NON DARE FASTIDIO AL SILENZIO
Il Silenzio se ne stava là sul prato, seduto con una sigaretta tra le labbra e un buon libro - così si sarebbe detto dall'attenzione che gli dedicava - tra le mani, mentre il sole coi suoi raggi scaldava il globo e i multiformi abitanti di questo con imparzialità ma con alternanza, ruotando il pianeta su se stesso oltre che orbitando intorno alla stella del sistema, e se gli aveste chiesto, al Silenzio, per quale motivo quell'ape che stava volando secondo un moto parabolico da una margherita all'altra non fosse insonorizzata, lui vi avrebbe risposto, senza mutare di una virgola la propria sobria espressione concentrata sulle parole stampate in nero sulle pagine bianche del volume che teneva aperto dinanzi a sé: - nessuno è perfetto- ; voi allora non avreste saputo replicare in modo altrettanto intelligente e quindi lo avreste assecondato non importunandolo più con tali sciocche domande.
Il respiro dell'alba hai dimenticato
la brina che non lascia sfregi sulla collina
il profumo di corolle umide appena svegliate
le persiane che schiudono un sorriso
la calma del raggio che definisce il tempo
tutto è rotto e guasto come te
Cammini attenta, cerchi l'equilibrio
voci che ripetono, sguardi che insistono
anche il silenzio ti scruta
cammini e sei ferma
una statua con mille scalpelli
e tutti a battere perché è così
tutto è rotto e guasto come te
Il respiro dell'alba come fa?
Non c'è niente che ti possa mondare dal peccato degli altri
Quei corpi non erano brina
Il respiro tuo dov'è?
Ne hai bruciato il ricordo
Stupro
Non è tuo questo corpo
Puoi sentire dire da tutti
ciò che è successo
Tutti possono vederlo sullo schermo
Ma non è quella la verità
Ma non è quella la verità
Tutto ciò che ruota si frammenta
lancia nello spazio asteroidi
Ti vedi perdere in una trottola-bambina
Nessun corpo solo linee di colore
Si confondono ti confondono
Si confondono ti confondono
Ti chiedi sei tu non sei tu
Non ti appartieni
Non ti appartiene questo fantoccio
malconcio e studiato
per trovarci il male di altri
Tu sei un asteroide perso
in cerca di un'atmosfera
che bruci il niente che senti
SOLLUCCHERO
Insomma domenica eravamo ai giardini, io e la mia ragazza. Ci siamo stesi sul prato, tra gli alberi. Il vento correva leggero eccetera eccetera. Avevamo portato un po' di libri, due a testa. Di cui un paio ce li eravamo prestati a vicenda. Insomma abbiamo letto qualche racconto, il capitolo di un romanzo.
Racconti di wallace. Io questi racconti è la terza volta che li leggo, da quando ce li ho, da un anno a questa parte. E ne ho letti un paio, con accanto la bottiglietta d'acqua che lei si porta sempre dietro, e che è molto comoda, necessaria direi, quando si legge a voce alta, chè la gola si secca. C'erano un sacco di bambini, meglio, qualche bambino a giocare a pallone con i genitori, vicino a dove eravamo noi, ma no, non ci hanno mai colpito, nè sono venuti mai abbastanza vicini, e la cosa mi ha sorpreso, un po' anche deluso, un calcio l'avrei pure tirato volentieri. Così ne ho letti alcuni. Un racconto paurosissimo su un ragazzino di 13 anni che si vuole buttare da un trampolino. Un altro su due che si lasciano. Un altro ancora su un tizio che incontra una tipa disperata all'aeroporto e lei c'ha due tette che non puoi immaginare se non hai visto e due pantaloni rosa che dicono scopami in quasi tutte le lingue principali del mondo ed è disperata e ti smuove davvero il cuore e comincia a battere per lei, che è disperata e piange e ti racconta la sua storia commoventissima. è stato bello.
Poi lei ha letto un brano da Il giovane Holden. Che ha letto un tot di tempo fa ed ora mi ha prestato. Verso le sei e mezzo ci siamo alzati soddisfatti, i bambini ancora giocavano. Una sorella era stata, credo, colpita dal fratellino più piccolo ed era incazzata nera, ma il babbo cercava di dissuaderla, e lei era tutta imbronciata e impettita come solo i bimbi sanno esserlo quando sono arrabbiati, e facendo finta di poco, è passata vicino al fratellino, chinato a terra su degli interessantissimi fili d'erba (a quel che ho potuto constatare dal punto in cui mi trovavo), e gli ha tirato una manatina (date le dimensioni) sulla schiena. Abbiamo preso la nostra roba, infilato i rispettivi libri nelle rispettive borse, e ci siamo incamminati verso l'uscita del giardino. Passando vicino al laghetto lei guarda due anatre vicino a riva e mi fa "Ma dove vanno d'inverno le anatre del villone?" (non l'ho detto ma eravamo in un posto che si chiama Villon Puccini, detto comunemente "il villone" come avete potuto constatare pochi secondi fa). E io le ho detto, "ma sai che codesta domanda c'è anche nel libro di Salinger?". "Davvero? Non me ne ricordavo". Non le era neanche piaciuto granché, quel libro, quando l'aveva letto. A me queste cose, e con queste cose intendo lei che rifa una domanda di un libro di cui ha appena letto un passo ecc, che uno può anche chiamare coincidenze, a me queste sono proprio il tipo di cose che mi mandano in sollucchero.
“L’opera che si riesce a fare, è sempre un’altra cosa”
Cesare Pavese, Il mestiere di vivere
Mi svegliò questa frase. Nessuno, tra le persone che erano intorno a me in quel momento, né tra quelle che si erano alternate nella camera durante i sei mesi di permanenza lì, me l’aveva detta. D’improvviso la sentii, chiara, come una goccia che cadesse, buona ultima, dal ramo di un tiglio del viale che ogni giorno percorro a piedi, per uscire, la mattina, e tornare, la sera, in questo posto, dopo il lavoro, e che atterrasse sulla mia testa, pelata, precisa in centro, un po’ come le freccette del tiro a segno nel pub irlandese che frequentavo durante la naja. Dopo, ho avuto il rigetto da Guinness, ci sono voluti anni perché potessi riavvicinarmi a quella birra.
Mi svegliò proprio in questo modo, ed io cercai di portare la mano sinistra alla testa, per toccarmi dove aveva bagnato, ma Ele me la fermò: pensando forse che volessi con quella raggiungere le sue, ve l’accompagnò, e le nostre mani si unirono. Me ne resi conto. Non so quante altre volte l’avesse fatto, io inconsapevole. Mi stava parlando, ma io non l’ascoltavo. Per me c’erano solo quelle parole, che mi avevano fatto muovere da solo dopo mesi, piovute da anni lontani, di un libro che non avevo letto se non a sprazzi di pagine. Fu nel viaggio di ritorno, che glielo dissi
- Ele, quando mi sono svegliato…
- Sì, ti ero vicino, ti stavo parlando….
- Sì, e…
- Ti stavo raccontando di Mattia, che sabato alla partita ha fatto delle parate incredibili! Ha salvato la vittoria della sua squadra!
- No, quello che ti volevo dire…
- Che c’è?
- Io, io…
- Tu?
- Non ti sentivo…
Eravamo sempre stati sinceri, e probabilmente, insomma, adesso so che non avrei dovuto dirglielo. Ma non ce la feci a stare zitto, e lei mi ha sempre capito in un attimo, e si ricordava sempre di tutto, e riusciva a trovare spiegazioni per ogni cosa, e pensavo che la gioia di potermi parlare di nuovo sarebbe stata così grande…che l’importante fosse che mi ero svegliato, mi ero svegliato dopo sei mesi di coma!! E invece…
- Non mi sentivi?
- No…
- Ah…dici davvero?
- Davvero.
- Ti abbiamo parlato, parlato tanto, i medici avevano detto che poteva servire…
- Non ho sentito niente. O meglio, non lo ricordo…cioè, sentire avrò sentito, ma non ne ho memoria e…
- Mattia ti ha abbracciato, sussurrato, non sai quante volte…
- Dai, non metterti a piangere…
- Non glielo dire, ok? Digli che lo sentivi, ma non riuscivi a capire. Va bene?
- Sì, certo.
- …
- Non avevo intenzione di…
- Cerca di capire, per una volta.
Così non finii, lasciai trascorrere del tempo, ma cercai in casa quel libro. Per ricordarlo così bene avrei dovuto averlo, pensavo. Ma non lo trovai da nessuna parte, ed ero sicuro che Ele non avesse spostato niente delle mie cose. Doveva esserci. Oppure.
- Mattia.
- Sì?
- Vieni qua.
- Che c’è?
- Hai per caso preso qualcuno dei miei libri?
E sapevo, sapevo che era quello l’unico a mancare.
- No. Mamma non vuole che li tocchi senza il tuo permesso.
- Neanche…neanche quando sono stato via?
- No papà.
- Guarda che se anche ne hai preso uno, me lo puoi dire, mica succede niente. Solo che se me lo rendi, così lo posso leggere…
- Non ne ho toccati punti.
Lo guardai, quel ragazzino mi aveva sempre dato problemi. Non studiava per niente, sempre fuori a giocare, nonostante cercassi di farlo applicare, perché se non si inizia da piccoli, dopo è tardi, si sa. Invece no, sempre dagli amici a giocare alla playstation, o al campo di calcio per gli allenamenti. E lo studio? Lei sempre lì a difenderlo, è piccolo, lascialo giocare. Me l’ha sempre detto, ma io tenevo duro, perché lo studio è importante, e guarda io dove sono arrivato, eh, mica bazzecole, mica tu, le ripetevo. Discussioni su discussioni. Per niente, poi. Doveva studiare, soprattutto la matematica e la geografia. La geografia! Si può andare male in geografia? Mai andato male qualcuno, in geografia, da che mi ricordi. Allora lo presi per un braccio
- Dimmi la verità, Mattia, hai preso un mio libro mentre ero via?
- No papà. Non li tocco i tuoi libri.
- Guarda che non succede niente, basta che tu mi dica la verità.
- E’…la verità…
Lo disse a mezza smorfia, forse stringevo troppo, ma anche lui ci metteva del suo, a non dirmi la verità. Bastava me lo dicesse, l’aveva preso, l’aveva perso, insomma, cristo santo! Non poteva continuare a stare lì, zitto, come un cane bastonato, con quegli occhi…
Ma continuai a stringere…
- E che? Ti metti a piangere?
- ….
- Forza! Dimmelo! Dove l’hai messo?
Allora arrivò Ele
- Cosa succede?
- Niente, cosa vuoi che sia? Questo ragazzino non mi vuole dire dove ha messo il libro che mi ha preso!
- Allora, Mattia?
- Io non ho preso niente!
- E tu cosa fai? Eh? Lascialo! Fa’ un po’ vedere…
Tirò su la manica della maglia, c’era rosso, rosso-viola, le mie dita, e il bianco, non potevo credere di aver stretto così forte. No, non ero stato io. Se almeno lui mi avesse aiutato…
- Cosa gli hai fatto, Marco? Non lo vedi?
- Ma io volevo solo che…
- Ma tu sei scemo, te lo dico io! Imbecille!
- Non io. Lui (ci caricai tanto peso, su quel “Lui”) ha preso un mio (e questo “mio”, come lo feci sentire, in tutta la sua importanza) libro.
- E per un libro, tu gli fai questo?
Mi guardò negli occhi, e lo vidi, proprio lì, nelle sue pupille, era il mio riflesso…e lo colpii!
Lei finì a terra. Io andai in cucina, presi un bicchiere e lo riempii d’acqua, le mie mani tremavano. Mi misi a sedere. La sentii rialzarsi, Mattia che le chiedeva come stava. Dopo due minuti lei si affacciò, tutta incappottata, il mio segno coperto a malapena dalla sciarpa
- Noi ce ne andiamo, non ne possiamo più. Ti lasciamo con la tua famiglia, quella negli scaffali, almeno con quella non ci…
- Ma è stata una frase che…
- …che ti ha fatto svegliare, sì. Quale?
- L’opera che si riesce a fare, è sempre un’altra cosa.
- Ah…Pavese…credo…
- Dov’è?
- A casa dei miei. Non ti piaceva.
- Mentre a te sì?
- Gusti diversi. Contento adesso?
- …
- Non ci aspettare.
Attesi invece, non so cosa. Col bicchiere ancora in mano lo sguardo mi cadde sulla finestra. Fuori pioveva, l’acqua disegnava piccoli rivoli sul vetro, e la mia immagine era come di un fantasma piangente. Uscii per una passeggiata, camminare mi avrebbe aiutato a capire. Quando chiusi la porta, e il clack della serratura risuonò nella casa vuota, lo percepii come fossi stato ancora dentro. Mi voltai e lasciandomela alle spalle seppi che non sarebbero tornati, non se c’ero io. Tutti i rumori si confondevano seguendo i miei pensieri. Poi smise, qualche raggio iniziava a filtrare, piano, il manto delle nuvole ornato d’oro. Chiusi l’ombrello. Come sempre, dopo la pioggia, gli odori si risvegliano, e passando dal naso riescono chissà come a farsi vivi, che li puoi quasi toccare, vedere, ascoltare. Qualcosa colpì la mia pelata, come aveva fatto quella frase. Mi portai la mano sinistra sulla testa. Nessuno mi fermò. Guardai la mano, appena bagnata, la annusai. L’ultima goccia sgrondata dal ramo di un tiglio. L’asciugai su una manica. Ero arrivato. Tirai fuori le chiavi dalla giacca, le infilai nella toppa. Un attimo. Mi osservai mentre la serratura faceva lo stesso clack, emanandolo all’interno come un’eco. Entrai. Era vuota, proprio come adesso, come la lattina di Guinness che ho appena finito.
Quella frase, in fondo, era di tutti e di nessuno.
L'ULTIMA GOCCIA
Un soffio di vento come il respiro di un bimbo, o forse un passo di un piccione, ed il ramo si scuote appena, la goccia di pioggia che ha pazientato fino a quel momento ha un leggero sussulto, si allunga verso il basso, poco, appare timorosa.
Vado ora? Non vado? Ho paura…
Si ritrae, ma uno scalino ormai è salito, ed ecco un altro soffio, un altro passo.
Cos’è questa furia? Facciamo con calma, è un bel salto, bisogna mirare bene…è importante…
- Signorina guardi che il tempo sta per scadere, noi qui chiudiamo, se vuole aspetti il sole, così torna indietro, torna su, e vedrà se alla prossima precipitazione non la spediscono nel deserto!
Il deserto, il deserto, no…ho sentito che lì…lì è dura…
Chiude gli occhi, ma non riesce proprio a decidersi, eppure solo pochi minuti prima aveva convinto chi la precedeva a darsi una mossa, che l’ora stava per arrivare…doveva mirare, e via. Ma ora non c’è nessuno dietro a darle quella forza che si sente mancare.
Il sole sta ferendo il grigio con le sue lame dorate.
Un altro soffio, un altro passo.
Anche quest’aria è troppo debole, pensa, e il piccione è così pigro che prima che si stacchi da questo trampolino e mi faccia ribaltare di sotto…qui ci gelo, inizia anche a fare freddo…o ci soffoco, con questi gas…che responsabilità, essere l’ultima! E siamo indietro.
Nuvola-che-ride è, infatti, in vantaggio su Nuvola-carro, come annuncia il passero-arbitro svolazzando per il campo di gara, e quanto avrebbe dato per poter togliere quel sorrisetto beffardo all’avversaria…devo fare un centro da 500 punti, mica facile!
Mi devo concentrare, guardare giù, non pensare più alle mie paure…sono la goccia migliore, quella dalla mira infallibile, sono la goccia migliore, quella dalla mira infallibile, sono la goccia migliore…
Ed ecco arrivare, lo vede luccicare sotto una lama solare come uno specchio, un cranio pelato e lucido e tondo, così perfetto, quasi che qualcuno, più in alto di quanto lei potrà mai andare, l’abbia ascoltata e voglia darle una possibilità, la possibilità. Ora sta a lei.
Allora, si avvicina a un passo al secondo, sono circa trenta prima che arrivi qua, quindi…ommammanuvoladammitelaforza! Via!
Si allunga, si stacca dal ramo ed eccola diventare sfera perfetta in volo, come brilla, come brilla! Silenziosa quanto un indiano apache nei tempi migliori, o forse un sioux, guardatela come si dirige verso il bersaglio ignaro e…plac! Centro! E a Nuvola-che-ride passa il sorriso…Cenere vince.
L'ultima estasi
Una mattina come ogni mattina eri dietro di me,
mentre percorrevo la tua ultima estasi:
la stretta del tuo corpo segnava il mio sangue
- ho cercato nella carne inutili trofei
scolpivi il tuo dono nella mia paura
- non ho colto la prossima vanità
e il porto di luna affonda in un niente
Una mattina noi come ogni mattina,
ombre di fumo e muti scheletri:
piedi, spalle, respiri
poi il tuo dono:
mi recidi inutile
i tuoi passi l'epigrafe
e il porto di luna affonda in un niente
Quella mattina sull'inetto la tua ragione:
fermo, la porta si è chiusa
senza infliggere
la mia mano sulla tua bocca
specchio del tuo congedo
Ma non sono te, è un miraggio
questa mia ultima estasi
L'ultima estasi
Una mattina come ogni mattina ti sei alzata
dietro di me, seduto verso il muro nudo,
l'avevo saputo già prima, oltre le tue spalle su di me,
nell'ultimo assaggio dell'estasi.
Il morso del tuo corpo sul mio
ho preso brandelli della tua carne
per piccoli inutili trofei, mentre tu
mi facevi a pezzi bruciando il nostro vederci
da un'alba di luna ad un buio nulla
Una mattina come ogni mattina ti sei alzata
dietro di me, hai detto “Vedi...” ed ho visto
che regalo regale mi hai donato
l'oro l'incenso e la mirra, ma tu, di più
mi hai bagnato del nettare più puro
mi hai succhiato il cuore, è stato dolce
hai fatto un'autopsia d'amore
prima di seppellirlo con i tuoi passi
da un'alba di luna ad un buio nulla
Quella mattina ti ho dato ragione,
mentre ti sentivo scendere verso la strada
ho frenato la forza di correre inseguire
tu ne eri sicura, sarebbe stato facile
ma se l'avessi fatto ti avrei ucciso
il coltello tra le scapole amate
a disegnare ali di sangue per il Paradiso,
ma non sono come te non ti donerò
l'ultima estasi, l'ultima estasi