Un soffio di vento come il respiro di un bimbo, o forse un passo di un piccione, ed il ramo si scuote appena, la goccia di pioggia che ha pazientato fino a quel momento ha un leggero sussulto, si allunga verso il basso, poco, appare timorosa.
Vado ora? Non vado? Ho paura…
Si ritrae, ma uno scalino ormai è salito, ed ecco un altro soffio, un altro passo.
Cos’è questa furia? Facciamo con calma, è un bel salto, bisogna mirare bene…è importante…
- Signorina guardi che il tempo sta per scadere, noi qui chiudiamo, se vuole aspetti il sole, così torna indietro, torna su, e vedrà se alla prossima precipitazione non la spediscono nel deserto!
Il deserto, il deserto, no…ho sentito che lì…lì è dura…
Chiude gli occhi, ma non riesce proprio a decidersi, eppure solo pochi minuti prima aveva convinto chi la precedeva a darsi una mossa, che l’ora stava per arrivare…doveva mirare, e via. Ma ora non c’è nessuno dietro a darle quella forza che si sente mancare.
Il sole sta ferendo il grigio con le sue lame dorate.
Un altro soffio, un altro passo.
Anche quest’aria è troppo debole, pensa, e il piccione è così pigro che prima che si stacchi da questo trampolino e mi faccia ribaltare di sotto…qui ci gelo, inizia anche a fare freddo…o ci soffoco, con questi gas…che responsabilità, essere l’ultima! E siamo indietro.
Nuvola-che-ride è, infatti, in vantaggio su Nuvola-carro, come annuncia il passero-arbitro svolazzando per il campo di gara, e quanto avrebbe dato per poter togliere quel sorrisetto beffardo all’avversaria…devo fare un centro da 500 punti, mica facile!
Mi devo concentrare, guardare giù, non pensare più alle mie paure…sono la goccia migliore, quella dalla mira infallibile, sono la goccia migliore, quella dalla mira infallibile, sono la goccia migliore…
Ed ecco arrivare, lo vede luccicare sotto una lama solare come uno specchio, un cranio pelato e lucido e tondo, così perfetto, quasi che qualcuno, più in alto di quanto lei potrà mai andare, l’abbia ascoltata e voglia darle una possibilità, la possibilità. Ora sta a lei.
Allora, si avvicina a un passo al secondo, sono circa trenta prima che arrivi qua, quindi…ommammanuvoladammitelaforza! Via!
Si allunga, si stacca dal ramo ed eccola diventare sfera perfetta in volo, come brilla, come brilla! Silenziosa quanto un indiano apache nei tempi migliori, o forse un sioux, guardatela come si dirige verso il bersaglio ignaro e…plac! Centro! E a Nuvola-che-ride passa il sorriso…Cenere vince.
La mia serata, e quella dei senatori...
Leggo dal giornale di stamani che i nostri cari senatori hanno passato una nottata - una notte, ma senti che ci sarà stato di tanto urgente e importante? - per.....difendersi dalla riduzione del 10% sulle loro pensioni e liquidazioni indicata dalla finanziaria. Poveri piccoli, con soli 11000 euro mensili (lordi, ok, ma vi sembrano pochi?) ....e niente, non capisco, tutti d'accordo, si legge sul giornale, destra e sinistra (ma c'è più distinizione tra questi? via, via...) e, addirittura, solo Pera ha votato a favore del taglio (l'avrà fatto perché tanto, uno fra tanti...e poi ci fa anche la sua bella figura). Mah...
Detto questo, ieri sera sono stato ad uno spettacolo teatrale, Scalpiccio sotto i platani, spettacolo-racconto della strage di Sant'Anna di Stazzema.
Ora, quel che sapevo al riguardo era di una rappresaglia dei tedeschi, e poco più. Meno male che sono andato ieri sera. Credo che finché si legge di sfuggita su un libro di storia di fatti come questo non ci si renda conto a pieno di ciò che significano, sono informazioni che ti vengono date, che ti fanno sentire meno ignorante, ma che non rendono il senso dei fatti. Così sentirli raccontare, ascoltare qualcuno che con la propria voce dà vita a persone, luoghi, episodi di vita, ti dona una consapevolezza diversa. Almeno, questa è l'impressione. Il racconto, un monologo, aveva parti in italiano (la narratrice di oggi) e parti in dialetto versiliese (narratrice di allora) e canzoni popolari. L'attrice-autrice Elisabetta Salvatori, nata in Versilia e lì residente ha fatto propria la storia di quei giorni, intervistando e visitando il paese, il suo museo.
La narrazione ha preso le mosse dai giorni precedenti la festa del paese, Sant'Anna appunto, il 26 luglio, siamo quindi in piena estate 1944. Chi narra ci fa entrare in paese, un paese che non ci si arriva per andare da qualche altra parte, un paese che non ci si passa per caso, composto da piccoli gruppi di case sparse, ogni gruppo un nome, senza una piazza principale, perfino quella della chiesa, l'unica piazzetta, è discosta, da un lato. Poi ci presenta la vita, gli abitanti, la persona che porta notizie da Pietrasanta, Aspasio (uno con un nome così, dice tutto), e insieme a quelle porta sempre un paio di animali, maiali o vacche, da vendere o, e storie per i più piccoli, come quella dell'omo nero, che viene a portare via i bimbi. Ci racconta che in maggioranza erano donne vecchi e bambini, che gli uomini quasi tutti via per la guerra, che a Sant'Anna ci andavano a nascondersi un po' tutti, e di partigiani ne capitavano ogni tanto, così dice, e a chi si rifiuta un po' di polenta e un bicchier di vino? e la vita sempre più dura, e poi quell'estate, e nove donne in cinta, una ad una le nomina, e una che partorisce il 24 luglio una bambina, Anna.
E poi si comincia a sentire di un fascista che giù a Pietrasanta ha ammazzato un partigiano e si è portato via un suo orecchio, a tenerlo come ciondolo al collo, e che i nazisti hanno ucciso un poliomelitico, che nella sua carrozzella nascondeva ordini partigiani, legandolo prima per le gambe a un cavallo che lo trascinasse per il paese, e poi finendolo con mitragliatrice. E così le donne a dirsi, ma qua non ci verranno, non c'è nessuno, qua siamo al sicuro, e anche quando si dice che arrivano, che hanno incendiato un paese vicino, gli uomini scappano, se ne vanno, per loro è morte certa, ma i bambini, le donne, i vecchi, c'è la guerra ma loro...loro no, incendieranno le case, sì, ma noi, noi qui è sicuro, e la notte di San Lorenzo le stelle cadono e poi, e poi...arrivano, arrivano i tedeschi, guidati da italiani, a piedi, e per arrivarci son tre ore di cammino, ma non sentono fatica e cantano arrivando, hanno un organetto...e poi...e poi ha raccontato cose che non vuoi proprio credere, e non so i ragazzini che erano ieri sera allo spettacolo (è infatti uno spettacolo per le scuole, e ci credo, ma dovrebbe proprio essere per tutti...tutti tutti) abituati a vederne o sentirne non so se peggiori, però nei film, o videgiochi, lo sai che è falso, ma lì, qui, no. E che è vero te ne rendi conto dallo sforzo che devi fare per crederci, perché la tua immaginazione non ci sarebbe arrivata da sola, e sì, l'uomo è male. Perché non si può vedere un ragazzetto rifugiarsi in un forno a legna, e prendere fascini e accendere il forno, non si può, proprio non si può, e quando lo dice, dio, ti viene da chiedere, dov'eri? quando lo dice, che una donna aveva le doglie quella mattina, e che l'hanno fatta partorire, sì, taglio cesareo con una baionetta, e sparo in testa al nato, chiudi gli occhi e vorresti non vederlo, ma non vedi, in effetti, sul palco c'è solo una persona che racconta, e un violinista che accompagna, hai solo ascoltato, e quelle parole non le cancelli, sono lì, e la scena la vedi, puoi avere gli occhi chiusi più stretti che puoi, ma la scena la vedi. La vedi.
E ti ricordi che ti è stato detto all'inizio, che quello non è luogo di passaggio, che bisogna volerci andare, lì. E sì, rappresaglia, che i santannini non hanno evacuato, come era stato ordinato, senza che nessuno portasse l'ordine lassù, o chissà.
Ma hai questa scena piantata negli occhi, nella testa nel cuore, e non ci sono ordini, non c'è proprio niente, c'è solo questo a riempirti di qualcosa a cui non riesci a dare nome, o ci vorrebbero forse più nomi, orrore, rabbia, dolore...
Un racconto che ha colpito, almeno a vedere i volti di chi era presente, una volta accese le luci, dopo un'ora da che si erano spente, un'ora trascorsa in attimi, e attimi interminabili...