J. Bardwell Workard, Dottore in Lettere.



continuate a leggere
QUI
non ve ne pentirete.
(lo so, che in questo periodo non faccio che mostrare link a questo e quello. ma è così. ci sono persone che scrivono cose che mi sembrano molto più interessanti di quelle che potrei scrivere io, e oltretutto si fatica meno a mettere un link, che a scrivere un post. beh, questo è tutto. spero piacciano, le cose che segnalo, anche a chi passa di qua, voi. ciao!-)
postato da: unpoapolide alle ore 18:47 | link | commenti (2)
categorie: lettura, paul collins
11/09/2006

Oggi è tutt'un "è l'11 settembre!"
11 settembre.
su wikipedia trovate questo:
"è il 254° giorno del Calendario Gregoriano (il 255° negli anni bisestili). Mancano 111 giorni alla fine dell'anno.

Per antonomasia quando si parla di "11 settembre" si intende l'attacco terroristico dell'11 settembre 2001."

ma non è accaduto solo questo, in data 11 settembre.

sempre da wikipedia copio:

Eventi

Nati

Morti

Feste e ricorrenze

Nazionali

Religiose

Santi cattolici:

Laiche

  • Cina - Festa nazionale dei Pompieri della Repubblica Popolare Cinese.

Il giorno è scelto per il fatto che l'undicesimo giorno del nono mese (settembre) corrisponde al 119, il numero telefonico dei pompieri in Cina.

  • USA - Giorno del numero di emergenza "911"


Gandhi in sudafrica. Ecco, che differenza.

Gli USA mi sembrano un elefante, ma con poca memoria. Non si ricordano nemmeno che devono più alla CocaCola, al pomodoro, al blues, alle Nike, alle sigarette, alla beat generation, al McDonald's, che non alle loro armi. Si ricordassero, che le persone sono altro dalle armi. Che le battaglie, le guerre, si vincono prima nella testa, e poi fuori.
ciao
postato da: unpoapolide alle ore 14:33 | link | commenti (5)
categorie: 11 settembre
05/09/2006

e oggi, una visitina

QUI

stamani ho visto su raidue, a Un mondo a colori, un servizio che ne parlava. guardo un po' in giro e...salto nel tempo, torno indietro di un anno. wow!!!
ah, il buon servizio pubblico...meglio tardi che mai. mah.
postato da: unpoapolide alle ore 17:10 | link | commenti (8)
categorie:
04/09/2006

Su vibrisse è un pezzo che merita.

andate

QUA
postato da: unpoapolide alle ore 10:06 | link | commenti (1)
categorie: silenzi, tempo, fine, vocii
02/09/2006

Ogni tanto, passate di
QUA






postato da: unpoapolide alle ore 11:54 | link | commenti (1)
categorie: