VITA MIA di Emma Dante (andatelo a vedere, se non l’avete già visto)
Qualche settimana fa sono stato a vedere questo spettacolo, VITA MIA, di Emma Dante. Lei è una regista siciliana che negli ultimi anni ha fatto molto parlare di sé, con gli spettacoli ‘mPalermu e Carnezzeria, vincitrice di premi UBU, e altro ancora. Sono andato per curiosità, come sempre. Sono stato a vederlo a Pistoia, alla Saletta Gramsci, dove fino a qualche anno fa c’era la sede della Copit, cooperativa locale di trasporti pubblici, autobus. Lo spazio era molto piccolo, rettangolare, senza palco, con gli attori che agivano sullo stesso piancito su cui era, fronte a loro, una piccola gradinata, mentre ai loro lati avevano due file di sedie. Quando siamo stati fatti entrare gli attori erano già lì, e tu a passargli vicino per andare a sedere, a salire sulla piccola gradinata, avevi quasi il timore di disturbare questi quattro, una donna e tre ragazzi, dei quali uno girava in tondo su una Graziella, gli altri camminavano, o stavano fermi, si guardavano, ti guardavano, e al centro della scena un letto, sì, nero, su cui era poggiato un crocifisso. La donna vestita di nero, i tre in pigiama. Iniziano a parlare, ed è dialetto. Così cominci a sforzarti per cercare di capire tutto, e qualcosa decifri, qualcosaltro no. Parlano, discutono, si inseguono. La donna è la madre. I tre sono i suoi figli.
Ciò che vedi è carico di significato, ogni particolare. C’è qualcosa che senti aleggiare sopra te ed i personaggi, che inquieta tra le battute che si scambiano lì a due metri di distanza, in quella che ti è altra lingua, ma che riesci in ogni caso ad intuire, che ti suona dentro e si espande. Lo sai, cosa sta per succedere, ma riesci a fingere ancora, come fanno gli attori, di non saperlo. Si è sospesi come in una dimensione di sogno, o incubo. La bicicletta gira, passa anche di mano, ma la madre non vuole che continuino a giocare così, ora basta. Basta. Ma i ragazzi sono ragazzi, e ridono e scherzano come ragazzi, e giocano con la madre. Ma qualcosa succede, qualcosa è successo. I passi del crocifisso sul letto dalle lenzuola nere. Eccolo spostato, in testa al letto, ma non è ritto, è su un fianco, su un fianco, ed è il primo passo, mentre il secondo passo, il secondo te lo piazza dritto in faccia, alla testata del letto, dritto, dritto questo piccolo Cristo. Sai già cos’è accaduto. Chi è steso. Disperazione. Disperazione. Come può una madre accettare la morte di un figlio? No. No. Neppure tu. Guarda, si muove. Si muove. No mamma, che dici? Non si muove. Non si può fermare una madre. No. Si muove. Si muove. Mamma, basta. Basta. Ma. La madre colpisce, questo corpo, la rete del letto lo fa sobbalzare, si muove, si muove, sì, ora si muove, e il corpo rimbalza, sempre più in alto sempre più in alto (è uno dei momenti più impressionanti dello spettacolo) sempre più in alto, si stacca di almeno un metro, più in alto, ecco è resuscitato, corre, corre, corrono tutti, chi insegue chi, chi è inseguito, chi un gioco, tutto sottolineato dalla musica, sempre più veloce, veloce. Ma è morto. Tutto si ferma. Fiori e candele. Disperazione. E tutti inghiottiti dal nero.
Uno spettacolo davvero intenso, forte. Un’ora scarsa che ti si imprime dentro. Uno spettacolo ben costruito, fin nel dettaglio, dalle musiche alla scenografia, alla coreografia, ne sono rimasto davvero colpito. E se il dialetto a volte è stato ostacolo, ha fatto spostare l’attenzione su altri particolari. Gli attori e l’attrice molto bravi, con una fisicità da impatto. C’era corpo, c’era voce. Ti facevano partecipi dei loro giochi, del loro dolore. Sono stati come fuochi d’artificio. Tra l’uno e l’altro il silenzio della notte, e per finire i tre colpi singoli. Così: Pum! pausa Parapam! Pausa Bengbengbengbeng! Ccccsssshhhhh…Bum! Pausa più lunga Pum! Parararararapam! Scthump! pausa Schtump! pausa Schtump! fine
Ma camminare come?
(Passeggiata con Samuel Beckett[1])
Martedì. Un giorno. Venerdì. Un giorno. Due giorni su sette. Due giorni tra sette. Scansioni temporali. Con lo spazio a braccetto, così ci insegnano. Ora e qui. Qui ed ora. Illecito parlare d’altro. Illecito parlarne, del qui ed ora. Invertendo i fattori il risultato cambia? Ma non si può[2]. Ma anche nell’impossibilità si dovrebbe continuare. Non sono domande da porsi. Non importava più prima, quel che è fatto è fatto. Se non è fatto, tanto vale. Ma continuavamo. Inutile tornarci su.
Camminavano non saprei dire se insieme, seguivamo la stessa direzione questo è certo. Una certezza, dunque. Vi si potrebbe fondare sopra qualcosa, potremmo metterla a pietra, e pietra d’angolo. Ma è possibile fondare qualcosa su una sola pietra? Una possibilità attuata esclude le altre.
Camminavamo lungo la stessa direttrice, senza sapere, io non lo sapevo, lui non so, avrebbe potuto ma non lo disse, questo almeno, senza sapere dove ci avrebbe condotti, e se. Ma noi volevamo essere condotti o quello che ci conduceva lo faceva a nostra insaputa oppure, anche, ci forzava legati al guinzaglio come cani a seguirlo o eravamo noi a tirarlo o noi avevamo scelto, con la nostra libera volontà – ma una volontà può dirsi libera di scegliere se non può scegliere che il possibile? – di seguirlo? Ci eravamo messi da soli il guinzaglio? E chi dice che non avessimo due padroni diversi che, loro sì, proseguivano parallelamente nella stessa direzione? E a loro volta. Sopra, la volta del cielo. Dunque eravamo all’aperto. Una possibilità attuata esclude le altre. Sul momento, in quello spazio. Ma poi? Ma a che pro parlarne? Basta domande. Non posso continuare. Devo. Continuerò.
IL LORO AMPLESSO
Il loro amplesso durò così a lungo che l'Amore dubitò grandemente di loro.
Per la prima volta riuscì a sentirsi Vivo, e gli suonò terribilmente meraviglioso e atavico, come se ci fosse stato un tempo, interiore e lontano, in cui era la norma. Perché si sentiva una fenice istantanea, che solo un attimo riusciva ad essere Amore e subito si bruciava in amore e poi ancora più velocemente fino a che non rimanevano che ceneri fredde, dalle quali rinasceva con altre vesti immutata l’essenza; e spesso si fermava ancora prima di diventare Amore, e bruciava già amore, o perfino more, o re. Per questo l’Amore dubitò di loro. Vistosi sempre più caduco di un taglio del cielo fatto da un aereo, si sorprese di inaspettate doti di durata. Imputò la cosa al fatto che avevano impiegato così tanto tempo per arrivare a lui, per scriverlo tutto, persino chiamarlo come persona e non come semplice cosa, che lo dovevano aver costruito ben solido, e saldo, come gli argini delle strade di un tempo, che non avevano bisogno del cemento per stare su, e duravano anche di più. Gioco di incastri equilibrismi sapienza della mano e dell’occhio, dell’orecchio e della lingua e del naso. Perché fosse mancato anche uno solo di questi, così sarebbe mancata una parte a Lui, sarebbe stato monco, sarebbe stato storpio come infinite altre volte. Operazione matematica, per l’esattezza addizione, uno+uno+uno+uno+uno+x, ma anche tatto+vista+udito+gusto+olfatto+x, dove l’x faceva e fa la differenza e sempre la farà, come una giusta incognita, forse. E il dubbio era grande, gigantesco più di Polifemo, delle piramidi e del Partenone, del Colosseo e di tutto ciò che costruito dall’umano l’umano sorprende e il divino, per la piccolezza di chi l’ha realizzato. E così, continuò a dubitare grandemente di loro, Amore, per molto, molto a lungo, e furono loro a bruciare stavolta per primi, ma Lui ne fu tanto commosso che li fece Amare per sempre.